Vai al contenuto

Il calendario cristiano è segnato da eventi che richiamano l’alba della vita. Giovanni Battista ne è il prototipo nel grembo sterile della madre Elisabetta, nel dramma del padre Gioachino anziano e perplesso e quando, concepito da sei mesi, rimbalza alla presenza di Gesù nel grembo della giovane madre Maria. Giovanni e Gesù, due bimbi concepiti per un miracolo di grazia, bimbi e madri reali, gestazioni puntuali alla scadenza, figli nati come ogni figlio nasce. Bimbi consapevoli del proprio destino ancor prima di venire alla luce. Che ne sappiamo di che cosa vede, sente, assapora un bimbo nel seno materno? La più grande stupidità l’ha propagandata chi parlava del concepito come di ‘un grumo di cellule’. Ma quando mai! Già prima che la scienza arrivasse ad ‘andare a vedere’ lo spuntare della vita umana nel grembo materno (con la stessa audacia che l’ha condotta a penetrare l’inizio del tempo fino al fantastico big-bang) tutti sapevano che il concepito è realmente un bimbo. Dio lo fa essere, lo mette nel mondo, lo fa crescere, lo ama, e lui si lascia cullare dal canto della mamma, rabbrividisce quando lei ha paura, assorbe la linfa e l’umore della mamma, sorride e piange con lei, ne aspira i profumi e li riconosce alla nascita. Se i bimbi dialogano con il corpo della madre e con i suoi sentimenti, perché non possono dialogare con il Dio che li ha creati? Il bimbo nel grembo interagisce con l’esterno, il suo orecchio ascolta e gli occhi scrutano, sussulta ai rumori. Il bimbo si ritrae di fronte alla minaccia di venire eliminato; intercettato nel suo moto di vita e violato, potrà lasciarsi prendere da un istinto di consegna, fino a proiettarsi verso il Padre celeste e dirgli: “Amami perché ci sono”. I I bimbi travolti dal pungiglione della morte vengono coinvolti nel mistero della passione e morte di Gesù e vi si immergono con tutto l’essere. Vale per essi la parola di San Paolo: “Sia che viviate sia che moriate, voi siete di Cristo”, e l’invito di Gesù nel Vangelo: “Lasciate che i bambini vengano a me”.

Scrive don Divo Barsotti, teologo e mistico vissuto dal 1914 al 2006: “La perfezione dell’anima è lo stato d‘infanzia. No, c’è un grado più alto. Bisogna non esser nati, bisogna essere ancora nel seno della mamma. E’ questa la perfezione del cristiano: stare nascosto nel seno del Padre, nascosto con Cristo in Dio”. Uniti al Figlio di Dio che vive nel seno del Padre, come dice il Vangelo di Giovanni 1,28, noi suoi figli siamo chiamati a vivere nel seno di Dio dal principio del nostro essere fino al compimento. Secondo la promessa del profeta: “Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome”, Is 49,1. Con l’eco del salmo 71,6: “Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno”.

Da dove deriva questo audace approfondimento sulla condizione dei bambini concepiti e non ancora nati? Ne parla un libretto ricco di testimonianze di ‘coppie che hanno scelto di portare a buon fine la gravidanza nonostante una diagnosi di incompatibilità del bambino stesso’, come nota il cardinal Zuppi nell’introduzione. Vite nascoste e potenti, il cui valore non sta nella durata di tempo, ma nel fatto di esserci e di abitare per l’eternità nel cuore di Dio.

 

