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Non l’avessi sentito con le mie orecchie, stenterei a crederlo. Nella trasmissione di Rai3 che si ascolta volentieri nei giorni feriali a cavallo delle ore 13, Vito Mancuso taglia via la credibilità della risurrezione di Gesù perché i quattro evangelisti che la raccontano divergono sul numero delle donne che vanno al sepolcro e lo trovano vuoto: erano una, o due, o quattro? Non si accorge - lo studioso dei Vangeli – che le differenze marginali sulla documentazione di un fatto raccontato da testimoni diversi sono segno di autenticità e di credibilità. Chi ha mai sentito raccontare con identici particolari da persone diverse lo stesso fatto che hanno vissuto?

Mancuso mi aveva già fatto sobbalzare in un precedente libro in cui si mostrava scandalizzato per il fatto che Dio dice ad Abramo di uccidere il figlio; Abramo sale il monte e alza il coltello per uccidere Isacco; l’angelo del Signore gli ferma la mano. Mancuso esclama: “Un Dio così non può esistere”. Non si accorge – il teologo! – che proprio attraverso questo episodio Dio abolisce i sacrifici umani e sconfessa i sacrifici puramente esteriori, domandando l’offerta del cuore. Se il nostro autore si professa teologo, dica che la sua è una religione da lui inventata, diversa da quella di Cristo e dei Vangeli professata dalla Chiesa. Quando si stacca ‘Cristo’ da ‘Gesù’, quasi si trattasse di due persone diverse, e si riduce il cristianesimo all’idea di ‘fare il bene’, qui il cristianesimo finisce; crolla la possibilità di sapere quel che è bene e svanisce la forza di compierlo. Uomini e donne fragili come siamo, incapaci di salvarci da soli, la sola morale non ci basta.

Abbiamo il dono di aver ricevuto e di professare la fede in Gesù Figlio eterno di Dio, fatto uomo e Salvatore. Morto e risorto, Egli ci accompagna e sostiene con la Chiesa e i suoi sacramenti. E’ l’avvenimento raccontato dai Vangeli e spiegato in termini inequivocabili dal concilio di Nicea, che già 1700 anni fa ha sbarazzato le letture insufficienti o sbagliate sulla figura di Cristo.  La storia documenta altri esempi del mistero di Cristo presentato con approcci menzogneri. Tra i più famosi, quello di Renan, che un secolo e mezzo fa scrisse una vita di Cristo immaginaria: i racconti del Vangelo ridotti a simboli, la risurrezione di Cristo diventata una immaginazione della esaltazione amorosa della Maddalena… Renan cancella il realismo del Vangelo, taglia ogni riferimento ad usi e costumi del tempo, tralascia le scoperte di studiosi e archeologi che confermano la verità storica dei Vangeli. Nell’epoca del romanticismo, rimane solo l’esaltazione del sentimento.

La vita cristiana si nutre con la lettura realistica del Vangelo, in sintonia con la fede proclamata e praticata nei secoli dalla Chiesa. Entrando nella storia raccontata dai Vangeli, veniamo introdotti a sperimentarne la validità per la nostra storia personale. Lo facciamo in compagnia di buoni maestri. I discorsi di Papa Leone a Natale e nei giorni seguenti ci ricentrano sulla figura reale di Cristo, così come le udienze del mercoledì a conclusione dell’anno liturgico, dedicate alla risurrezione del Signore; e insieme il limpido e preciso documento su Nicea, con la visita alla città del concilio. Abbiamo la grazia di percorrere i tre libri di Papa Benedetto sulla vita di Gesù, e possiamo pure ascoltare la voce di don Luigi Giussani, che racconta il Vangelo avendo davanti agli occhi e al cuore Gesù vivo e reale.

  1. Beato Angelico, Donne al sepolcro di Gesù, 1439

2. Gerard van Honthorst, L’adorazione dei Magi, 1622, Colonia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un buco nero in cui affondano gli sguardi, i giudizi, le valutazioni, sommersi nella voragine del nulla: come un palombaro che sprofonda sfilandosi dallo scafandro. Di fronte a persone che colorano di nero la vita e le cose, cancellando ogni volto e rinnegando ogni avvenimento, viene voglia di scappare, andando a respirare l’aria che fa vivere.

