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Un film originale, scattante, coinvolgente

La sorpresa c’è stata tutta, anzi si è moltiplicata. Cosa può essere un film su Padre Marella? Una rassegna dei fatti della vita, una carrellata di personaggi, un dibattito sulle idee e sulla interpretazione delle vicende… Macchè! Veniamo buttati dentro le immagini del passato e del presente, tra ragazzi e famiglie di ieri e di oggi, con sequenze che si attraversano e si intrecciano e un uomo barbuto che spunta da ogni angolo di casa e di campagna e di laguna, tra bambini che scrivono la cosa che domandano alla vita e giocano con un pallone sfilacciato; avventori d’osteria che discutono sul prete col cappello che raccoglie offerte all’angolo della strada o va al mercato a recuperare verdura, o si impatta in una pattuglia di tedeschi che stanno per ammazzare degli uomini. La musica martella le immagini, le parole sono rade, se non fosse per il chiacchiericcio delle ragazze che preparano gli esami. Padre Marella è una figura più evocata che descritta, più suggerita che raccontata, come si fa per la vita che non si può mai dire tutta, come si fa per la santità che non viene mai ostentata.

Racconta una spettatrice: “Non mi aspettavo un film così pieno d'amore. Padre Marella più che predicare l'amore lo viveva e lo dimostrava attraverso il suo accettare tutti come erano” E aggiunge: “Bellissimo il dialogo sulla libertà in barca con uno dei suoi ragazzi. E l’umile sobrietà nel raccontare il suo allontanamento dal ministero sacerdotale: è vero per la santità bisogna passare attraverso la croce”.  Appaiono di volata alcune sorprese sorridenti: il poeta Davide Rondoni che sullo scalone della scuola si domanda con un collega quale filosofia può insegnare quell’uomo così perso dietro i suoi ragazzi; e il cardinale Zuppi, nella figura di un avventore che porge una bottiglia di vino agli amici.

Quando terminano le scene del film, dopo i portici di Bologna, ecco una sequenza di foto, a ricordarci che non si è trattato di una favola bella ma di una storia vera. Quest’uomo è ancora vivo nella memoria della città di Bologna, di cui è diventato la coscienza, e la sua opera di accoglienza, di carità, di unità mette in collegamento due diocesi, Bologna e Chioggia, ed esalta Pellestrina, l’isola che taglia l’acqua tra mare e laguna.  Questo film è un’opera fortunosa, tirata su nel gelido vuoto della pandemia, con centinaia di ragazzi e di adulti in scena, nel raccordo di patrocini ecclesiastici e civili, nel lavoro tenace di chi l’ha voluto e costruita.

In questa magnifica serata nel teatro dei salesiani, abbiamo con noi ‘in presenza viva’ il regista Otello Cenci, che ricorda le disavventure di un lavoro profondamente amato, lo sceneggiatore Giampiero Pizzol, che richiama il desiderio di vita di chi si è coinvolto, l’attore Stefano Abbati, che si è immerso nella figura di Padre Marella, il postulatore della causa di beatificazione, che attualizza il Beato Marella nel cammino del Sinodo, il rappresentante della diocesi di Bologna che sottolinea questa comunione di Chiese. Ed ecco due vescovi: il vescovo emerito Adriano che ha condotto la diocesi a partecipare all’impresa e ha dedicato al nuovo Beato il seminario diocesano, e il ‘nuovo’ vescovo Giampaolo, che riceve in regalo la santa umanità di Marella. La sorpresa continua.

Angelo Busetto

Settimanale 'Nuova Scintilla'  8 maggio 2022

 