E’ sempre una sorpresa accorgersi che la nostra piccola storia personale scorre nel gran fiume della Chiesa cattolica. Uno dei momenti in cui lo si percepisce vivamente è quando ci si trova in piazza San Pietro a Roma all’udienza del mercoledì o in occasione di grandi assemblee. Ancor più quando si ha l’opportunità di partecipare a una celebrazione papale all’interno della basilica, avvolti nella splendida armonia della sua architettura, in occasione di avvenimenti che coinvolgono da vicino la nostra vita cristiana, come accade nella festa dei santi Pietro e Paolo.  E’ bello poter seguire anche solo dallo schermo della tv la grande celebrazione per il conferimento del pallio a un gruppo di arcivescovi tra i quali il neoeletto arcivescovo di Gorizia Giampaolo Dianin, accompagnato dai fedeli delle diocesi di Chioggia e Gorizia. Il corteo che attraversa la navata, sacerdoti, vescovi, i cardinali convocati per l’annuale concistoro e papa Leone, si sviluppa come un abbraccio alla folla di fedeli che riconoscono i propri pastori da tutte le zone della terra. La solennità della celebrazione, con la compostezza e l’ordine dei partecipanti, il calore dei canti, l’armonia dei gesti precisi ma non artefatti, la chiarezza e incisività delle letture e dell’omelia, ci convocano dai quattro angoli della terra per ‘abitare la casa del Signore‘. La fede in Gesù Cristo non è solo una luce personale e privata che illumina la mente e riscalda il cuore; essa ci costituisce nell’unità della Chiesa rendendoci appartenenti l’uno all’altro in una dipendenza che non mortifica, ma esalta e rilancia l’esistenza di ciascuno. Disseminati nei continenti, e quasi dispersi nel deserto di paesi e città, nel tumulto di strade che si aprono a tutte le direzioni, nei viaggi per mare e per cielo, nella diversità di lingue, culture, tradizioni, sperimentiamo visivamente i colori dell’unità. L’esperienza della cattolicità dona respiro alla nostra vita quotidiana, si tratti del livello di lavoro pastorale che non manca mai nella vita del prete, o delle circostanze che appesantiscono o alleggeriscono il ritmo della giornata. La nostra piccola vita si intreccia con la grande storia della Chiesa, dagli apostoli e dai primi martiri di Roma ai cristiani che soffrono a Gaza e nel Libano. Nella vicenda della nostra diocesi, sorpresa e sospesa per l’imprevisto cambio del vescovo, non navighiamo smarriti in una barca solitaria. Partecipi della grande Chiesa di Dio, prende valore il legame con papa Leone XIV, punto di unità e guida per tutto il popolo cristiano. Avvertiamo con dolore lo strappo di quei fratelli cristiani che decidono di rimanere ‘fuori casa’ rompendo il vincolo con Pietro. Come potremmo dirci cristiani, staccati dalla roccia donata come fondamento? Diocesi e parrocchie, gruppi di riferimento e tutte le modalità associative e comunitarie dove cresce e germoglia la pianticella della fede, diventeremmo alberi secchi qualora ci staccassimo dall’unità della Chiesa. La vitalità di quella che noi continuiamo a definire ‘la nostra piccola diocesi’ ci accompagna con il Vangelo proclamato nella liturgia, la guida autorevole dei pastori che non predicano se stessi ma seguono Gesù, la testimonianza di fratelli e sorelle che ci riconducono al centro della fede; tutt’intorno, il giro delle amicizie e delle iniziative, la fragilità dei caratteri e la saldezza dei temperamenti, la fede popolare e l’attesa dei ragazzi e dei giovani. Niente di quello che viviamo, professiamo, operiamo ci appartiene e ci definisce, eppure “Tutto è nostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio”.

Appartengo alla generazione del pane; la generazione delle persone che hanno mangiato pane e non creckers, pane e non pasticcini; la generazione dei ragazzi per i quali il primo compito di fiducia che veniva affidato era: “Va’ a prendere il pane”. “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Il pane per ogni giorno, fresco, anzi caldo. Ogni giorno, quotidiano. Come la casa, come la vita che il Signore ci regala, un boccone al giorno. Un pane ‘rispettato’, amato, condiviso. Un pane che non si spreca, nemmeno una briciola. Il pezzettino di pane caduto per terra viene raccolto, lo si bacia e lo si mette in bocca.