C’è un’alba che sorge, una vita che ricomincia, una misericordia che rigenera, una speranza che rinasce. Se non la possediamo noi, la vediamo spuntare nella luce del mattino, nel sorriso di un bimbo, nell’invito di un amico, nello sventolio della bandiera. E’ la luce che rispunta la notte di Natale e illumina i giorni che seguono, spandendosi tra le macerie della guerra, dell’egoismo, dell’isolamento, della cattiveria. Come scuotere chi si ritira dagli altri per disprezzo, senza vedere i fiori che spuntano tra le rocce e in mezzo ai sassi? E anche, cosa dire alla donna che ha perso figlio e marito, poi i ladri in casa hanno razziato i suoi pochi beni? Lei ha il coraggio della preghiera, e si abbandona alla provvidenza. Quando ti vengono raccontate le miserie della vita, non puoi ammansire la tragedia spargendo piume al vento. Occorre una mossa. Non è tua la mossa, è Colui che si muove dal cielo in terra a vivere con noi, trasformando in bene questa vita che alcuni denunciano sporca e solitaria, inutile e sprecata.                                                Quando gli occhi si aprono a vedere tanta voglia di vivere attorno al papa che per settimane racconta la risurrezione di Gesù nelle udienze, va a Nicea a cantare la divinità del Figlio di Dio, benedice i Bambinelli che i ragazzi gli presentano in piazza san Pietro, e scende a venerare il Bambino di Betlemme nel presepio. La luce si espande tutt’intorno: diventa speranza tra i cristiani della Palestina, bloccati da innumerevoli muri di frontiera; diventa misericordia per il peccatore che passa in rassegna la sua vita e ha un sussulto di ripresa; riluce in un lampo di gioia nel ragazzino che si infervora per una materia di scuola, nel malato pieno di gratitudine per il medico che lo guarda con affetto, nella sposa che continua ad amare il marito ‘difficile’, nel marito che ha pazienza con la sposa piena di pretese. La riconosci nella donna che viene a servirti e ti porta la spesa, e nel ‘solito’ straniero povero che tende la mano in strada. C’è speranza per un mondo nel quale la gente canta in chiesa, accompagna i ragazzi in strada a cantare l’annuncio del Natale, va in casa di riposo per il concerto ‘di una volta’, dialoga con l’anziano chiuso in stanza. Nel piazzale della Chiesa dopo Messa, i fedeli indugiano davanti a tavoli di patatine e fettine di panettone. In famiglia, i due fratellini cantano in inglese il Natale di chi riconosce il Signore che lo cerca e lo ama e poi accuratamente lo traducono.           Da dove comincia il mondo nuovo, da dove rinasce la speranza per tutti? “Venne ad abitare in mezzo a noi”. Nella grotta e per le strade, in casa e tra i bambini, nella famiglia che si ritrova grandissima con figli e nipoti. La liturgia prolunga i giorni del Natale e ci conduce a cantare e a pregare, a offrire e ricevere, davanti a un Bimbo piccolissimo che apre le porte della vita, fino a spalancare le porte del cielo.

foto: presepio nella Chiesa di S.Pietro in Volta, Pellestrina (particolare)

L’aria di Natale è avvolgente. Luci, colori, addobbi, festoni… Concerti, musiche, canti… Sfilate, bancherelle, mercatini… Prima, durante e dopo le feste, ci travolge l’assalto insinuante di mille spot pubblicitari.

Lo sapeva Gesù che il suo Natale avrebbe invaso così tanto case e palazzi, strade e negozi, occhi e cuori? C’è un bel dire che si tratta di un can-can superficiale, con la che pubblicità dimentica il Bambino, nascosto dalla barba bianca di Babbo Natale. Possiamo ben lamentarci che la sindaca di Genova non voglia il presepio in Comune, in buona compagnia con alcune scuole e istituzioni. Il Natale rimane una ricorrenza dalla quale non si sfugge. Lo si festeggia nel cenone con amici e parenti, nel giocone in famiglia con piccoli e grandi; lo si porta a volteggiare sulle piste di sci e a girovagare nelle visite alle città d’arte, fino a buttarsi in qualcuno dei grossolani film di stagione. Eppure si tratta appena di un bambino piccolo come tutti i bambini che nascono, e nascono piccoli. Come ha fatto a invadere così tanto il nostro mondo e un poco anche quello degli altri?

Inevitabilmente il Natale resta. Sparite o quasi le novene di Natale, resiste la Chiara Stella con ragazzini, genitori e magari anche il parroco, che ti vengono a cantare in casa. Resiste in qualche proporzione la Messa della Notte di Natale. Imperversano le ‘iniziative di bene’ del tempo natalizio, che si riversano in vecchi e nuovi rivoli. Permane uno stillicidio di confessioni, emergono qua e là i cori natalizi, spuntano iniziative di pace e incontri su raffinati temi di attualità. Brevi fiammate che presto si spengono, sotto le quali rimane una brace che continua a scaldare. L’aria di Natale si dilegua, ma non potremo scrollarci di dosso la nostalgia del Natale passato e l’attesa del Natale che verrà. La stella natalizia continuerà a percorrere il cielo e a lambire con un raggio la nostra anima.