L’ARTE COMMOSSA DAVANTI ALLA CROCE

Quanti sono nel mondo e nella storia i crocifissi scolpiti, dipinti, disegnati?  Quante le musiche della Passione e dello Stabat Mater, le poesie, i film degli ultimi giorni di Gesù?  Se ne può avere appena qualche saggio, e solo qualche magnifico esemplare può essere citato, suggerito, mostrato. E’ il dono che il numero di aprile di Luoghi dell’Infinito ci offre in alcune succose sintesi. Introdotti da una riflessione e dal racconto di una testimonianza, scorrono le prime pagine che ospitano opere della Collezione d’arte moderna e contemporanea dei Musei Vaticani. Ravasi percorre la letteratura, Timothy Verdon ci introduce nel mistero dell’arte, Antonio Paolucci ci porta a visitare Giotto a Rimini, Andrea Milanesi ci fa riascoltare Pergolesi. Con Maria Crippa andiamo a visitare il ‘Santo Sepolcro’ di Milano, e infine con Alessandro Beltrami saliamo sui monti della Val Badia e del Tirolo, popolati dal crocifisso. Infine un itinerario attraverso il Friuli, con Aquileia, Grado, Cividale, Sesto al Réghena e una visita a vedere le donne di Tiziano nel Palazzo reale di Milano. L’arte si è commossa davanti a Cristo e alla sua croce, e ne ha tramesso la bellezza trasfigurata.
In copertina, un quadro di Emilio Isgrò, "Resurrezione", tecnica mista, 2021, opera inedita dell'artista e scrittore, noto per il linguaggio artistico della "cancellatura". "Si cancella per svelare non per distruggere", come svela appunto questa immagine.

a.b.

Ci sono Settimane Sante che segnano per sempre la tua vita, come quando eri ragazzo e percepivi nell’aria fresca e tenera del mattino di Pasqua che era accaduto qualcosa che avevi a lungo aspettato, anche se non sapevi spiegarlo. Mi ritornerà alla mente da giovane uomo quel clima nella settimana del Triduo vissuto con torme di ragazzi delle Superiori che ti portavi appresso perché accadesse anche per loro quanto avevi intuito quando papà ti portava nel buio della notte a quel fuoco nuovo che accendeva il cuore, nel Duomo oscurato che rimbombava del grido Lumen Christi!
Ma non mi sarei mai aspettato, a settant’anni suonati, di dover ritornare su quel crinale, con quello stupore scolpito nel volto che abbiamo imparato nel dipinto amatissimo di Eugène Burnand:

i due camminano verso il sepolcro il mattino di Pasqua, forse corrono, lo si intuisce dai capelli controvento, e sono Giovanni il giovane discepolo che Gesù amava e Pietro, fresco di rinnegamento…Una notizia scuote la nostra Settimana Santa:   è morta          Wilma Menetto. Siamo confortati lunedì, nella chiesa di San Martino ritornata piena, da una balsamica omelia di Padre Cesare che ci legge un brano del Vangelo mai avvertito così prossimo, così avvolgente e familiare. Ci porta in quella casa di Betania ove avviene uno degli episodi più profumati del vangelo.
‘E quel profumo di nardo d’incanto riempie del suo aroma tutta la casa. E’ il profumo dell’amore; quello vero, genuino, bello, vivo, fatto di tanti gesti concreti e quotidiani che anche la nostra Wilma con cuore grande e gioioso ha donato per tutta la vita, fino al suo ultimo giorno…’
Non conosco il profumo del nardo, lo cercherò nei giorni a venire ma ora so che esiste, so che siamo chiamati a profonderlo, senza timore di spreco nelle nostre taverne Betania, come quella dei Menetto per cui sono passate torme dii ragazzi affaticati, che lì trovavano riposo. Uno di questi, Damiano, ha procrastinato la sua partenza per la Polonia dove va in missione umanitaria a raccattare la vita di qualche famiglia ucraina in fuga dall’inferno. Ed è lì con la moglie Ornella e con gli occhi lucidi
‘Pur piegata nel corpo in questi ultimi tempi, con il suo carattere forte e deciso mai ha voluto mancare alla Messa domenicale a Madonna di Lourdes. Io lì nel suo posto ancora la colgo presente in questi giorni …E’ partita in punta di piedi, obbediente al Signore che le ha anticipato la Pasqua senza che percorresse l’ardua ultima salita del Monte della Croce. Quanto profumo sparso, quanto amore sincero e gratuito, quanta fragranza ha riempito i nostri cuori e le nostre vite … incrociando la sua.’
In cimitero tra i molti che cantano e piangono c’è Monica, una che è stata recuperata da lei, la donna della seconda possibilità, e vuole assolutamente aiutare uno dei ragazzi di Opera Baldo perché continui la presenza di Wilma. Addirittura esce un attimo dal cimitero e va a fare un prelievo e me lo porta…
Non manca nell’omelia di padre Cesare un riferimento a quell’altra grande partenza del fraterno amico Sauro Scarpa, a distanza di poche ore l’una dall’altro. In una felice stagione educativa li ho avuti entrambi colleghi e so quanto fosse bella la scuola con gente così! Con Wilma ho condiviso poi Opera Baldo, con Sauro un punto di aiuto a scuola, all’Itis, quasi un raggio, per i ragazzi. Dove c’era l’odore di pecore loro c’erano sempre.
In quello stesso giorno di lunedì c’è la Via Crucis, uno dei gesti più imponenti della storia del Movimento di Comunione Liberazione a Chioggia. Una processione silenziosa che percorre le strade della città dal Sagraeto dove ci saluta il Vescovo Giampaolo, al Cristo di san Domenico. Camminiamo scossi per le notizie del giorno e non abbiamo parole tra di noi che non siano di preghiera. L’adorazione della croce sembra non finire più perché ciascuno porta lì davanti questi amici che sono partiti.
Il giorno dopo alla Madonna della Navicella c’è la folla di Sauro ed è l’amico Don Angelo Busetto, che è stato l’uomo che ci ha raccolto con il nostro desiderio di vita sulle rive del mare, a tenere l’omelia. Certe scene rimangono nella mente in bianco e nero come nelle foto di Boccasette, l’antica tenda delle nostre vacanze di mare quando giungevo con Luisa Sauro e Rita in barca a vela, e da terra arrivavano Luigi e Laura in macchina, oppure l’attraversata dell’Adriatico mare con Luigi Costa in barca a vela per arrivare all’altra riva.… Cose che rimangono mitiche anche oggi, e mi si mescolano con i fotogrammi di uno dei film sul Vangelo più amati, quello secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, quella corsa in riva al mare, sulla battigia degli apostoli, ancora con le reti in mano, una corsa lunga che finisce tra le braccia del Signore Gesù.
Non trattengo le lacrime all’incipit di Don Angelo che parla con l’amico: ’Cosa è per te, Sauro, il vento e il mare dello Spirito Santo, dopo i tuoi percorsi con la barca in mare, dopo la pesca con gli amici? Cosa è ora per te la visione della comunione dei santi, della larga schiera di amici – quanti amici, quante famiglie amiche - che ti abbraccia in paradiso?
Da questa postazione, più alta delle montagne che percorrevi, e dalla quale vedi Rita, i figli Francesco e Stefano, le nipoti, tutti questi amici, i tuoi compagni di viaggio, i tanti che sono stati tuoi alunni, i bambini con i quali giocavi insieme con i tuoi figli quand’erano piccoli e inventavi per loro storie, o adesso con le tue nipoti. Cos’è questo ingresso in paradiso? …Sauro ci apre alla speranza. Di lui possiamo parlare soltanto mostrando la vita, raccontando cose, fatti, presenza. Ecco il cristianesimo: cose, fatti, persone’…Abbiamo incontrato un cristiano. E ne siamo certi: con un amico così non si va solo per mari e monti, o per mille lavoretti. Con un amico così si va in paradiso!’
In questo sabato del tempo, arriva una Domenica di Pasqua così, grazie miei sacerdoti per esserci con le vostre trasfigurazioni, immedesimazioni, resurrezioni!

Piergiorgio Bighin

Un amico mi ha inviato questa testimonianza. Ho conosciuto personalmente Letizia nel periodo natalizio a Rimini quando ci ha presentato la mostra di don Masi, fondatore delle Sorelle dell’Immacolata, le suore presenti a Rosolina da alcuni mesi per iniziativa di don Lino Mazzocco. Nella seconda parte parla del gruppo di don Eugenio Nembrini, del quale in questi ultimi tempi faceva parte anche Sauro.

SI PUO’ VIVERE COSI’?

L’esperienza della malattia è il punto di verifica di ogni esperienza umana. Si vive facendo magari anche tante cose buone, poi all’improvviso ci si ritrova a guardare in faccia seriamente il termine del proprio percorso umano. Ogni malattia ci ricorda che “siamo polvere”, ma quando le malattie sono di poco conto ce la caviamo spesso aspettando che passi. Ci sono poi malattie così importanti che invece improvvisamente ci mettono di fronte al “Misterio eterno dell'esser nostro”, come lo chiamerebbe Leopardi. E li capisci che non puoi più rimandare. Devi decidere che scopo ha la tua vita e come vuoi usare il tempo che ancora ti è dato.

