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Cristo risorto si presenta con tratti di vita così reali da dare l’impressione di essere tornato a vivere la normale condizione umana: lo vediamo che incontra, guarda, parla, mangia, si intrattiene con Maddalena presso il sepolcro, con gli apostoli nel cenacolo e sulla riva del lago, percorre un lungo tratto di strada con due discepoli. E’ ritornato dunque a vivere come prima? In realtà, non sono i discepoli a vedere Gesù risorto, ma è Lui che si fa vedere, dove, come, da chi vuole. Le ‘apparizioni’ del Risorto sono diverse dalle ‘apparizioni’ di Cristo o di Maria che avverranno in tempi successivi. I quattro Vangeli mostrano Gesù risorto in carne e ossa, con le ferite del corpo risanate. Tuttavia la sua umanità è diversa. Non più soggetto ai condizionamenti terreni del tempo e dello spazio, il Risorto si muove di luogo in luogo e di tempo in tempo senza limitazioni. Egli vive la condizione in cui anche noi ci troveremo quando nella risurrezione finale il nostro corpo potrà partecipare alla gloria del Paradiso. E’ ben vero che, dopo il momento drammatico e misterioso della morte, il corpo viene privato dello spirito vitale e inizia a consumarsi, ma crediamo che sarà richiamato alla vita nell’ultimo giorno. Nell’insondabile frattempo di questa separazione, la nostra anima, cioè l’identità personale, potrà venire chiamata a entrare nell’eternità del paradiso, in attesa che il corpo risorga e ricomponga l’unità personale. Preghiamo perché tutti coloro che muoiono siano preservati dalla dannazione dell’inferno; intercediamo che si affretti il tempo della purificazione per coloro che dovranno passare per il purgatorio. Certamente conosciamo persone che già in vita sembrano destinate al Paradiso: la loro morte appare come un ‘naturale’ passaggio alla pienezza della vita. È sconvolgente scoprire il ragazzo di vent'anni che desidera andare in paradiso, la mamma che abbandonando questo mondo sa di non lasciare soli i suoi piccoli, l'anziana che attende il paradiso per incontrare lo sposo. Già l’esperienza di Cristo presente quaggiù è l’inizio del Paradiso. Mi viene da pensarlo per alcune care persone morte in questi giorni: quale destinazione se non il Paradiso? Don Carlo che con fede e fervore ha accompagnato tanti gruppi in Terrasanta, verrà ora introdotto al cielo nuovo e alla terra nuova. Don Romano che mi sosteneva durante il pellegrinaggio di dieci giorni a piedi fino al Santuario di Czestochowa, sarà giunto finalmente al santuario del cielo. L’amico Totò che con la moglie Gianna ha ospitato in casa centinaia di persone, possiamo ben immaginare che verrà accolto nella casa celeste. Ora anche Gigi Bielo è stato abbracciato dal Padre. Si tratta di persone che provengono da una chiara esperienza di fede, ma veniamo a conoscenza di gente che emerge alla luce dopo anni di traviamento e dispersione. La celebrazione del loro funerale, intercettato via internet o partecipato di persona, appare una festa, una gioia, un'amicizia coinvolgente.

In questa prospettiva, i giorni e gli anni che il Signore ci concede da vivere diventano preziosi come perle di una collana. Si apre un paragone esaltante: se ora, in questa vita difficile e contrastata, l’amicizia con Gesù si presenta così bella e vera, che cosa sarà la comunione con Lui a faccia a faccia, senza ombra alcuna? Se di giorno in giorno il Vangelo, la liturgia, l'amicizia condivisa, la partecipazione al mistero del Signore si mostrano così luminosi e appaganti pur tra mille contraddizioni, che cosa sarà il futuro promesso?

Non mi attraggono i libri che parlano di Gesù finendo il racconto con la sua morte. E’ come veder crescere un fiore e poi buttarlo nel fosso; come vedere l’uva maturata nei vigneti e poi strapazzata dalla tempesta. Descrivono Gesù grande uomo, il più originale e intelligente; splendido esempio di vita e maestro di una dottrina che sfida i secoli. Martire dell’umana ingiustizia, la sua croce può troneggiare nelle aule di tribunale, negli uffici comunali e statali e sulle pareti di tutte le scuole. Questo Gesù, crocifisso e morto, ma non risorto, non salva più nessuno e lascia tutti e ciascuno miseramente soli. A parte che, se la sua risurrezione non avesse sconvolto la vita di seguaci e oppositori, nessuno più lo ricorderebbe. Nessuno dei discepoli, finiti nel dileggio della gente, scappati per sottrarsi alla vergogna, sarebbe rimasto sul filo della storia a raccontare alcunché. Gesù stesso non ha lasciato scritta una parola, se non la riga tracciata sulla sabbia.