Il Bambino crescerà e ce lo troveremo penitente e crocifisso, e subito risorto e glorioso. E’ vivo nel cuore di alcuni e nel fervore di qualche comunità, come una presenza che vigila e accompagna, un amico che ci intercetta nelle strade della vita e interloquisce con noi nelle circostanze che accadono. I nostri figli cresciuti non potranno ricordare le filastrocche di Natale che non sono mai arrivati a imparare, non avranno memoria dei presepi viventi ai quali non hanno partecipato come figuranti. Eppure non andrà perduta quell’immagine di bontà e di pace, quella nostalgia di bellezza pervasiva svelata dalle tele dei pittori che disegnano il Natale nella sua rotonda semplicità o nell’intreccio di colonne e di personaggi variopinti. Non svanirà l’attrattiva di rapporti pervasi dalla amicizia e riconoscenza di chi ha incontrato il Bambino. L’avvenimento del Natale, che attraversa la storia e percorre le strade al di là dei paesi cristiani, traccia la linea della verità dell’umano, del bimbo che nasce, del giovane che cresce e della ragazza che diventa donna; abbraccia l’umanità delle persone nel cerchio dell’amicizia, delinea il confine di un orizzonte che rimanda oltre, all’infinito che ci ha creati e che ci attende nell’ultimo destino. Per trovare la verità e la bellezza delle cose, per sperimentare il gusto della compagnia, avremo sempre bisogno di riconoscere che il Bimbo fatto uomo come tutti i nostri bimbi, è il Figlio di Dio che ci vuole uomini e donne vere, pieni di gusto del vivere e ricchi di speranza.

L’aria di Natale è avvolgente. Luci, colori, addobbi, festoni… Concerti, musiche, canti… Sfilate, bancherelle, mercatini… Prima, durante e dopo le feste, ci travolge l’assalto insinuante di mille spot pubblicitari.                                                                                   Lo sapeva Gesù che il suo Natale avrebbe invaso così tanto case e palazzi, strade e negozi, occhi e cuori? C’è un bel dire che si tratta di un can-can superficiale, con la che pubblicità dimentica il Bambino, nascosto dalla barba bianca di Babbo Natale. Possiamo ben lamentarci che la sindaca di Genova non voglia il presepio in Comune, in buona compagnia con alcune scuole e istituzioni. Il Natale rimane una ricorrenza dalla quale non si sfugge. Lo si festeggia nel cenone con amici e parenti, nel giocone in famiglia con piccoli e grandi; lo si porta a volteggiare sulle piste di sci e a girovagare nelle visite alle città d’arte, fino a buttarsi in qualcuno dei grossolani film di stagione. Eppure si tratta appena di un bambino piccolo come tutti i bambini che nascono, e nascono piccoli. Come ha fatto a invadere così tanto il nostro mondo e un poco anche quello degli altri?

Inevitabilmente il Natale resta. Sparite o quasi le novene di Natale, resiste la Chiara Stella con ragazzini, genitori e magari anche il parroco, che ti vengono a cantare in casa. Resiste in qualche proporzione la Messa della Notte di Natale. Imperversano le ‘iniziative di bene’ del tempo natalizio, che si riversano in vecchi e nuovi rivoli. Permane uno stillicidio di confessioni, emergono qua e là i cori natalizi, spuntano iniziative di pace e incontri su raffinati temi di attualità. Brevi fiammate che presto si spengono, sotto le quali rimane una brace che continua a scaldare. L’aria di Natale si dilegua, ma non potremo scrollarci di dosso la nostalgia del Natale passato e l’attesa del Natale che verrà. La stella natalizia continuerà a percorrere il cielo e a lambire con un raggio la nostra anima.

Il Bambino crescerà e ce lo troveremo penitente e crocifisso, e subito risorto e glorioso. E’ vivo nel cuore di alcuni e nel fervore di qualche comunità, come una presenza che vigila e accompagna, un amico che ci intercetta nelle strade della vita e interloquisce con noi nelle circostanze che accadono. I nostri figli cresciuti non potranno ricordare le filastrocche di Natale che non sono mai arrivati a imparare, non avranno memoria dei presepi viventi ai quali non hanno partecipato come figuranti. Eppure non andrà perduta quell’immagine di bontà e di pace, quella nostalgia di bellezza pervasiva svelata dalle tele dei pittori che disegnano il Natale nella sua rotonda semplicità o nell’intreccio di colonne e di personaggi variopinti. Non svanirà l’attrattiva di rapporti pervasi dalla amicizia e riconoscenza di chi ha incontrato il Bambino. L’avvenimento del Natale, che attraversa la storia e percorre le strade al di là dei paesi cristiani, traccia la linea della verità dell’umano, del bimbo che nasce, del giovane che cresce e della ragazza che diventa donna; abbraccia l’umanità delle persone nel cerchio dell’amicizia, delinea il confine di un orizzonte che rimanda oltre, all’infinito che ci ha creati e che ci attende nell’ultimo destino. Per trovare la verità e la bellezza delle cose, per sperimentare il gusto della compagnia, avremo sempre bisogno di riconoscere che il Bimbo fatto uomo come tutti i nostri bimbi, è il Figlio di Dio che ci vuole uomini e donne vere, pieni di gusto del vivere e ricchi di speranza.