Gesù moltiplica i pani per tutta quella gente con i cinque pani e i due pesci del ragazzo che s’è portato la provvista di tutta la famiglia. Gli apostoli raccolgono dodici ceste. Pane condiviso, pane moltiplicato. Continua ad accadere nelle circostanze della vita. Lo senti fiorire nel racconto di una cena di fraternità a cui non hai potuto partecipare per un improvviso inceppamento muscolare: condivisione della situazione di un’amica in rianimazione dopo un incidente, partecipazione al dramma di un’altra famiglia. Lo sguardo sulla situazione non si scurisce nella tenebra della solitudine, ma si apre a riconoscere la Presenza di Colui che ama e accompagna esattamente in quello che ci sta capitando. Indotto a rimanere a casa, ti ritrovi circondato di premure che rispondono ad ogni incombenza sanitaria e alimentare. Non è solo il servizio fraterno, è il gusto di appartenere a una storia che permane, una compagnia che rende concreta la fraternità, un senso della vita donato dal Risorto che vive. Non avendo possibilità di partecipare in presenza, le brevi parole previste per un incontro in un Centro parrocchiale prendono il largo sulla barchetta dei social. Anche la ’omelia’ della Messa festiva non celebrata rimbalza breve breve da un cellulare all’altro. Il pezzo di pane donato a Gesù si moltiplica nelle sue mani, da quando Lui ha trasformato la serata dell’addio nel circolo dell’amore di Dio e dell’amore fraterno. Da quel pane spezzato è nata e ancora nasce la Messa, vive la Chiesa. Un solo pane, un solo corpo. I cristiani anima del mondo non per grandi imprese dentro l’impero romano, ma come esperienza di unità e vincolo di pace. Il pane condiviso fa rivivere alle persone il ‘sacrificio’ della Messa come offerta fruttuosa ‘per voi’ e per tutti’. Rivive il segno sacramentale: il pane dell’Eucaristia non è un segno che rimanda a un’altra cosa, come la bandiera che indica la patria, o l’anello che indica l’unità dell’amore. Il pane eucaristico ‘è’ misteriosamente il corpo di Cristo: “Prendete e mangiate: questo è il mio corpo”. Non ‘rappresenta’ ma è.

Così la vita del cristiano, nella salute e nella malattia, nel giro delle incombenze quotidiane e nell’impegno delle cose importanti, diventa il luogo dove Cristo vive e opera, muore e risorge. Come racconta il vescovo Ignazio di Antiochia che va al martirio come ‘frumento di Dio macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo’. Nell’imprevista degenza all’ospedale di una coppia per il ‘solito’ incidente che esige un intervento operatorio, alla domanda su ‘Come procede?’ la moglie risponde: “Mio marito ha passato una notte buona. Io un po’ meno, ma sono lieta, che strano! Sono ben accompagnata, la preghiera si fa sentire”. E’ il miracolo della Sua Presenza, il miracolo del ‘pane’ condiviso.

 

Mentre celebro l’Eucaristia nella piccola parrocchia, il bambino è là, in prima fila accanto alla mamma che tenta di arginare in qualche modo i suoi movimenti. A fine messa, viene spontaneo avvicinarmi con un sorriso… e ringraziare per la ‘partecipazione attiva’. Accanto a bimbo e mamma, in una carrozzina silenziosa, una creaturina piccolissima dorme e scuote i braccini. “Quanto ha?” chiedo alla mamma. “Quindici giorni…” risponde. Prima di messa, sulla stradina accanto alla chiesa avevo visto una finestra fiorita con il nome della bambina ben disegnato! La mamma dice: “Tre più una: tre maschietti e una femminuccia”. Il maschietto sorride e finalmente dice il suo nome. Ecco, nella piccola comunità, il miracolo della vita.