Così è capitato a me poco più di 3 anni fa, quando mi hanno diagnosticato un tumore al seno. Improvvisamente capisci che fino ad allora, pur facendo cose buone, impegnandoti per gli altri, pregando etc..., avevi vissuto come se fossi eterno. Tutto si svolgeva come se il vero protagonista della tua vita fossi tu e le tue opere, buone o cattive che fossero. Ma in quel momento, per la prima volta, di fronte a quella diagnosi infausta, mi sono resa conto che la mia vita non era nelle mie mani, e pur nella paura del percorso che mi attendeva, ho sentito la Mano amorevole che mi cercava. “Ecco, non ti sei dimenticato di me” ho pensato. Non avrei scelto io quella modalità, ma proprio per questo non potevo negare l’evidenza di un Altro che mi stava cercando per strapparmi all’abisso di distrazione in cui vivo quotidianamente, per restituirmi a me stessa. Così ho affrontato la prima operazione e le successive sostenuta dall’affetto di mio marito, delle mie sorelle e degli amici nella fede che mi hanno accompagnato fin nei dettagli pratici del percorso di cura.

Dopo 3 anni sembrava tutto concluso quando arriva una nuova diagnosi: un nuovo tumore, diverso e più aggressivo. Questa volta lì per lì sono rimasta senza parole: ero appena uscita da un periodo durissimo con mio marito ricoverato per Covid 42 giorni, una lunga riabilitazione e quando appena iniziavamo a rilassarci arriva questa nuova tegola...Sinceramente pensavo di aver diritto a un po’ di riposo e invece mi rivedo davanti tutto quello che avevo già vissuto ancor più complicato e pesante.

Ma anche questa volta non sono stata sola. Mentre lavoro alla preparazione della mostra su Don Masi le Sorelle dell’Immacolata mi offrono la loro discreta e calda compagnia. Pregano per me e con me, mi portano Gesù Eucarestia appena possibile. No, non sono sola, anzi sono preferita. Uno che mi ama mi aspetta dentro questa malattia, per donarmi come dice la profezia di Ezechiele “un cuore di carne”. Questa è per me la grande promessa che mi attende nella chiamata della malattia.

E anche questa volta non sono sola. Ho parlato delle Sorelle dell’Immacolata, ma parlo anche di una messa che seguo quotidianamente su ZOOM, la piattaforma per video conferenze scoperta da tanti in tempi di lockdown. Ogni giorno da un anno un nutrito gruppo di malati, la maggior parte malati molto gravi o addirittura terminali, si ritrova per la messa quotidiana celebrata da don Eugenio Nembrini. Alla messa segue un breve momento di dialogo, in cui i nuovi si presentano, si pongono domande, si raccontano esperienze. A ognuno don Eugenio risponde riprendendo con puntualità i passi del cammino, aiutando tutti a non far passare invano il tempo della malattia, ma riconoscendo in essa, qualunque essa sia, la voce di Cristo che ci chiama alla felicità.

Visto da fuori questo gruppo è veramente un po’ strano, qualcuno forse storcerà il naso, non è bello mettere insieme gente che sta male, è di cattivo gusto. Ma basta ascoltare una volta certe testimonianze che non puoi non chiederti: “Ma è veramente possibile vivere così? Si può vivere la malattia e l’avvicinarsi della morte con letizia, certi che Cristo vince anche sul dolore e la morte?” C’è la mamma che ha perso il piccolo di 4 anni e mezzo malato di leucemia da quando aveva 6 mesi che dice “Sono onorata che un membro della nostra famiglia sia già al cospetto di Dio”, c’è la mamma malata terminale che spiega alla figlia perché è lieta di andare al compimento, e in mezzo ai dolori dichiara “Non ho paura di morire perché stando con i miei amici ammalati e accompagnandoli io ho visto vincere Gesù così tante volte che non ho neanche paura di vivere, perché la vita senza Gesù non sarebbe vita.” C’è la ragazza di 18 anni che dice, dopo 9 mesi di ricovero per leucemia: “in questi nove mesi ho custodito e partorito la mia umanità: ho imparato a volermi bene così come sono, anche senza capelli. Perché c’è Uno che mi ha amato così tanto per volermi così come sono adesso”. E la giovane mamma che muore scrivendo pochi giorni prima agli amici della messa“ Oggi mi godo una giornata senza programmi ospedalieri, anzi spalanco occhi e ore ai programmi di un Altro, ormai poche... Un abbraccio a tutti.”