Con linguaggio magniloquente e tuttavia efficace, il grande storico della Chiesa, Eusebio, così descrive il riunirsi dei ‘trecento’ vescovi al concilio di Nicea millesettecento anni fa: “Quando tutti furono riuniti, ciò che accadde si rivelò un’opera di Dio. In un solo luogo si erano raccolte persone lontanissime tra loro non solo nello spirito ma anche diverse fisicamente, per luogo d’origine e per provenienza; un’unica città accolse tutti costoro e a vedersi erano come un’immensa ghirlanda di sacerdoti, ornata dei fiori più belli”  Questa citazione, ripresa da un libro che racconta il concilio di Nicea dal punto di vista storico, viene paragonata alle parole con le quali Giovanni Battista Montini descrive l’inaugurazione del Concilio Vaticano II avvenuta l’11 ottobre 1962: “…i pastori d’anime di tutto il mondo, il loro numero, la loro varietà, le moltitudini dei popoli che sono dietro di loro, le fatiche pastorali, le persecuzioni, le speranze di cui quest’unica assemblea è espressione…”. Otto mesi dopo Montini diventa papa Paolo VI, segno visibile di unità

La storia continua. Il ritrovarsi insieme nella Chiesa è un fenomeno che si riproduce e si allarga, coinvolgendo vescovi e fedeli. Le ‘assemblee sinodali’ in corso in Italia e nel mondo manifestano la varietà e l’unità nella Chiesa, tra ministri sacri, religiosi, laici. La ‘sinodalità’ indica il cammino insieme tra vescovi e fedeli; si distingue da ‘collegialità’ che esprime l’unità dei vescovi come pastori della Chiesa. In un caso e nell’altro, che cosa permette ai cristiani di considerarsi insieme e di collaborare? Lo dice in modo lampante Papa Leone, nell’introduzione al suo libro “La fede cristiana in 10 parole”: “Questa pluralità diventa comunione nell’unico Cristo”. Ed è già scritto nel suo stemma episcopale: ‘In Illo uno, unum’.

La diversità e insieme l’unità dei cristiani si manifesta fin dall’origine. La vita di Gesù viene raccontata da quattro Vangeli diversi ma convergenti nella stessa storia e nella stessa figura di Gesù Cristo uomo e Figlio di Dio. La predicazione evangelica, dagli Atti degli Apostoli in poi, si svolge secondo lo stile di Pietro, quello di Giovanni, quello di Paolo e secondo lo stile di innumerevoli missionari. Una pluralità di sguardo, di amore, di accento che non ‘fabbrica’ tanti Cristi diversi, ma converge ad illuminare, approfondire, proclamare la grandezza e la bellezza dell’Unico Cristo. Diversità e unità continuano a manifestarsi nella storia della Chiesa e vengono a esprimersi nelle comunità e nelle persone. Storie e luoghi diversi, incontri e testimoni diversi, così come le lingue, le musiche, i temperamenti… Dove e come convergere nell’unità? La tentazione è sempre quella di guardare se stessi e la propria esperienza come la ‘forma unica’ della fede, con il rischio di emarginare espressioni diverse. Che cosa conduce all’unità e all’accoglienza reciproca?Riconoscendosi parte di un tutto che è Cristo, ci si apre a valorizzare il dono di ciascuno, il suo carisma personale e comunitario, per il bene della Chiesa e la sua missione, in un luogo particolare e nel mondo. L’unità è una radice che sempre fiorisce, un inesauribile cammino di fratelli e sorelle, ciascuno chiamato da Cristo a edificare nel mondo il suo Corpo, la Chiesa una, santa, cattolica, apostolica. Il riconoscimento dello stesso battesimo e della fede in Cristo, Figlio di Dio e Salvatore, fa convergere in unità i cristiani che appartengono a ‘confessioni’ diverse, come ha mostrato papa Leone nel suo viaggio a Nicea.