Qualcuno che si ritiene conoscitore delle Sacre Scritture ha inventato che discepoli e discepole esaltati abbiano sognato la risurrezione, allargando con fantasia le storie del Vangelo. Peccato che a quel tempo Omero fosse morto da secoli, e le fantasie di Ovidio non si adattavano. I fatti accaduti alla resurrezione di Gesù sono stati raccontati con tale ingenua verità da renderli subito credibili. Persino la differenza su alcuni particolari dei racconti è segno di credibilità: accade così quando i fatti vengono raccontati da testimoni oculari diversi, passando le informazioni di bocca in bocca. Concordi tuttavia i diversi testimoni nel raccontare e descrivere Cristo risorto, che appare, parla, mangia, si fa toccare…  La grande conferma viene da quello che è capitato a quanti l’hanno incontrato risorto: il clamoroso cambiamento delle loro vite poteva essere provocato solo da un avvenimento potente come un terremoto, grande come una montagna, invasivo come il fuoco dello Spirito Santo. Non si capirebbe come alcuni discepoli, spariti per paura nel corso della passione, abbiamo potuto fare una tale giravolta da diventare decisi e spavaldi, capaci di annunciare al mondo un avvenimento che appariva assurdo. Questa grande prova prosegue nelle migliaia e milioni di uomini e donne, bambini e ragazzi, persone rudi o delicate, semplici o intellettuali che hanno amato e servito il Signore Gesù, dal primo secolo al presente, amandolo e dando la vita per lui crocifisso, morto, risorto e vivo nei cieli di Dio e nell’esistenza reale sulla terra.

Insieme con la testimonianza di chi lo riconosce e lo segue come Persona vivente; insieme con l’accurato esame sulla storicità e attendibilità dei Vangeli, personalmente rimango stupito dalla suprema attendibilità della figura di Gesù riprodotta nel lenzuolo della Sindone, che mostra un’esatta corrispondenza con la descrizione della passione fatta dai Vangeli; la tela riporta i tratti della tessitura e i segni dell’aria e del polline della Palestina di quel tempo. Più stupiti ancora si rimane davanti al telo del Santo Volto di Manoppello, che nessuno ha dipinto e che riflette come in uno specchio il volto di Cristo risorto.

Ecco perché preferisco il Vangelo che narra la storia di Gesù fino alla risurrezione e ascensione, e insieme i libri che la riportano e la commentano senza tagliare il gran finale di quel Gesù che vive nelle nostre liturgie e continua ad operare nelle nostre povere vite.

 

GIOTTO di Bondone
Cappella Scrovegni (Arena Chapel), Padova

In un libro che riporta alcune meditazioni su episodi evangelici, il cardinal Battaglia arcivescovo di Napoli parla degli occhi del cuore. Racconta che “nella tradizione ebraica e in generale nel vicino Oriente la fisiologia della vista era concepita al contrario a quanto suggeritoci dalla scienza moderna. L’essere umano, si riteneva, è capace di vedere non perché la luce colpisce il suo occhio, ma perché dal suo occhio fuoriesce una luce che illumina il mondo intorno”. Già sant’Agostino parlava della ‘luce interiore’ e degli ‘occhi dell’anima’ che intuiscono la verità. Certamente i nostri occhi sono aperti sulla realtà che ci circonda, ma noi vediamo quello che scegliamo di vedere, ci accorgiamo delle cose che cerchiamo e dei volti che desideriamo, e inconsapevolmente ‘oscuriamo’ quegli aspetti della realtà che non ci interessano o che non apprezziamo.

Entrando in chiesa, gli occhi di un cristiano vedono cose diverse rispetto a quelle che vede il non credente, gli occhi dell’architetto guardano diversamente rispetto a chi vi si reca per pregare; un bambino scorge cose a cui il nonno che lo tiene per mano non bada, e viceversa. Ciascuno può dire all’altro: “Guarda!”, facendogli notare qualcosa che l’altro non aveva visto. Noi ‘coloriamo’ la realtà con l’acquerello interiore, amiamo o respingiamo cose e persone a seconda degli impulsi del cuore, aperto o chiuso, generoso o egoista, allegro o triste. Il salmo 39,9 annuncia che la legge di Dio si riceve nel cuore; e Gesù dice: “La bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12, 34); “Dal cuore provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie” (Mt 15, 19). Cuore, occhi, mani si corrispondono reciprocamente e si rapportano insieme verso la realtà, accogliendola o respingendola. Quando Gesù afferma: "Se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te“ (Mt 18,9) non induce a procurarci la cecità, ma a risanare lo sguardo.