Questa vittoria di Cristo io la vedo ogni giorno negli occhi che brillano nei “quadratini” della schermata di Zoom, nella tenerezza di mogli e mariti che accompagnano il coniuge malato pieni di adorazione, nella semplicità delle parole di don Eugenio, nell’affetto che lega tra loro questi compagni al Destino: sono amici perché si aiutano ad andare a Gesù, non perché sono tutti malati o perché si conoscono tutti da tempo. E per questo si inventano “regali” e sorprese “a distanza”(un vassoio di lasagne sulla porta di casa dell’amica arrivata a Milano per le cure palliative, confezioni di cioccolata spedite dall’amica svizzera in giro per l’Italia agli amici più malati, il kit per il battesimo fatto venire da Lourdes per un piccolo che vivrà solo pochi giorni). Li chiamano “i panini di Gesù”, sono la carezza del Nazareno che li raggiunge attraverso il cuore e le mani dei suoi amici. Sì, si può vivere così, e vivere così rende certi del compimento perché la vittoria di Cristo è davanti ai nostri occhi, passo dopo passo. Con Cristo noi cominciamo a vincere già dentro la nostra morte.

Basta domandare che Lui vinca ora, nella nostra vita così com’è e Lui non si fa attendere troppo: “Oggi sarai con me in Paradiso”.

 

 

Santa Messa di commiato:

12 aprile 2022. Chiesa Madonna della Navicella, Sottomarina

Letture: Rom 14, 7-12; Salmi resp. 114 e 115; Gv, 15, 1-2; 5;9-17

Dimmi, Sauro, cosa è stato per te, dopo questo tuo dolore continuo, lancinante, il tuo arrivo in Paradiso?  Cosa è per te dopo questo amore per Rita e di Rita, dopo questo strappo dal grembo dell'amore e della vita, il tuo incontro con il Padre nostro che sta nei cieli?  Cosa è per te, dopo il tuo grido come il grido di Gesù in croce al Padre, il tuo andare con Gesù in Paradiso? Cosa è per te il vento e il mare dello Spirito Santo, dopo i tuoi percorsi con la barca in mare, dopo la pesca con gli amici?  Cosa è ora per te la visione della comunione dei santi, della larga schiera di amici – quanti amici, quante famiglie amiche - che ti abbraccia in paradiso?

Da questa postazione, più alta delle montagne che percorrevi, e dalla quale vedi Rita, i figli Francesco e Stefano, le nipoti, tutti questi amici, i tuoi compagni di viaggio, i tanti che sono stati tuoi alunni, i bambini con i quali giocavi insieme con i tuoi figli quand’erano piccoli e inventavi per loro storie, o adesso con le tue nipoti.  Cos’è questo ingresso in paradiso? Quanto ancora di più c’è ora per la tua vita di amico, sposo, padre, insegnante, navigatore, camminatore, persona discreta, disponibile, uomo sincero e generoso? Quanto ancora più grande, più bello è il Paradiso dell’abbraccio del Padre, il volto del Figlio, l’amore dello Spirito Santo, il sorriso di Maria la Madre del Signore, dei Santi, i colori della comunione fraterna, dell’amore alle persone, che tu hai vissuto tra noi?

Sauro ci apre alla speranza. Di lui possiamo parlare soltanto mostrando la vita, raccontando cose, fatti, presenza. Ecco il cristianesimo: cose, fatti, persone.  Una vita illuminata e sostenuta dalla presenza di Cristo, sollevata e accompagnata dalla Grazia di un carisma - quel don Luigi Giussani maestro di fede e di carità per tanti di noi - che ci ha fatto incontrare Cristo vivo, Cristo presente, nella laguna, nel mare, nei monti, negli esperimenti fisici, ma soprattutto nelle persone, tante persone diventate amiche, in chi ha bisogno, vicini o lontani, fossero i monaci di Norcia che dovevano riedificare il loro monastero dopo il terremoto, fosse il vicino di casa, fosse l’amico di una volta, fosse uno straniero. Qualcuno ha definito Sauro un ‘amico ecumenico’. Una condivisione vissuta, esercitata, rinnovata, una testimonianza serena e lieta. Chi stava con lui, in un viaggio, in una gita, in un pezzo di vita, stava sicuro, aveva la certezza di essere in buona compagnia, un buon camminatore, un buon navigatore. Per molti di noi, un’amicizia lunga cinquant’anni e più.

Gesù per te, una presenza, un’esperienza, ricercata e domandata nella Chiesa, in una preghiera seria, vera, metodica; una vita irrorata di preghiera come la rugiada del mattino in montagna, nell’esercizio concreto dei sacramenti, l’Eucaristia e la confessione, reali come la vita. Fino a questi ultimi tempi, dolorosissimi e intensissimi, nei quali è stata preziosa, salda e fedele la presenza di Rita e accanto a lei gli amici carissimi.