 

 

 

 

Il primo viaggio all’estero di Papa Leone prende occasione dal 1700° anniversario del Concilio di Nicea. Papa Leone l’ha fatto precedere da una Lettera Apostolica che ne dice i motivi e il valore: la si legge d’un fiato, perché spiega tutto in maniera facile e concreta. Con Nicea è in gioco l’esistenza del cristianesimo: se Gesù non è Dio, il cristianesimo è finito. Noi siamo cristiani perché – cita il papa – “Crediamo in Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, disceso dal cielo per la nostra salvezza”. Non siamo cristiani perché celebriamo la messa in un rito o in un altro, in una lingua o in un’altra. Non siamo cristiani nemmeno in quanto conosciamo i comandamenti e li pratichiamo, cosa per altro auspicabile. Siamo cristiani perché crediamo che Gesù Cristo è Dio. Insieme con noi cattolici lo credono ortodossi e protestanti di tutte le frange.

Non sono cristiani i testimoni di Geova e tutti coloro che pur leggendo il Vangelo non credono che Gesù è Dio; magari scrivono grossi volumi per stracciarne la figura, separando Gesù da Cristo.

Nei primi decenni del 300, a mettere espressamente e pubblicamente in dubbio la divinità di Gesù è un prete di Alessandria d’Egitto, che vuole ‘spiegare’ Gesù attraverso la filosofia platonica. Secondo Ario, Gesù sarebbe un “essere intermedio tra il Dio irraggiungibilmente lontano e noi. Inoltre, vi sarebbe stato un tempo in cui il Figlio ‘non era’”. Il cristianesimo viene picconato da Ario e seguaci, fra cui vescovi e imperatori, dalla città di Alessandria d’Egitto fino a Milano. Ben presto “il vescovo Alessandro di Alessandria si rese conto che gli insegnamenti di Ario non erano affatto coerenti con la Sacra Scrittura. Poiché Ario non si mostrava conciliante, Alessandro convocò i vescovi dell’Egitto e della Siria per un sinodo che condannò l’insegnamento di Ario”. Non bastò. La controversia si riaccese, portando “a una delle più grandi crisi della storia della Chiesa del primo millennio”. L’imperatore Costantino che “insieme all’unità della Chiesa vede minacciata anche l’unità dell’Impero”, interviene convocando un Concilio a Nicea. La lettera di Papa Leone ne spiega il contenuto, sottolineando l’unità di fede dei cristiani appartenenti alla “unica Comunità cristiana universale”.

Il viaggio a Nicea di papa Leone, la sua lettera, e tutti i suoi pronunciamenti, riconoscono che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è il cuore della vita cristiana: “Gesù non è solo Maestro, compagno, fratello e amico”. Il Credo niceno dice di più: Gesù Cristo è il Signore, Figlio del Dio vivente, che “ci conduce alla santificazione e alla divinizzazione”.

Cristiani di oggi, ci domandiamo: riconosciamo Cristo al centro della nostra fede e all’origine della vita? Oppure lo dimentichiamo, lo nascondiamo sotto la cornice, lo mettiamo in fondo alla fila dei nostri pensieri, propositi, iniziative, intraprese, organizzazioni, come se tutto dipendesse da noi, distraendoci dall’amore e dalla dedizione a Lui? Potremmo non essere ariani con le parole, ma lo siamo di fatto se togliamo Gesù dalla mente, dal cuore e dalle azioni. Cristiani che brigano in parrocchia e fanno opere di bene, ma non professano Cristo Dio e Salvatore: una carità senza Gesù, una pace senza Gesù, una vita senza Gesù, una ricerca della felicità senza Gesù, sono un inganno. Papa Leone lo mostra nel suo stile di preghiera e di vita, lo annuncia al mondo con il viaggio a Nicea, dove il primo Concilio proclama senza equivoci il Cristo dei Vangeli, Figlio eterno di Dio e nostro salvatore.

 

 

La vita fa incrociare coincidenze che provocano una ferita al cuore. Càpita di leggere la lettera lasciata dalla giovane donna che aveva chiesto l’accesso al suicidio assistito come prevede la legge del Belgio. Siska, stremata dalla depressione fin dall’adolescenza, scrive: “…Procedure, liste d’attesa, rimborsi… Sono stata rinchiusa in celle di isolamento, mi hanno sedata, mi hanno legata su barelle, ho visto gli infermieri alzare gli occhi al cielo, come per dire ’eccola di nuovo qui’…” La donna si sente sola e abbandonata, nonostante le cure; non trova nessuno che la tratti volendole bene come persona; sembra quasi che la sua richiesta di morire abbia voluto essere un tentativo di protestare contro un apparato medico e sociale incapace di guardarla negli occhi.