E’ bello desiderare di guardare con gli occhi di una madre che abbraccia il suo bambino, con gli occhi degli amici che si cercano e si capiscono, con quelli dello scienziato che indaga e della monaca che contempla… Ci spaventano gli occhi del vendicatore, dell’assassino, del capo di stato che decide la guerra e la persegue con occhi e cuore d’acciaio. Ricordiamo con gratitudine lo sguardo di un insegnante che ci ha riempito di fiducia, lanciandoci alla scoperta della vita, mentre ancora rabbrividiamo alla memoria dell’occhio di chi ci ha stroncato. Chi si lascia guardare negli occhi, si apre a farci entrare nel suo mondo interiore fino a scorgerne il cuore.

La linea dello sguardo riconosce il vero e incontra la persona. L’occhio di Gesù scorge Zaccheo sull’albero e si piega sulla donna peccatrice: uno sguardo di misericordia, capace di dare la vita. Un cieco non può condurre e un altro cieco, ma qualcuno che vede gli porge la mano per camminare insieme.  Con quali occhi vorremmo essere guardati, e come possiamo imparare a guardare? L’occhio amorevole illumina l’oscurità del cuore di chi è smarrito e incerto. L’occhio del cuore vede l’invisibile e giunge a scoprire la luce del mistero: "Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete", dice Gesù. L’occhio di Dio Padre illumina la strada, la mano del Figlio Gesù ci sostiene nel cammino, l’amore dello Spirito santo rende limpida la vista.

don Angelo Busetto

DALL'OPERA ALLA PERSONA

Accade che l’opera realizzata da un grande personaggio, come una pianta con tanti frutti, finisca con il farne dimenticare le radici. Così era capitato a Padre Olinto Marella. L’opera di carità iniziata a Pellestrina e fiorita in modo imponente a Bologna, ha finito con il nascondere la sua personalità di studioso di storia, filosofia e scienze dell’educazione, collaboratore a livello nazionale per l’impostazione di programmi scolastici e libri di testo. L’interesse per la sua tempra di studioso è emerso a cinquant’anni dalla morte in occasione della proclamazione a Beato nella Chiesa di Bologna. Era accaduto anche per don Giovanni Bosco: l’azione educativa in oratorio e nei luoghi di lavoro, nel seguito degli anni è stata considerata e studiata come un compiuto ‘sistema educativo’. Qualcosa di analogo si riscontra per un terzo educatore, don Luigi Giussani. La dedizione ai giovani studenti di liceo e università ha preso forma nel movimento di Comunione e Liberazione e il suo carisma ha suscitato una vasta serie di opere educative, sociali, caritative, missionarie. Di conseguenza, la persona di Giussani è stata letta, interpretata, ammirata, elogiata, equivocata e contestata a partire dal giudizio espresso nei riguardi di persone e opere che a lui si richiamavano per origine e metodo, con tutti i possibili equivoci. Finalmente, il cammino intrapreso dalla diocesi di Milano in vista della canonizzazione, va spostando l’attenzione dall’opera alla persona di don Luigi Giussani. Chi è realmente questo prete ambrosiano, come si è formato intellettualmente e spiritualmente, quale l’impostazione della sua vita personale, quale il pensiero, la fede, l’anima? Nei giorni scorsi è stato aperto a Roma un Centro studi sul pensiero di Giussani; il Comitato scientifico ha come presidente il cardinale Péter Erdo arcivescovo di Budapest, coordinatore il filosofo Giovanni Maddalena; vi partecipano i cardinali Kevin Joseph Farrel e Angelo Scola, l’arcivescovo Giuseppe Baturi segretario generale della CEI, studiosi come Angela Ales Bello, Rémi Brague, Javier Prades, Andrea D’Auria, Lorenzo Ornaghi, Stefano Zamagni. Già in occasione del ventennale della morte erano stati dedicati alcuni convegni alla impostazione educativa, filosofica e teologica di Giussani, confluiti in tre corposi volumi,

L’ambito del ‘pensiero’ di don Giussani percorre due livelli. Il primo è quello proprio dello studioso, corrispondente agli anni di insegnamento della teologia nel Seminario di Venegono, con gli studi sull’ecumenismo e sulla teologia protestante americana. Il secondo ambito è più complesso. Si tratta infatti cogliere i fondamenti del suo pensiero dall’esame di una produzione letteraria che non nasce dalla stesura di testi scritti ma dall’incontro con le persone nelle lezioni all’Università Cattolica e in una serie di innumerevoli riunioni e conferenze in Italia e all’estero. Bibbia e storia della salvezza, storia della Chiesa, vita dei santi, grandi teologi e scrittori, storia contemporanea, musica, esperienza vissuta costituiscono gli ambiti di svolgimento del suo pensiero. Giussani è stato fedele a un preciso ‘percorso’ di fede, e nello stesso tempo ha reagito in modo dinamico ai fatti della vita e all’esperienza sua e di quanti – persone e comunità – a lui si riferivano. Alcune categorie e alcune parole della sua vivace espressività sono rifluite nel vocabolario della Chiesa italiana e universale, con influssi sull’orientamento della comunicazione della fede. Si tratta a volte di un richiamo implicito e non dichiarato, che tuttavia costituisce un terreno fecondo per la fede e la vita di un certo numero di cristiani e dell’intera Chiesa. Come l’ha definito il cardinal Scola, quello di Giussani è un ‘pensiero sorgivo’, che promette di continuare a scorrere nel tempo.