Racconta Rita:

Spesso vedevo in lui Giobbe, che non perde la fede anche nelle avversità: circa due anni e mezzo fa il primo tumore e la prima serie di chemioterapie e poi il fuoco di sant'Antonio, subito il secondo tumore che due operazioni, un'altra serie di chemioterapia e 33 radioterapie devastanti sembravano aver sconfitto, quindi un'infezione alla gamba con febbre altissima, infine il tumore che si ripresenta e gli scava l'orecchio e ancora chemioterapie che lo spossano e un dolore continuo che lo tormenta e ancora febbre che gli toglie le forze; in mezzo a tutto questo visite, esami, tac, pet, risonanze magnetiche, ma, come Giobbe, sempre saldo nella fede, talvolta soffrendo per la paura di perderla. Nei momenti più duri la domanda "Signore dove sei?  Ascolta le mie preghiere." E il Signore si è fatto vedere, ha avuto pietà e l'ha voluto con sé dove ogni dolore e ogni sofferenza svaniscono ed è solo gioia eterna.

“Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” 2 Tim 4,6-7) Fino all’ultimo gesto che Sauro ci propone: chi vorrà condividere la sua carità potrà dare un aiuto alla Fraternità Missionaria dei sacerdoti e delle suore di San Carlo; lo potrà fare all’uscita di Chiesa dopo Messa.  Questa vita, questa grazia, è accaduta anche a noi. Abbiamo visto e udito un uomo, un amico. Abbiamo incontrato un cristiano. E ne siamo certi: con un amico così, non si va solo per mari e monti, o per mille lavoretti.

Con un amico così si va in Paradiso.

 

 

Tre rimbalzi in una settimana. Tre incontri che gettano sementi nel cuore di questa primavera straziata. Si comincia il 21 marzo con la Veglia ecumenica per la pace, in una cattedrale invasa dal silenzio, pervasa dalle voci del Concilio, di San Paolo e di Padre Ivan, percossa dal canto di Padre Michele, convinta dalla parola del vescovo Giampaolo. In seconda battuta, giovedì 24 la serata di preghiera con i missionari martiri: dalla piazzetta di San Domenico il portale spalancato lascia vedere l’immenso Crocifisso; attraversiamo il ponte di Vigo e il Corso di Chioggia fino alla Chiesa di Sant’Andrea e poi di San Giacomo, dove scorrono sullo schermo i nomi e i volti dei missionari martiri. Per ultimo, nel giorno dell’Annunciazione, ci uniamo a Papa Francesco che consacra al Cuore Immacolato di Maria, la Russia, l’Ucraina e l’intero mondo.

Cosa valgono questi gesti di fronte all’umanità ferita dalla guerra, dilaniata dall’inganno e dalle contese? Le persone in fuga dall’Ucraina entrano nelle nostre case accanto alle donne che già assistono gli anziani, e nelle scuole i nuovi bambini imparano il nostro alfabeto.

L’Ucraina è vicina. Le immagini degli edifici sventrati e delle piazze distrutte, dei volti arrossati di freddo e di pianto, soppiantano la delusione dell’Italia che perde i mondiali. Sentiamo nostro il disastro di questa guerra. Eppure è appena un tassello di una guerra mondiale a pezzi. Dopo il passato delle guerre mondiali, dopo le violenze coloniali che hanno depredato intere civiltà, dopo la disastrosa ‘esportazione della democrazia’, oggi si contano a decine le guerre che dilaniano popoli e devastano l’ambiente in Asia, Africa, America Latina.

Da dove rispunta l’umano, da dove rinasce la pace? All’Europa privata della sua anima, ridotta allo scheletro dell’economia e dell’energia, occorre il respiro della preghiera, la speranza dei figli di Dio, il calore della fraternità cristiana. Il desiderio di ogni uomo e di ogni donna anela alla gioia, si allieta di luce e colori nello specchio del mare, si ritempra nella musica e nell’arte, trova riposo in famiglia e nell’amicizia. E’ qui la nostra vocazione, il nostro compito, la missione della Chiesa. Nella terra desolata, germogliano piccole e grandi comunità, aperte. Con una grande fede, che cammina nel quotidiano. Con una grande speranza, che guarda lieta al futuro. Con una carità misericordiosa, che edifica la città. Perché l’Europa viva, possiamo fare i cristiani, possiamo essere cristiani.