medical doctor comforting senior patient

Negli stessi giorni mi accade di partecipare al funerale di un’altra donna, madre di quattro figli dai dodici ai ventiquattro anni. Piena di desiderio di vivere, di capire, guarire, stare con marito e figli, gustare insieme la vita, Roberta ha avuto la compagnia di tante persone che l’hanno amata e l’hanno accompagnata a riconoscere Colui che risponde al suo grido umano. Al Dio che si è fatto uno di noi, a questo Amore più grande Roberta si abbandona con fiducia fino all’estremo abbraccio dell’eternità. Il figlio più piccolo, qualche giorno prima aveva detto: “Io sono felice se so che la mamma è felice”. Ora sa che la mamma è felice in Paradiso.

Che cos’è dunque questo cristianesimo che cambia il senso della vita e della morte, del dolore e della disperazione? Che cos’è questa fede che permette di portare senza disperazione il peso della sofferenza, di suscitare amicizie, intese, collaborazioni tra persone che, vivendo in condizioni estreme, entrano in contatto e pregano, si raccontano, si provocano, si affidano?

Se nelle circostanze drammatiche lo si vede in modo clamoroso, è anche nelle vicende del normale vivere quotidiano che il cristianesimo rivela la sua novità e bellezza e produce frutti preziosi. Come nel caso della donna che si reca in ospedale per abortire; un’infermiera sta con lei tutta la notte e alla fine la saluta: “Pregherò per te…”. La donna ci ripensa e il bimbo che nasce è un dono che illumina famiglia e parentado. Oppure la bimba colpita da una malformazione nel seno materno, che non avrebbe dovuto essere condotta alla nascita; i genitori la accolgono così com’è e la sua problematica presenza provoca un movimento di carità e di gioia che la accompagna fino all’età matura.   La novità umana del cristianesimo accade nella condivisione di una responsabilità e di un compito che ti potrebbero schiacciare, o nella collaborazione di un lavoro che viene partecipato in un’intesa non solo professionale, o più semplicemente nel gustarsi una vacanza in compagnia. E’ la presenza di un amore più grande, una linfa che attraversa le circostanze del vivere e le imbeve di un nuovo senso e di una nuova germinazione. Lo troviamo in persone ‘normali’, in famiglie semplici, nel modo di educare i figli, nel procedere dell’impegno professionale, nello svolgimento dei servizi più vari nel contesto del lavoro o nella comunità cristiana, tra sventure che incombono e provvidenze che accompagnano. Poiché lo troviamo in persone che ci vivono intorno, veniamo provocati a sperimentarlo di persona, per riconoscere e accogliere quel Gesù venuto tra noi perché abbiamo la gioia, e l’abbiamo in abbondanza.

Nicea, Costantinopoli, Efeso nella gloria dei santi e nell’unità dei cristiani

Chi lo direbbe? Le città nelle quali si sono svolti i primi tre Concili della Chiesa si trovano tutte nella odierna Turchia, al tempo in cui veniva chiamata ‘Anatolia’ o ‘Asia Minore’, distinta in varie zone geografiche. Il calendario della Chiesa cattolica riporta alla memoria i santi che sono legati a ciascuno di questi concili. Atanasio, diacono e poi vescovo, è il grande difensore della divinità del Figlio di Dio, prima, durante e dopo il Concilio di Nicea del 325 e subisce in diversi tempi l’esilio a causa del prevalere della corrente ariana; la liturgia ne fa memoria il 2 maggio, giorno della sua morte. Gregorio di Nissa e Gregorio Nazianzeno partecipano al Concilio di Costantinopoli del 381; insieme con Basilio Magno danno un grande contributo alla comprensione della Trinità, definendo la divinità dello Spirito Santo, terza persona con il Padre e il Figlio. Gregorio Nazianzeno e Basilio vengono ricordati il 2 gennaio, Gregorio di Nissa il 10 gennaio. Il 10 ottobre facciamo memoria di Leone Magno, il papa che tiene testa ad Attila e ai barbari invasori dell’Italia, e che invia una lettera al vescovo di Costantinopoli per affermare le due nature di Gesù Cristo, divina e umana. Il vescovo Cirillo, ricordato dalla liturgia il 27 giugno, è il protagonista del Concilio di Efeso nel 431, che afferma l’unione delle due nature di Gesù nella persona del Verbo; di conseguenza, Maria viene riconosciuta come madre di Dio, avendo generato nella carne umana il Figlio di Dio.