 

Rete Teologica ‘Santi Angeli’

Dialogo sulla Lettera del vescovo Giampaolo

Quando ci si accosta al Mistero cristiano con cuore desideroso e mente aperta, si viene attratti e illuminati dalla sua luce. Può accadere nella solitudine della preghiera nella propria stanza o in chiesa, ma è una grazia venire introdotti a questa scoperta insieme con altre persone autorevolmente accompagnate. Lo sperimentiamo nella Rete Teologica ‘Santi Angeli’ e diventa evidente Lunedì 9 marzo nel confronto con la Lettera del vescovo Giampaolo alla diocesi, nella parte dedicata all’Eucaristia. Il testo è la guida autorevole al dialogo e subito viene espressa la gioia della scoperta. La consueta partecipazione all’Eucaristia segue il ritmo del calendario festivo e feriale, e inevitabilmente viene sottoposta all’usura dell’abitudine e della superficialità. La Lettera ridesta attenzione, apre alla comprensione, provoca la partecipazione. Il dialogo dà corpo alle parole che disegnano i contorni del mistero eucaristico: presenza, segno e sacramento, memoria; attorno a queste, nel dialogo risuonano altre parole a chiarire il senso dell’Eucaristia: carne e spirito, desiderio e azione di Cristo, ieri oggi domani, gesto e storia, partecipazione e comunione.... Mentre tentiamo di esprimerci, siamo consapevoli – echeggiando le parole del vescovo – che davanti a questo mistero noi possiamo solo ‘balbettare’. Nel seguito degli interventi il dialogo viene a organizzarsi attorno ai tre soggetti protagonisti. Il primo in via assoluta è Cristo. L’Eucaristia è Cristo, la sua persona in azione: il risorto conduce fino a noi il mistero della sua vita, il suo farsi uomo, la sua missione di annuncio e di miracoli, l’ultima cena, la morte e risurrezione. Nell’Eucaristia Gesù è presente con la storia che ha vissuto, per continuare a viverla in noi e con noi. Il secondo soggetto è la Chiesa. Quello che Cristo compie, lo compie attraverso la Chiesa, sacramento che rende visibile la sua presenza e la sua azione. La Chiesa tutta intera è il protagonista umano che Gesù convoca e coinvolge nell’azione sacramentale dell’Eucaristia, attraverso il sacerdote celebrante, l’assemblea dei cristiani e il singolo fedele: “Fate questo…”. Nell’Eucaristia il segno non solo indica la presenza di Cristo, ma la contiene: pane e vino diventano realmente corpo e sangue suo, e la comunità dei battezzati ne viene resa partecipe per venire assimilata a Cristo. Ecco emergere nella Chiesa il terzo soggetto: la comunità dei fedeli e ciascun fedele, riuniti nella comunione ecclesiale fino ad essere identificati come ‘corpo di Cristo’. Il termine ‘corpo mistico’, che in passato veniva usato per indicare il ‘corpo eucaristico’, ora identifica la Chiesa. L’Eucaristia è “il principio di un cambiamento, come una sorta di ‘fissione nucleare’”, che avvolge l’intera realtà e il destino del mondo, secondo l’espressione usata da papa Benedetto nell’enciclica ‘Sacramentum Caritatis’.

Non manca lo spunto finale sull’opera dello Spirito Santo; in tutto il mistero cristiano è in azione la Santissima Trinità: il Padre come principio, il Figlio come protagonista, lo Spirito Santo come motore di azione; la loro presenza riecheggia nelle preghiere eucaristiche.

Come proseguirà il cammino della Rete teologica? Per dare fondamento e sviluppo al dialogo sull’Eucaristia, è opportuno rifarsi all’insegnamento della Chiesa sulla liturgia, andando a riprendere la Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium a sessantatré anni dalla sua plebiscitaria approvazione, nel proemio e nel primo capitolo, nn 1-14. Lo faremo nel prossimo incontro previsto per lunedì 11 maggio ore 21 in Seminario.

A cura di b.a e g.c.