Angelo Busetto

 

Rivista: I Santi che ri-fecero la Chiesa

Il 12 marzo 1622 - esattamente 400 anni fa - papa Gregorio XV proclamava quattro santi più uno: Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Teresa d’Avila, Filippo Neri, e Isidoro, agricoltore patrono di Madrid: un ‘politico’, un missionario, una mistica, un pastore, un cristiano ‘qualunque’.  I primi quattro vengono chiamati i ‘santi della Riforma’, essendo apparsi nel contesto della bufera della Riforma protestante e nel marasma di confusione della Chiesa cattolica. Il Concilio di Trento, che si era protratto per quasi vent’anni, aveva ‘serrato i ranghi’ della Chiesa cattolica, costituendola in certo modo come ‘fortezza dogmatica’ e ‘baluardo morale’. Ma non bastano dogmi e catechismi, non bastato regole e prescrizioni. Occorre la vita. Qui si collocano i santi, miracolo esplosivo dello Spirito Santo e sorpresa per la Chiesa e il mondo.  Lo comprendiamo scorrendo le immagini e leggendo le parole delle pagine patinate del numero di marzo de I LUOGHI DELL’INFINITO, il mensile tutto illustrato del quotidiano Avvenire. Si prende l’avvio con alcune premesse sulla santità: “Il santo è totalmente altro rispetto all’anonimo uomo-massa sperso nella distrazione del mondo liquido”, e si cita Etty Hillesum che scrive: “Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio”. La santità è lo specchio di Dio ed è diffusiva. Ecco Ignazio, con i suoi ‘Esercizi’ che sono strada per il cielo, per la quale si sono incamminate schiere di cristiani, e fioriscono altri santi, come Francesco Saverio e si innalzano geniali ricostruzioni dell’umano come le ‘Reducciones’ gesuitiche che costituiscono la semente del cristianesimo in Brasile e in Paraguay; ecco la genialità di Matteo Ricci che si fa cinese per introdurre il cristianesimo in Cina. Segue la ‘rivoluzione’ di Teresa, che reintroduce Gesù Cristo nella spiritualità non solo monacale ma di tutti e ridona alle monache la loro personalità femminile. Arriva la gioia dell’annuncio con Filippo Neri che vive il cristianesimo nell’amicizia e lo fa esplodere nelle strade, nella musica, nella pittura, nel culto della storia. Tante immagini variegate, come la vita. Il paragone con esse ci rilancia nei percorsi, antichi e nuovi, lungo i quali la fede rifiorisce.

Angelo Busetto

CHE COSA POSSIAMO FARE NOI?

Che cosa possiamo fare noi che assistiamo impotenti al gettito di notizie e di immagini di tv e social? Come possiamo arginare, come possiamo impedire il male lancinante della guerra e dei suoi terribili lasciti?

Possiamo pregare, come hanno fatto e continuano a fare mamme e bimbi in fuga, ritrovando alla fine del tunnel la luce della speranza. Pregare il Padre perché converta il cuore malvagio e tagli la cresta dell’orgoglio; perché anche il nostro cuore diventi benevolo e misericordioso. Pregare Maria, la madre, che ha vissuto il dramma dell’esilio e lo strazio sotto la croce. Pregare in tutti i modi: brevi invocazioni, Rosario, Via Crucis. Pregare insieme con la Messa.

Possiamo muoverci con la carità. C’è bisogno di tante cose calde, buone, di medicine. C’è bisogno di sostenere con i soldi chi accoglie e assiste alle frontiere, per provvedere le cose subito necessarie. Qualcuno potrà dare per una volta lo stipendio intero, i bimbi la paghetta della settimana. Potrà dare la sua casa, aprire la sua famiglia.

Possiamo vivere fedeli al nostro compito, amanti della nostra vocazione. Che da qualche parte, da molte parti, il mondo continui a girare per il verso buono, ordinando le cose secondo verità e giustizia, secondo bellezza e armonia. Ciascuno al suo posto. Può essere il posto estremo dei giornalisti nelle città bombardate, o di chi, attraverso un piccolo settimanale, vuol favorire coinvolgimento e testimonianza.

Se ciascuno vive, il mondo vive. E ogni zolla della terra produce il suo frutto, come al principio.

Maria, colei che è tutta Speranza

ICONA: MADONNA della TENEREZZA di Kiev

    Ci sono dei giorni in cui i patroni e i santi non bastano.

I più grandi patroni e i più grandi santi.