Grandi santi e dottori della Chiesa sostengono e accompagnano la fede che la Chiesa professa fin dalle origini accogliendo e vivendo quello che Gesù di Nazareth ha vissuto e viene poi raccontato nei Vangeli e celebrato nella liturgia del battesimo e dell’eucaristia. Nello scorrere del tempo, all’interno del popolo cristiano, tra vescovi, teologi, fedeli, emergono domande, contrasti, accuse reciproche. Sorgono ‘scuole teologiche’ con spiegazioni contrastanti. Con la domanda: Cosa crediamo quando proclamiamo un solo Dio in tre persone? Chi e che cosa in Dio è ‘uno’? Chi e che cosa in Dio è ‘tre’? Prima di Nicea lo si spiega anche in modi ridotti e sbagliati: esiste un Dio supremo – il Padre - e uno inferiore - il Figlio; i tre nomi – Padre e Figlio e Spirito Santo - sarebbero solo nomi diversi con i quali l’unico Dio si presenta al mondo… Cosa crediamo quando diciamo che Gesù è Dio e uomo? E’ forse diviso in se stesso? Che cosa in Lui è divino? Che cosa in Lui è umano? Come il divino e l’umano in Lui stanno insieme? La sua figura umana è forse un’apparenza, una finzione? Chi ci salva? Dio, o un suo intermediario?

I vescovi si convocano a concilio, con l’intervento del papa di Roma o di suoi inviati. Trovano risposte, e scoprono la meraviglia del mistero cristiano che svela la profondità della vita divina e dell’esistenza umana del Figlio di Dio e ci chiama a partecipare a questa stessa vita attraverso i sacramenti della Chiesa. I tre primi concili rappresentano la base unitaria della fede di tutti i cristiani nel mondo. Quando nei secoli successivi i credenti in Cristo si separano, rimangono uniti nel miracolo della fede dichiarata e professata a Nicea, Costantinopoli, Efeso. Ancor oggi, vescovi e fedeli di tutte le confessioni cristiane si ritrovano a pregare insieme lodando la Trinità e confessando Cristo Figlio di Dio e Salvatore del mondo, a Roma ‘capitale’ del mondo e ad Aquileia ‘capitale’ dell’Occidente.

 

 

Sopra il tavolo una tovaglietta ben disegnata, un vaso di fiori, un lumino acceso, una corona del rosario, alcune immagini sacre. “Oggi attendo un Ospite importante”: il messaggio accompagnato dalla foto arriva da una donna che attende la visita di Gesù eucaristico, con il ministro straordinario. E’ l’attesa delle vergini sagge del Vangelo o dei servi che attendono il Padrone che ritorna dalle nozze; un tempo che diventa ricco e bello come ogni vigilia di un grande evento, come quando ci si prepara ad uscire per incontrare un amico o per partecipare a una festa.

Se il cuore è sveglio, accade anche andando a messa. Ci richiamava a questa attenzione il vescovo di Trento, Lauro Tisi, al convegno dei sacerdoti diocesani, parlando dell’accoglienza alla messa nelle sue comunità sperdute nelle valli o nel traffico delle città. La messa – ricordava - è prima di tutto una convocazione, è la risposta alla chiamata del Signore che raduna il suo popolo. Chiesa è ecclesia, ec-clesia, cioè ‘chiamata da’: il Signore chiama dalle case e dalle strade il suo popolo riunendo le persone disperse nelle abitazioni e nelle attività della vita. Chi va a messa, alla porta della chiesa trova qualcuno che lo attende e lo accoglie: è il sacerdote celebrante, sono i ministri della comunione, è una persona della comunità. Un sorriso, un saluto, forse qualche indicazione. Questo primo gesto di accoglienza ricorda che siamo parte del Corpo di Cristo, fin dal Battesimo, inizio della vita cristiana orientata alla pienezza della comunione eucaristica, così come annuncia la Parola di Dio. Non sei solo, non siamo soli al mondo: i fratelli sono con noi, convocati insieme dal Signore. Quando la celebrazione sarà terminata e usciremo di chiesa, porteremo con noi il saluto d’accoglienza, l’abbraccio del segno di pace, il calore della Grazia sacramentale. Potrà nascere il desiderio di condividere questo dono con i familiari, con qualche amico o collega. Potremo corrispondere al nostro bisogno di scoprire il valore delle cose che facciamo e degli avvenimenti che accadono, il senso del lavoro, della fatica, dell’amicizia, della sofferenza. Quello che si è cominciato a scoprire nella liturgia viene a fare luce e a dare gusto nella vita quotidiana. Non è una cosa automatica. Il vento gelido della solitudine e dell’indifferenza viene a sfiorarci in casa come in strada, nel lavoro come in centro commerciale, nella circostanza lieta o in un frangente doloroso. C’è bisogno che la grazia incontrata nel gesto sacramentale venga accolta e conservata in un ambito di amicizia: un volto nel quale specchiarsi, un braccio che sostiene, una parola detta in modo giusto. Nessun cristiano vive da solo. Né bastano le due chiacchere con un conoscente al bar o con un amico in sala di attesa. Desideriamo di più. Ci si potrà incontrare con un’intenzione precisa, a casa propria o presso una famiglia amica, per riprendere i contenuti del Vangelo della domenica. E - perché no? – a leggere insieme la grande esortazione apostolica di Papa Leone sulla carità, Dilexit te. Da qualche parte si propone di riprendere il testo sull’Eucaristia che il Vescovo Giampaolo ha presentato nella lettera pastorale alla diocesi… I cristiani si accompagnano a vivere: una compagnia che chiarisce la mente e allieta il cuore. Come una piccola pietra del grande edificio della Chiesa, come una cellula in un Corpo che vive.