Come tutte le cose preziose della vita, anche la storia del Santo Volto di Manoppello attraversa zone misteriose e spazi aperti. Nei tempi moderni emerge a partire dal terremoto che il 13 gennaio 1915 sconvolse il centro Italia, danneggiando anche il villaggio di Manoppello alle pendici della Maiella e la chiesa di san Michele, dove il sudario era custodito in una cassaforte con tre lucchetti, e veniva mostrato ai fedeli due volte all’anno. Nel corso del restauro della chiesa nel 1923 il sudario venne composto dentro uno scrigno di marmo e pietre preziose, per rimanere esposto alla vista di tutti nella nicchia sopra l’altare centrale. Nel 1964 Padre Domenico da Cese, cittadina del circondario, vedendo per la prima volta il velo del Volto Santo, esclamò quasi incredulo: “Ma questo è l’uomo che cinquant’anni fa mi ha tirato fuori dalla macerie. E’ proprio lui! E’ lui!” Nel terremoto del 1915 la chiesa di Cese era crollata durante la celebrazione della Messa mattutina; perirono due sorelline della sua famiglia mentre il ragazzino e suo padre rimasero sotto le macerie; dopo moltissime ore un soccorritore sconosciuto riuscì a portare in salvo il bambino. Dopo la scoperta del Volto, Padre Domenico chiese di essere trasferito al santuario di Manoppello, divenendone studioso e divulgatore. Nel settembre del 1978 mentre si trovava a Torino in visita alla Sindone, periva in un incidente stradale. La sua testimonianza della scoperta del Santo Volto venne raccolta da Renzo Allegri in un articolo di tre pagine della rivista Gente, dove scriveva di ‘quel panno finissimo, che la madre di Gesù, rispettando un’antica consuetudine, avrebbe steso sul volto del Figlio prima che questi venisse avvolto nella Sindone per la sepoltura”. Dell’articolo venne a conoscenza Suor Blandina Paschalis Schlòmer, trappista, che dedicò la vita allo studio dell’immagine, trasferendosi fino ad oggi a Manoppello come eremita. Venne coinvolto un gesuita studioso della Sindone, padre Heinrich Pfeiffer, secondo il quale il Santo Sudario doveva essere la reliquia che per secoli era stata custodita nella Basilica di San Pietro a Roma, chiamata ‘Veronica’, cioè vera icona. Nel 1506 papa Giulio II aveva fatto innalzare sopra la prima pietra della nuova Basilica di San Pietro la colonna della Veronica, sulla quale era stato fissato il velo del Santo Volto. Questa antica reliquia è poi scomparsa durante il sacco di Roma del 1527’; si racconta che venne portata in una località remota dello Stato pontificio sull’altipiano della Maiella da un misterioso pellegrino che la consegnò al medico del paese. Manoppello, la cittadina che l’ha custodito quasi in segreto fino alle recenti scoperte, è l’ultima tappa di un viaggio che da Gerusalemme aveva toccato Edessa, Costantinopoli, Roma. Ed ecco che il primo settembre 2006, Benedetto XVI viene a inginocchiarsi davanti al Volto Santo di Manoppello, e sei giorni dopo, all’udienza generale in Piazza San Pietro, esalta il volto umano di Dio contemplato in Gesù. E’ questo Volto che, insieme con quello della Sindone, ha portato fino a noi la ‘vera icona’ del Volto di Gesù, diventando il prototipo di tutte le immagini di Cristo riprodotte fin dai primi secoli. Esposto nella Chiesa di Manoppello, dalla quale lo sguardo spazia nell’anfiteatro dei monti della Maiella, il Volto Santo viene conosciuto e visitato da pellegrini provenienti dall’Italia e da varie parti del mondo, specialmente Germania, Polonia, Stati Uniti, Filippine, anche attraverso l’intronizzazione dell’immagine che lo riproduce nelle Chiese e lo imprime nei cuori.

 