Sfogliando il quotidiano di giornata trovo la cronaca della Manifestazione per la Vita a Roma, con la testimonianza di Andrea Bocelli, il grande tenore non vedente acclamato nel mondo: “Esistono non quattro ma cinque operazioni matematiche, e la quinta non si studia a scuola: è la cooperazione e nasce sempre con un gesto d’amore. Io l’ho imparata prima ancora di nascere. Mia madre, a cui i medici sconsigliarono di portare avanti la gravidanza, scelse di fidarsi della vita e di non sottrarsi. Devo tutto a quella scelta”. Intuisco con timore e tremore quello che accade a una donna che diventa madre una volta, quattro volte, addirittura sette o undici volte, come accadeva un tempo secondo la grazia che fece nascere noi anziani. Un mondo da scoprire. Nello stesso giornale mi imbatto in un articolo con questo incipit: “Quando sono rimasta incinta la prima volta, non mi sarei mai aspettata di vivere un’esperienza fisica così intensa. Il mio corpo non era mai stato tanto pesante, affaticato, lento e indolenzito. Ma allo stesso tempo non mi ero mai sentita tanto viva, centrata e in collegamento con me stessa, con il mondo e con questo altro che, in maniera del tutto inaspettata, aveva stravolto il mio corpo, prima ancora della mia vita”. Parla una donna filosofa che ha avuto altri due figli e confessa: “Per cercare di capire cosa succedesse al mio corpo durante la gravidanza ho letto moltissimo, spulciando nella mia biblioteca di filosofia dove però ho trovato poco e niente…”. Marie Leborgne Lucas ha scritto un libro dal titolo Un corpo per due. Una filosofia della gravidanza”, Vita e Pensiero, pp 232, viaggio dentro l’esperienza della gestazione osservata non soltanto come fatto biologico, ma come evento umano, relazionale e culturale. La donna descrive una realtà umana comune eppure così sorprendente: “La filosofia della gravidanza riguarda tutte le donne, anzi di più: riguarda tutti noi, in quanto provenienti da quel corpo che ha rappresentato il nostro mondo.” E nota: “In principio l’essere non è separato, isolato. In principio, prima di esistere per sé stesso, l’essere viene portato, accolto.”

Che ne è allora dell’uomo occidentale che pensa se stesso come individuo indipendente, separato dagli altri, che si costruisce da solo e non deve niente a nessuno? In sostanza, il mito dell’uomo che si è fatto da sé produce una cancellazione definita come ‘matricidio’. Guardando noi stessi scopriamo la nostra dipendenza originaria: ciascuno di noi ha cominciato a esistere in una relazione. Abbiamo tutti un'origine comune: 'nati da una donna'. Ogni autonomia si costruisce nella relazione che si allarga a fratelli, amici, al prossimo che incontriamo. E’ nella nostra stessa origine che possiamo intravvedere il fondamento della fraternità e della pace.

 

 

Nel linguaggio della scienza, della tecnica, della filosofia e perfino nel discorrere comune, volano parole grandi e grosse che superano il confine dell’umano. L’enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone ne riferisce due. La prima è transumanesimo, definita come potenziamento dell’essere umano attraverso le tecnologie per aumentarne prestazioni e capacità. La seconda, più radicale e decisiva, è postumanesimo che prospetta una ibridazione tra essere umano, macchina e ambiente, fino a entrare in un nuovo stadio evolutivo dell’umanità. Non è una novità che l’uomo tenda a superare se stesso. La storia è il racconto del continuo superamento dell’uomo dal punto di vista intellettuale e affettivo e soprattutto tecnico e funzionale; per secoli ci si è mossi a piedi, mentre oggi si comunica istantaneamente da un capo all’altro del globo.
Le novità segnalate dal papa tendono a superare l’umano sconvolgendolo dall’interno, con la pretesa di ‘creare’ un ‘altro’ essere umano e quindi una ‘altra umanità’. Il papa reagisce a questa drammatica eventualità segnalando due piste. La prima è la valorizzazione del limite, personale e funzionale, che prima di essere un ostacolo da superare, è una dimensione da vivere. Tutto ciò che appare come limite non è ‘un di meno’, ma un richiamo ad aprire nuovi spazi di intelligenza, amore, umanità. Si potrebbero citare esempi all’infinito, in particolare raccontando la storia della medicina e della carità. La seconda pista conduce al cuore della promessa cristiana, che parla di ‘uomo nuovo’, vita nuova, rinascita. Fino a pochi decenni fa era in uso negli ambienti cristiani il termine ‘soprannaturale’, per indicare quel che ‘supera’ la capacità umana. Prima e oltre i tentativi della scienza e della tecnica, il cristianesimo apre la possibilità di generare una creatura nuova. Con la differenza che mentre il transumanesimo e il postumanesimo aggiungono elementi esterni che ne deformano la struttura, la grazia soprannaturale la conduce a piena realizzazione. Entra in gioco Dio, che fa fiorire la natura creata come i fiori di un suntuoso giardino. “Ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera”, dice l’Enciclica. Non l’uomo-robot modificato con nuovi aggeggi, ma un uomo spalancato alla relazione con Dio e con il prossimo. Questa è la vera 'salvezza', che la tradizione orientale la chiama senza timore 'divinizzazione', partecipazione alla vita di Dio attraverso lo Spirito Santo che ci abita e ci trasforma. Che siano esistiti ed esistano uomini così, lo dice la storia. Dalle origini fino ai tempi moderni, insieme con persone che hanno provocato tragedie, sono vissuti donne e uomini magnifici che hanno elevato il tono dell’umano liberandolo dal male e aprendolo a una novità di bene. Per i tempi moderni il papa cita tra gli altri Martin Luther King, Nelson Mandela, Madre Teresa, Dorothy Day. Anche nella nostra esperienza quotidiana si ritrovano persone che hanno vissuto con una misura estesa e profonda. La memoria riporta una varietà di storie di preti e suore, monaci e consacrati, mamme e papà, lavoratori della terra e dell’artigianato, persone malate e sane, operatori di pace e di carità nelle case e nelle strade. Quella tensione al ‘di più’ che abita il cuore di ognuno, non trova risposta frantumando i confini dell’umano attraverso le promesse dell’intelligenza artificiale, ma nel dono di una pioggia leggera che fa germogliare fiori e frutti: è la ‘grazia’ che ad ogni generazione rinnova la faccia della terra con una potenza soprannaturale che ci fa ‘simili a Dio’.