 

 

 

 

 

La parola ‘fede’ non rimane sospesa a un sentimento generico, alla sensazione di ‘qualcosa o Qualcuno che ci deve essere’ e dunque c’è. Un passo più avanti, intravvediamo Dio creatore di tutte le cose, nella straordinaria immensità dell’universo e nella sua complessità e ordine. Un passo ancora e crediamo alle ‘verità’ della fede, anche se le conosciamo poco e poco ci interessano. E’ questo che crediamo, quando crediamo? Qual è il contenuto ha la fede cristiana? Dove cercarlo? Come trovarlo?

La fede cristiana non spunta dalla conoscenza delle ‘verità’ di fede; non nasce con i dogmi. Come e perché hanno creduto i primi che sono diventati cristiani? Con una frase sintetica Ratzinger, teologo e papa, dice: “…La fede cristiana fonda la sua specificità anzitutto nel suo riferirsi a eventi storici, o meglio: ad una storia coerente, che nella realtà si è sviluppata come storia. E' perciò essenziale la questione del ‘fatto’, della realtà dell'evento”. Coloro che per primi sono diventati cristiani hanno partecipato alla vita di un uomo chiamato Gesù, alla sua storia. Gesù parlava delle cose del mondo riferendole a Dio, incontrava le persone e chiamava alcuni a seguirlo; con la vita, le azioni, e soprattutto con la morte e la risurrezione Egli ha introdotto i suoi al ‘mistero’ della sua persona: talmente unito a Dio Padre, da farne intuire l’origine da Lui come Figlio eterno. Gli uomini e le donne che erano con Gesù hanno ‘visto e udito, hanno toccato con le loro mani’ un uomo e l’hanno riconosciuto come ‘Verbo di Dio, Figlio del Padre, uno con il Padre ed eterno con Lui’. L’hanno poi raccontato ad altri. In seguito i cristiani hanno espresso con nuove parole il contenuto della loro esperienza; nel Concilio di Nicea e poi di Costantinopoli hanno detto: “Credo-crediamo in un solo Dio in tre persone, Padre e Figlio e Spirito Santo”. La fede ‘vista e sperimentata’ è diventata fede ‘ragionata e vissuta’.        C’è un passaggio straordinario: come per i primi testimoni, anche nel tempo successivo il metodo ‘esperienziale’ per diventare cristiani continua a riprodursi. Infatti, Cristo è risorto; se non fosse risorto, ci resterebbero solo il suo insegnamento e le sue esortazioni morali, raccolte da un manipolo di persone. Invece, Cristo è un avvenimento che accade anche ora. A un certo momento della nostra vita Egli ci è venuto incontro, e ha unito la nostra vita alla sua. Attraverso persone e comunità, con il Vangelo e i sacramenti, con il catechismo e la teologia, si sviluppa l’amicizia con Cristo, riconosciuto nella sua presenza eucaristica e nel Corpo della Chiesa. Come dice Paolo ai cristiani del suo tempo e a noi: “Voi siete Corpo di Cristo e membra sue”.

Che cosa crediamo dunque quando crediamo? Crediamo Cristo presente oggi, che si rivela e si dona nella vita della Chiesa. Fede è Cristo riconosciuto, amato, seguito, in comunione con tutti coloro che partecipano alla stessa storia. Cristo vivente nei santi, nelle comunità e nelle amicizie cristiane, nei maestri e pastori che ci guidano, nelle parole e nelle azioni della liturgia, nel profondo del cuore e nelle opere della vita. Cristo ci incontra e ci unisce a sé come Salvatore della nostra vita, per essere annunciato e testimoniato al mondo intero.

Questo crediamo: Cristo, Figlio di Dio, presente e vivo!