Come tutte le cose preziose della vita, anche la storia del Santo Volto di Manoppello attraversa zone misteriose e spazi aperti. Nei tempi moderni emerge a partire dal terremoto che il 13 gennaio 1915 sconvolse il centro Italia, danneggiando anche il villaggio di Manoppello alle pendici della Maiella e la chiesa di san Michele, dove il sudario era custodito in una cassaforte con tre lucchetti, e veniva mostrato ai fedeli due volte all’anno. Nel corso del restauro della chiesa nel 1923 il sudario venne composto dentro uno scrigno di marmo e pietre preziose, per rimanere esposto alla vista di tutti nella nicchia sopra l’altare centrale. Nel 1964 Padre Domenico da Cese, cittadina del circondario, vedendo per la prima volta il velo del Volto Santo, esclamò quasi incredulo: “Ma questo è l’uomo che cinquant’anni fa mi ha tirato fuori dalla macerie. E’ proprio lui! E’ lui!” Nel terremoto del 1915 la chiesa di Cese era crollata durante la celebrazione della Messa mattutina; perirono due sorelline della sua famiglia mentre il ragazzino e suo padre rimasero sotto le macerie; dopo moltissime ore un soccorritore sconosciuto riuscì a portare in salvo il bambino. Dopo la scoperta del Volto, Padre Domenico chiese di essere trasferito al santuario di Manoppello, divenendone studioso e divulgatore. Nel settembre del 1978 mentre si trovava a Torino in visita alla Sindone, periva in un incidente stradale. La sua testimonianza della scoperta del Santo Volto venne raccolta da Renzo Allegri in un articolo di tre pagine della rivista Gente, dove scriveva di ‘quel panno finissimo, che la madre di Gesù, rispettando un’antica consuetudine, avrebbe steso sul volto del Figlio prima che questi venisse avvolto nella Sindone per la sepoltura”. Dell’articolo venne a conoscenza Suor Blandina Paschalis Schlòmer, trappista, che dedicò la vita allo studio dell’immagine, trasferendosi fino ad oggi a Manoppello come eremita. Venne coinvolto un gesuita studioso della Sindone, padre Heinrich Pfeiffer, secondo il quale il Santo Sudario doveva essere la reliquia che per secoli era stata custodita nella Basilica di San Pietro a Roma, chiamata ‘Veronica’, cioè vera icona. Nel 1506 papa Giulio II aveva fatto innalzare sopra la prima pietra della nuova Basilica di San Pietro la colonna della Veronica, sulla quale era stato fissato il velo del Santo Volto. Questa antica reliquia è poi scomparsa durante il sacco di Roma del 1527’; si racconta che venne portata in una località remota dello Stato pontificio sull’altipiano della Maiella da un misterioso pellegrino che la consegnò al medico del paese. Manoppello, la cittadina che l’ha custodito quasi in segreto fino alle recenti scoperte, è l’ultima tappa di un viaggio che da Gerusalemme aveva toccato Edessa, Costantinopoli, Roma. Ed ecco che il primo settembre 2006, Benedetto XVI viene a inginocchiarsi davanti al Volto Santo di Manoppello, e sei giorni dopo, all’udienza generale in Piazza San Pietro, esalta il volto umano di Dio contemplato in Gesù. E’ questo Volto che, insieme con quello della Sindone, ha portato fino a noi la ‘vera icona’ del Volto di Gesù, diventando il prototipo di tutte le immagini di Cristo riprodotte fin dai primi secoli. Esposto nella Chiesa di Manoppello, dalla quale lo sguardo spazia nell’anfiteatro dei monti della Maiella, il Volto Santo viene conosciuto e visitato da pellegrini provenienti dall’Italia e da varie parti del mondo, specialmente Germania, Polonia, Stati Uniti, Filippine, anche attraverso l’intronizzazione dell’immagine che lo riproduce nelle Chiese e lo imprime nei cuori.

 

Avevo visto tante volte quell’immagine serena e convinta, soffusa d’un misterioso impercettibile sorriso. E’ un gruppo di amici a condurmi fin là, a Manoppello, un paesino disteso sugli Appennini nell’anfiteatro dei monti della Maiella cosparsi di neve. Arriviamo alla Chiesa dalla bella facciata che evoca la basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila, riquadrata nel geometrico disegno delle croci di colore rosso e bianco. Mi affretto a entrare, senza saper dove troverò l’immagine del Cristo. Nella chiesa, lineare e ordinatissima, sul fondo dell’altare centrale si innalza un baldacchino di marmo, al centro del quale si intravvede una piccola immagine. Padre Antonio, rettore del Santuario, raccoglie il nostro gruppetto insieme con altri pellegrini e inizia il racconto di una peregrinazione dell’immagine da Gerusalemme a Costantinopoli a Roma… Come l’immagine arriva in questo luogo sperduto degli Appennini? I lanzichenecchi, dei quali sentivo raccontare alle elementari, assaltavano Roma nel 1527 e il papa preveggente consegna l’immagine a una famiglia di qua che la protegge; poi, nelle strane traversie della storia viene affidata ai frati di San Francesco, preziosi custodi della Terrasanta e di questo luogo diventato santo. Saliamo la scala dietro l’altare fino al pianerottolo dove è posta l’immagine. Eccomi, improvvisamente, a faccia a faccia con Cristo. Lui è qui con il Volto vivo, gli occhi aperti, la bocca accenna un lieve sorriso, come a dirti: “Sei arrivato. Ti aspettavo”. Mi aspettava fin dall’istante della morte insanguinata della Sindone fino al guizzo di luce che ha impresso in questo telo il Volto santo di Colui che usciva dalle tenebre della morte e splendeva nella luce. Un lampo di Cristo risorto: “Io ti guardo e tu mi guardi”. Mi guardi come hai guardato e amato il giovane ricco, che se n’è andato perdendo il tesoro. Mi guardi come hai guardato Pietro chiedendogli: “Mi ami tu? Più di costoro?”. Come guardavi i bambini, le donne, i peccatori, persino chi ti tradiva e ti offendeva, ti percuoteva e ti trafiggeva.