 

 

Nello scoppiettante dialogo fra i tre relatori che ragionano del ‘bene della vita’ nell’incontro combinato tra Fondaco e Festival Biblico Giovedì 28 maggio, vola una scintilla che ne rappresenta un po’ la sintesi. Guido Marangoni, papà di Anna, bimba meravigliosa che possiede un cromosoma in più, racconta di intervenire sulle pagine di ‘Buone notizie’ del Corriere della sera, con una nota settimanale. Aveva pensato di mettere come titolo: ‘Il Vangelo di Anna’, tramutato poi in ‘La Buona Notizia di Anna’, più opportuno per un giornale laico, anche perché, poi, Vangelo e Buona Notizia coincidono.

Uscendo grato e lieto dalla serata brillante, mi vien da rilevare che la scelta di non esprimere alcun riferimento cristiano è in uso anche in ambienti cattolici: per parlare a tutti occorrerebbe nascondere l’appartenenza religiosa. La mente mi si affolla di una miriade di esempi, che vanno dalla decantata ‘neutralità confessionale’ di alcune ‘nostre’ proposte pubbliche, al fatto che preti e religiosi hanno smesso in buona misura qualsiasi segno esteriore di riconoscimento. Libertà per tutti! Accade tuttavia di venire interpellato in luoghi pubblici - fosse solo per una indicazione stradale o per una questione personale - proprio perché sei riconosciuto come prete. La possibilità di ‘arrivare a tutti’ non viene dall’oscuramento dell’identità, ma dall’apertura della mente e del cuore verso persone e situazioni.

Coincidenza vuole che alla fine della stessa serata mi arrivi un messaggio via mail di due fidanzati che raccontano il loro cammino di preparazione al matrimonio, dove non ci si limita alle questioni psicologiche e giuridiche. Dopo aver chiesto il permesso, ecco la bella testimonianza di una fede libera e aperta:

Io e il mio fidanzato abbiamo scelto il sacramento del matrimonio perché, nel cammino del nostro fidanzamento, abbiamo riconosciuto la presenza viva di Cristo accanto a noi. Non è stata soltanto una decisione nata dall’amore che proviamo l’uno per l’altra, ma dalla consapevolezza che Dio ci stava chiamando a costruire qualcosa di più grande: un amore vissuto nella fede e nella sua presenza. Fin dall’inizio abbiamo desiderato mettere Cristo al centro della nostra relazione, e questa scelta ha trasformato il nostro modo di amarci. Nei momenti belli abbiamo imparato a ringraziare, in quelli più difficili a sostenerci senza sentirci soli. Proprio nelle fatiche la sua presenza ci dona pace, forza e la certezza di essere accompagnati ogni giorno. Abbiamo scoperto davvero che Dio “fa nuove tutte le cose”, anche il modo di amare, di ascoltare e di camminare insieme. Un dono prezioso nel nostro percorso è stato il cammino fidanzati vissuto con il movimento francescano, che continuiamo ancora oggi nella fraternità famiglie. Attraverso questa esperienza abbiamo potuto vedere concretamente la bellezza di una vita condivisa nella fede: famiglie unite dall’amore di Dio, capaci di accogliersi, aiutarsi e camminare insieme. Lì abbiamo davvero capito quanto sia bello vivere la fede insieme agli altri e sentirsi parte di una famiglia più grande. Nei gesti semplici, nelle parole condivise e nella quotidianità abbiamo percepito l’amore di Dio farsi presenza viva nelle nostre vite. È un amore che tocchiamo con mano ogni giorno anche attraverso le tante persone che stanno pregando per noi in attesa del nostro matrimonio. Per questo desideriamo sposarci in Chiesa: perché sentiamo che il nostro amore trova la sua pienezza in Dio. Vogliamo costruire la nostra famiglia affidandoci a Lui, certi che, con Cristo al centro, anche le fatiche possano diventare occasione di crescita e ogni gioia possa essere vissuta con un cuore ancora più pieno”.

La figura del cardinal Ravasi, tante volte incontrata in tv e nelle pagine di libri e di innumerevoli articoli, si è finalmente concretizzata nell’atteggiamento di una persona cordiale e aperta, lucida di mente e lineare nell’esposizione. La folla che ha gremito la cattedrale di Chioggia in occasione del Festival Biblico, lo ha accolto con un applauso che alla fine dell’incontro è diventato quasi un’ovazione. Siamo tutti stati catturati dalla sua descrizione piana, precisa, coerente, di che cos’è il limite secondo la Bibbia. Con un’autorevolezza pacata e convincente, il cardinale ha disegnato due ‘tavole’ per descrivere quel ‘limite’ strutturale che ci definisce come creature. Secondo Wittgenstein, filosofo del Novecento, studiare l’uomo è come circoscrivere i contorni di un’isola, ma da qui ‘ho visto le frontiere dell’oceano’. Paradossalmente, è un limite dentro il quale Dio stesso si ritira per far posto all’uomo creato. E’ il limite che sospinge Adamo – l’uomo! - nel desiderio dell’altro, dell’altra che gli viene donata in una corrispondenza perfetta al suo bisogno di relazione. E’ anche il limite che Adamo-Eva sorpassano invadendo il territorio di Dio, e sprofondando nella solitudine. Sarà altra la risposta che Dio, nel corso della storia successiva, gli darà, attraverso il Figlio fatto uomo: il divino diventa creatura. Cristo raccoglie tutto il limite umano: paura, solitudine, tradimento, torture, silenzio di Dio, morte per asfissia; la sua estrema ferita diventa feritoia attraverso la quale passa la luce della risurrezione e per noi il dono di una vita senza confini.

Nel limite di Gesù, il cardinale fa brillare la bellezza della sua umanità, percepita perfino dai soldati inviati a catturarlo, i quali tornano indietro a mani vuote e dicono ai capi-popolo loro mandanti: “Non abbiamo sentito mai nessuno parlare come quest’uomo”. A mezzo fra l’Adamo della Genesi e il nuovo Adamo Cristo, ci viene mostrato il racconto di Giobbe, che il cardinale definisce ‘uno dei dieci libri più preziosi dell’umanità’, dove viene  descritta la maledizione del peccato e dell’abbandono di Dio. Chi ci può salvare da questo limite estremo se non l’intervento di Dio? E’ Lui che rovescia i potenti e innalza i piccoli. Ravasi propone una carrellata di personaggi che stanno tutti in ultima della fila. Dio sceglie Giacobbe, Mosè, Geremia, Davide, i più difettosi e i più piccoli, e continua poi con Maria la serva innalzata, con le beatitudine che esaltano i poveri, con la scelta di Pietro pescatore e di Paolo persecutore; costui avverte il limite di una spina che gli brucia la carne, e non gli viene sottratta nonostante ripetute richieste; Dio gli dice: “Ti basta la mia grazia”.