I patroni ordinari, i santi ordinari.

E in cui bisogna salire, salire ancora, salire sempre;

sempre più in alto, e andare e andare.

Fino all’ultima santità, l’ultima purezza,

l’ultima bellezza, il patronato ultimo.

Allora bisogna prendere il coraggio a due mani.

E rivolgersi direttamente a colei

che è al di sopra di tutto.

Essere arditi. Una volta.

Rivolgersi arditamente a colei

che è infinitamente bella.

Perché è anche infinitamente buona.

A colei che intercede.

La sola che possa parlare con l’autorità di una madre.

A colei che è tutta Fede e tutta Carità.

Perché è anche tutta Speranza.

A colei che è infinitamente celeste:

Perché è anche infinitamente tra di noi.

A colei che è la madre e la regina degli angeli.

Perché è anche la madre e la regina degli uomini.

A tutte le creature manca qualcosa,

e non soltanto di non essere Creatore.

A quelle che sono carnali, lo sappiamo,

manca di essere pure.

Ma a quelle che sono pure, bisogna saperlo,

manca d’essere carnali.

Una sola è pura essendo carnale.

Una sola è carnale insieme essendo pura.

E’ per questo che la santa vergine

non è solo la più grande benedizione

che sia caduta sulla terra.

Ma la più grande benedizione stessa

che sia scesa in tutta la creazione.

Lei non è solo la prima fra tutte le donne.

Benedetta fra tutte le donne,

lei non è solo la prima fra tutte le creature,

lei è una creatura unica, infinitamente unica,

infinitamente rara.

Péguy, Madame Gervaise, Quaderno per la festa di Ognissanti

 

Dell'ultima guerra, ottant'anni fa, tre immagini che continuano a scorrermi nel film della memoria. La prima è quando con la famiglia siamo andati ad abitare da amici, lontano dal cantiere navale vicino a casa, un sito a rischio. La seconda è quando mia sorella grande mi prese per mano e mi portò a vedere le macerie delle case crollate sotto le bombe, dove erano morte delle persone; guardandola dissi: “Adesso è finita la guerra!?”, come immaginando che quello era il disastro definitivo. La terza è il bombardamento del vaporetto della linea Chioggia-Pellestrina di fronte a casa mia, ore 13 del 13 ottobre 1944: scoppio di bombe, feriti nell’acqua arrossata dal sangue, i soccorsi con barche e a terra, e poi il relitto rimasto per anni a violentare lo specchio di laguna di fronte alla Chiesa.

Negli anni che seguirono, una pace generalizzata, a parte la ‘vicina’ Serbia nel 1999, aveva relegato la guerra in regioni lontane e misteriose.

In questi giorni, la guerra ci è rientrata in casa, richiamando in modo più drammatico le mie tre immagini simbolo: sfollamento, abbattimento di edifici, sventramento di strutture e mezzi di trasporto. Da mattina a sera il televisore rimbomba di carri armati, sirene, gente in fuga o accampata nei rifugi. La difesa delle città è strenua, drammatica, eroica. Chi ha ‘ordinato’ questa guerra e la sostiene, vede queste immagini? Gli occhi di ghiaccio di Putin e il suo cuore di sasso annunciano che ‘il peggio deve ancora venire’.

Eppure, provocato da questa insana tragedia, sta accadendo un miracolo di vita nuova.  Dalle cronache è sparita - quasi - la pandemia; molte nazioni si uniscono nella condanna della guerra e nella solidarietà; chi fugge non trova reticolati alle frontiere ma accoglienza e ristoro; camion carichi di cibo, medicine, vestiti partono dall’Italia e da altre parti verso l’Ucraina. La geografia dell’Europa si allarga a una nuova conoscenza dell’Est. Case, cuori, portafogli, strutture religiose e laiche si aprono all’ospitalità e all’aiuto; le donne ucraine a servizio dei nostri anziani ci sono di più sorelle. Il nome di Dio e della Madonna viene invocato in lingua ucraina e russa; vibra in sottofondo il cuore dei cristiani russi, alcuni dei quali mandano scuse a conoscenti ucraini; in Italia e nel mondo preghiamo con le comunità greco-cattoliche e quelle ortodosse. Una Quaresima di preghiera, digiuno, carità, ci conduce insieme alla risurrezione di Pasqua.

Angelo Busetto

Editoriale sul settimanale 'NUOVA SCINTILLA' del 13 marzo 2022,

in uscita il 10 marzo 2022