Il Volto Santo si intravvede in una tela finissima, tessuta da mani bambine. Nella parabola del ricco e del povero Lazzaro, il ricco banchetta ‘lautamente’, vestito di porpora e ‘bisso’… Cos’è questo ‘bisso’? Un crostaceo grande più di una mano, dal quale si estraevano filamenti finissimi per tessuti che brillano al sole. Ne vediamo un esemplare nella sala museo, con la trafila dei passaggi per diventare un tessuto. Giuseppe di Arimatea, benestante, cede a Gesù il sepolcro nuovo e procura il lenzuolo nuovissimo che avvolge il corpo del Crocifisso e questo fazzoletto per coprirne il volto. Qualche segno della passione vi rimane, un cenno sulla parte sinistra della fronte e del naso, un’ombra sul labbro. Questo ora è il Volto del Vivente, il Vivente Risorto. Lo rivediamo in una vetrina con tre ante: nella prima, il Volto della Sindone, nella seconda il Volto Santo, nella terza il fazzoletto di Oviedo, usato per detergere la bocca sanguinante del Crocifisso deposto dalla croce; scorre la seconda anta e si sovrappone al Volto della Sindone, e le due immagini si corrispondono perfettamente, vibrando di vita. E’ Lui! Gesù attraversa la storia non solo con le parole del Vangelo e il Corpo e Sangue dell’Eucaristia, ma anche con questa immagine viva, per dirmi, per dirci: Guardami. Nella Messa celebrata davanti a quello sguardo il Credo fiorisce: ”Credo in Te” ; come Tommaso il cuore lo riconosce: "Mio Signore e mio Dio!’

Coreografie, musiche, danze, festoni, sventagliate di luci che si intrecciano nello stadio e lo fanno sobbalzare. La festa di inaugurazione delle Olimpiadi rappresenta il punto di raccolta delle fantasie dei coreografi che inventano spazi immaginari e disegnano sorprendenti figure, pur nell’intrigo di qualche sfasatura. Un riflesso di questo spettacolo di luci e di movimenti vedremo ripercuotersi nelle serate del Festival di Sanremo e in chissà quante altre manifestazioni. Ritrovi l’eco moltiplicata delle antiche feste di paese quando i giovani si sfidavano al palo della cuccagna, e tutto finiva con clamorose diatribe tra i baracconi delle giostre, la banda e i balli. L’incanto della festa, il bisogno di stare insieme, il gusto dell’acclamazione affascinano folle di spettatori presenti e catturano davanti al teleschermo milioni di fans. Quasi l’assetto di una ‘liturgia laica’, una ripresa amplificata dell’ordinamento delle processioni e delle acclamazioni che magnificano piazza San Pietro ed esaltano i raduni delle Giornata mondiali della Gioventù. Un’immensa cornice nella quale vengono a concentrarsi ideali, progetti, programmi lungamente pensati e preparati. Tirocini atletici, allenamenti, selezioni, con il frammezzo di imprevisti e incidenti, vanno a sbocciare nelle gare che hanno come protagonista una squadra, un atleta, una corsa, un lancio. Le Olimpiadi invernali hanno dalla loro lo splendido scenario delle vette alpine e l’incantevole biancore delle discese e delle piazzole ghiacciate, nel cui ambito avvengono impossibili evoluzioni danzanti, corse pazzesche su piste ripidissime, segnalate da cronometri che misurano distanze minimali. Tutto un mondo di allenatori, tecnici, sponsor, impresari gira attorno al singolo atleta e alla squadra. Mentre si svolgono le gare, con atleti di così tante nazionalità, ricevi l’impressione di un mondo grande, bello, prestante. Soprattutto giovane. Una umanità che rinasce, come la Venere che spunta dalle acque. Appare semplice la sequenza dei giri e dei rimbalzi, ma non sai a quanti giorni di allenamenti e di sacrifici questi giovani si sottopongano, rinunciando a tempi di studio, alla famiglia, a nottate di divertimento per dedicarsi ‘solamente’ all’impresa sportiva. E improvvisamente salta fuori l’atleta mamma con in braccio il figlioletto di tre anni, la più brillante medaglia d’oro conquistata in vita. Non è in gioco un’umanità fuori dal tempo, costruita con l’intelligenza artificiale. E’ l’intera vita che si mette in gioco. Lo scopri negli abbracci delle amiche e amici di squadra, di allenatori e familiari; lo intravedi nella fuggevole lacrima di gioia o nell’amara delusione di chi la medaglia non l’ha vinta per un’improvvida sbandata o per l’incidente che l’ha fatto finire all’ospedale. Diventa ancor più evidente nelle para-olimpiadi e nelle manifestazioni sportive nelle quali la persona emerge nonostante e attraverso una limitazione fisica. Qui il risultato non si misura solo con il successo. Il risultato è la persona che cresce mettendo in opera muscoli e cervello, cuore e decisione; è l’amicizia che nasce, la speranza che apre alla vita, spalanca alla ricerca di un di più, così come può accadere con il canto e la musica, con una laurea che determina la scelta della professione e persino la vocazione matrimoniale o religiosa. Un di più di umanità, dedizione, coraggio, apertura, fiducia, slancio che dallo sport passa alla vita, dal campo di allenamento passa alla famiglia, dall’esercizio ginnico alla scuola. Dentro la vittoria, in attesa e oltre la vittoria sportiva, rimbalzano la persona, la compagnia umana, la decisione per l’ideale.