Dovremo dunque pregare perché ci siano tolti i nostri limiti? Ravasi cita uno scrittore decisamente ateo, restio per tutta la vita a svelare il segreto della figlia fortemente limitata nella salute; in un racconto di Ennio Flaiano Gesù torna sulla terra, tutti i malati gli corrono incontro e lui guarisce tutti, con grande clamore. Un giorno Gesù se ne va finalmente solitario in una strada deserta; incontra un padre con una figlioletta malata in carrozzina. Gesù si avvicina per guarirla. Il padre gli dice: “Non voglio che tu la guarisca, ma che la ami”. Gesù la bacia e la lascia com’è. Realmente, nella normale esperienza e in quella più drammatica che sperimentiamo in noi stessi e negli altri - conclude il vescovo Giampaolo – “i limiti sono benedetti perché fanno desiderare Dio, fanno amare la terra e amare gli altri”. Ci basta la Sua Grazia.

 

DENTRO IL MONDO, MISSIONARIA CON LA CHIESA

“Un silenzio totale verso Dio… Un pericolo maggiore si avvicina alla Chiesa senza far rumore: il pericolo di un tempo, di un mondo, in cui Dio non sarà più negato, non sarà respinto, ma semplicemente escluso. In cui Dio sarà impensabile…” Così scriveva nel 1962 Madeleine Delbrel. Dopo trent’anni vissuti in mezzo a persone travolte dall’ateismo predicato e proclamato dal marxismo, intravvede un tempo in cui non è più necessario combattere Dio, perché “Dio è morto” nelle coscienze e nella società. E’ questo anche il nostro tempo? Non va più di moda dichiararsi atei, nei social e nelle chiacchere tra amici. Semplicemente, di fronte alle situazioni e ai problemi della vita, la questione Dio non si pone, e si va per altre strade, che non siano quelle della fede, alla ricerca di esperti che non appartengano al mondo della religione. Madeleine Delbrel ne parlava a un circolo di studenti il 16 settembre 1964; due mesi dopo, il 13 ottobre, in meno di un quarto d’ora, mentre stava scrivendo, Madeleine Delbrel moriva a sessant’anni. Raccontava agli studenti di essere nata in una famiglia non credente, in balia degli spostamenti di un padre ferroviere, e di aver trovato persone eccezionali che le dettero l’insegnamento della fede. A Parigi, altre persone eccezionali le dettero una formazione contraria. A quindici anni era strettamente atea. A vent’anni una ‘conversione violenta’, dopo una ricerca religiosa razionale: “D’un solo colpo ero stata e resto abbagliata da Dio”.  Una decina d’anni dopo va ad abitare con due compagne a Ivry, periferia di Parigi, ‘per vivervi liberamente il Vangelo’. Trova una città perfettamente comunista, del comunismo duro dell’epoca staliniana, interamente ateo. Racconta: “Dal momento in cui ci si individua come ‘preti’, ci accadde di ricevere pietre nella strada, come ne ricevevano i…preti stessi”. In un ambiente chiuso e ostile, vive e lavora come tutta la gente, partecipando alle lotte per la giustizia e mantenendo la fede cristiana e un proposito di ‘bontà’ verso tutti, secondo lo stile che vedeva impersonato in papa Giovanni XXIII. “Evangelizzare – ella dice – è essere un informatore, è annunciare una notizia a qualcuno. Una novella nel senso di ‘ultima notizia’, non una lezione di storia, ma una ‘attualità’.” Come racconta in Noi delle strade, si tratta di una notizia che “mette in causa il senso stesso della vita, per cui questo informatore si fa testimone del fatto stesso che annuncia”. Lei sa bene che i veri marxisti si interessano ai fatti; quando la fede pone un fatto, essi non ridono, ma lo prendono in  considerazione. Il fatto diventa così la sua stessa vita: “Vivere come Gesù Cristo ha detto di vivere, fare ciò che Gesù Cristo ha detto di fare e farlo nel nostro tempo…. la dottrina da fornire è Lui stesso, il racconto della sua vita”. Con il suo piccolo gruppo, rimanendo nello stato laico, vive il Vangelo esercitando la professione di assistente sociale. Partecipa alla costituzione di un comitato per il mutuo aiuto fra disoccupati; vi aderiscono altri cristiani, svolgendo un enorme lavoro pratico. “In quel fatto c’è qualcosa di ben più enorme ed è l’incontro della Chiesa con gli uomini miscredenti nella città”. Come Giovanna d’Arco, afferma che “Gesù Cristo e la Chiesa sono tutt’uno” perché la Chiesa è ‘Cristo oggi’. Nel travaglio di situazioni complesse, rimane vivo in lei l’appartenenza alla Chiesa: “Noi non siamo dei salvatori se non siamo la Chiesa”.

 

La fede è una storia. Cresce con la nostra vita, si incrementa con gli avvenimenti che incrociamo e con gli incontri che accadono. Ce ne accorgiamo in modo vivace nel mezzo di circostanze imprevedibili. E’ capitato nei giorni scorsi. Mi trovo a proporre la breve omelia della messa feriale in un giorno non programmato, festa di San Mattia tredicesimo apostolo aggregato dopo la risurrezione di Gesù. Le letture della Messa offrono l’opportunità di accennare alla conclusione della fase diocesana della causa di beatificazione di don Luigi Giussani, prevista per il pomeriggio. A mezzogiorno arriva di sorpresa l’annuncio che il vescovo della nostra diocesi, Giampaolo, viene nominato arcivescovo di Gorizia. Ancora una volta - in un tempo imprevisto e imprevedibile – un cambio, proprio mentre vanno maturando alcuni frutti della azione pastorale del nostro vescovo. A conti fatti, è il ‘mio’ sesto cambio di vescovo. Se la vita del popolo cristiano è sempre legata al vescovo, alla sua persona e alla sua azione pastorale, questo vale ancor più per un sacerdote diocesano. La tua storia corre in parallelo con la sua, il tuo cammino è segnato dal cammino che il vescovo imposta per la diocesi, e in particolare da quelle decisioni che vengono a toccare personalmente la vita del singolo sacerdote. La memoria percorre il tempo passato. Evocando il racconto della ‘Montagna dalle sette balze’ nella quale il monaco Thomas Merton vedeva raffigurata la sua vita, ti vedi saltellare da una mansione a un’altra, dal mare alla laguna, dalla città alla campagna, dalla stanza dello studio alla strada del quartiere. Tuttavia non sono tanto i cambiamenti logistici o i confusi traslochi a determinare i tratti della storia di un prete. Sono piuttosto gli incontri che impostano la vicenda della fede, segnano i passi dell’adesione a Cristo e determinano i tratti dell’impresa di edificare la Chiesa nel mondo.  Dopo la trafila degli anni di formazione in seminario, è lo scontro vivace con la novità degli anni del Concilio, mentre il mondo sembra rovesciarsi da sotto in su con i sommovimenti del ’68 e il contraccolpo delle ‘rivoluzioni’ giovanili. Ti domandi come mai la tua vocazione non si è perduta, il cuore non si è smarrito, la mente non si è confusa. Fosse stato solo per te, per la tua capacità di tenuta, per la tua misura sbrigativa… In compagnia di amici preti e laici, sei stato raggiunto dalla grazia di una storia bella, che proprio oggi viene evocata nella celebrazione per la chiusura della causa di beatificazione di Giussani. La strada che hai percorso nella Chiesa con la variegata compagnia di vescovi e sacerdoti, ha intercettato un santo, è stata illuminata da una sapienza impensata, e il tuo breve cerchio d’onda è stato trascinato in un mare più vasto. Tante piccole storie sono entrate nella grande storia della Chiesa, segnata da preti santi, laici adulti e giovani che hanno amato Gesù e hanno vissuto l’esistenza come missione. Mentre ti invade una gratitudine lieta, ti sorprendi a riconoscere che l’avvenimento cristiano passa di generazione in generazione. Ne percepisci l’eco in un messaggino che arriva mentre segui sul computer la cerimonia del cammino di santità di Giussani a Milano: “Mio nipote Michele è lì! Capite la commozione di uno che contempla da casa sua quella comunicazione che da noi, dalla nostra sgangherata postazione cittadina, ha raggiunto figli e nipoti con questa efficacia e verità…!?!“

foto:

+ Don Luigi Giussani con papa Giovanni Paolo II

+ Il vescovo Giampaolo Dianin con papa Leone XIV