E finalmente, l'inno nazionale con il ‘sì’ gridato dopo ‘Italia chiamò’!

 

 

 

Di quanti soccorritori abbiamo bisogno nel corso della vita? Ci sono le braccia della mamma che ci rialzano quando siamo bambini. Nei tornanti del tempo incontriamo persone che ci sostengono e ci proteggono. Non solo con l'aiuto fisico. È soprattutto quella compagnia che porta con noi il peso delle cose e la fatica dei sacrifici. Quando accadono eventi disastrosi, intervengono prima possibile i soccorritori che salvano dal fuoco, dalle valanghe, dalla rovina della casa o del paese. Le persone salvate rimangono sconvolte, hanno perduto un familiare, il luogo dove abitavano, sono state private di ogni bene… Uno schianto al cuore, un disorientamento totale per il futuro. Come sostenerle, di quali ‘soccorritori’ hanno bisogno? Da tempo, nei telegiornali e nei social, rimbalza il ritornello: “E’ stato inviato un team di psicologi…” Gente addestrata alla vita, che si mette accanto a chi soffre. E tuttavia, il ‘sostegno psicologico’ a quale livello della mente, del cuore, delle emozioni può arrivare?  Dove abita il perché della vita, dove spunta il sostegno dell’anima, quale futuro rimane aperto? E’ sintomatico che - di solito - familiari e istituzioni domandino il rito religioso per il funerale delle persone che sono perite. Ancora più significativo è il fatto che si ricorra al vescovo e che si arrivi a chiedere un’udienza particolare del papa. Lumini, fiori, bigliettini accanto ai luoghi della tragedia evocano una speranza più grande. Perché? Di fronte alla morte di una persona amata, non basta la cosiddetta ‘elaborazione del lutto’ in stile psicologico. Non basta il trascorrere del tempo che a poco a poco appiana la voragine del cuore. Tanto meno basteranno le ‘distrazioni’, i viaggi per dimenticare, e tutte le buone intenzioni di chi li suggerisce. C’è un ‘oltre’ sul quale il cuore si protende, un ‘prima’ da cui trae origine l’umana consistenza. Un bisogno di amore, un abbraccio che ci stringa alle spalle, uno sguardo che arrivi al profondo. Non per sentire parole nuove, tanto meno per subire l’umiliazione di parole vuote. L’onda che lambisce oggi la vita, si estende senza misura. L’orizzonte si apre verso un amore più grande delle stelle, più vasto del mare, più esteso del cuore, più pieno del tempo. Al di là della morte c’è la vita: le persone amate vivono, e anche tu vivrai. Cerchiamo non qualcosa di vago e indefinito come un dio generico, ma il Dio personale e concreto che si chiama Gesù: volto, mani, parole. Non un avvenimento sperduto nel passato, ma una presenza segnalata dalle parole che ascolti, dalle persone che vedi, dalla comunità che ti abbraccia. Un bisogno di intravvedere il Padre che da sempre ci ama, nella desolazione del cuore, nella privazione dei beni, nell’incertezza delle ore. Un bisogno di guardare Gesù in croce, stringendoci a lui come la Maddalena, piangendo in silenzio accanto a Maria, la Madre. E’ quello che malati e sani vanno a cercare a Lourdes e in cento altri santuari, per domandare non solo guarigione, ma vita e speranza. Per incontrare persone che conducono oltre se stesse e camminano con te verso il Padre che sta nei cieli, il Figlio che si è fatto carne ed abita in mezzo a noi, lo Spirito che è amore e consolatore. Un soccorso grande, quieto, avvolgente, così umano come solo una fede condivisa arriva a donare.

Foto: Basilica di Lourdes - Crans-Montana