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La vicenda della rivista di teologia Communio è così interessante da potersi definire gloriosa. Negli anni del dopo Concilio si diffondeva un clamoroso desiderio di cambiamento della Chiesa e quindi della teologia. Anche sull’onda del ’68, che aveva spazzato via il mondo vecchio e aveva aperto nuove correnti di pensiero e di comportamento, alcuni studiosi di teologia e ampie schiere di laici cristiani si risvegliavano da un letargo che li rendeva passivi. Brillava l’ideale che tutto doveva cambiare, dai vestiti dei preti alla liturgia, dall’autorità della chiesa all’autonomia dei cristiani e delle comunità. Alcuni aspetti del dogma dovevano essere verificati e il contenuto della morale subiva grossi scossoni per il prevalere una visione sociologica e psicologica della realtà.

Altri cristiani, sacerdoti e laici, intravvedevano una via diversa, che mirava al rinnovamento della Chiesa non tagliando l’albero alla radice, ma attingendo nuova linfa dai documenti conciliari, ripensati e rivissuti all’interno della tradizione di santità e di vita della Chiesa. Comunità cristiane e nuovi gruppi riprendevano la preghiera dei salmi, la lettura della Bibbia, la vita sacramentale con la Messa quotidiana, nel tempo stesso in cui tentavano di praticare la novità cristiana nel lavoro, all’università, nella cultura, nella carità, nella missione fino all’esperienza politica. Era il tentativo di esprimere la novità del Concilio non contestando la Chiesa ma realizzandola in pratica.

Alcuni teologi presero l’iniziativa di accompagnare lo slancio del rinnovamento senza smarrire l’essenza del cristianesimo; tra essi Henri De Lubac, Joseph Ratzinger, Hans Urs von Bathasar. Quest’ultimo tentò di coinvolgere altri teologi in una pubblicazione collettiva che in 150 pagine avrebbe dovuto delineare i ‘punti fermi’ della fede. A parte la difficoltà di coordinare un lavoro così complesso, ci si avvide subito che occorreva ricercare uno strumento più agile che camminasse sul ritmo con il tempo, come poteva essere una rivista immaginata come strumento di dialogo a livello internazionale. Fu la prima idea della rivista che nel nome Communio intendeva mettersi sulla linea del Concilio, ricercando l’unità della Chiesa e in qualche modo dell’intera umanità. Iniziata nel 1972 la rivista veniva impostata con edizioni in lingue diverse, con una serie di articoli comuni e altri distinti a seconda della lingua e del luogo. Si innescava un processo di condivisione laboriosa, sempre in via di elaborazione, poiché la comunione non nasce solo dall’accordo reciproco, ma viene come dono dall’Alto. Nel tempo le edizioni di Communio sono diventate 13 in 11 lingue. L’edizione italiana era pubblicata dalla Jaca Book con la collaborazione di alcuni giovani teologi facenti capo ad Angelo Scola; per motivi organizzativi ed economici è stata interrotta per dodici anni e oggi rinasce per le edizioni Cantagalli a cura dell’associazione ‘Communio’ della Svizzera italiana di Lugano, con un buon numero di abbonati vecchi e nuovi, sacerdoti, religiosi, laici. Il numero zero si annuncia con un titolo significativo, Il coraggio cristiano di rischiare. L’editoriale firmato dal direttore René Roux e dal condirettore Paolo Prosperi imposta la ripresa del cammino. Nel numero zero vengono ripresi gli articoli fondativi del primo numero del 1972 a firma di Balthasar, De Lubac, Ratzinger, che si rileggono con passione e gioia. Insieme con altri articoli, nuova è l’intervista al Cardinale Angelo Scola con l’augurio di rilanciare ‘la bellezza della Chiesa sinodale e comunionale’. La rivista prosegue la sua navigazione nel gran fiume della Chiesa ‘postconciliare’; come scriveva Balthasar, “vuole osservare l’immensa calca della battaglia tra le odierne visioni del mondo e inviare segnali lampeggianti”.

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“Sono ateo”: la frase pronunciata con noncuranza come ovvia, è una staffilata alle orecchie di chi segue in streaming la lezione di storia o di letteratura e di seguito una inconsueta lezione sull’origine e i misteri della matematica. Diventa una ferita quando la sentiamo ripetere da un familiare o da un amico. Dire ‘sono ateo’ è un decadimento dell’intelligenza. Per dire ‘sono ateo’, uno deve aver chiuso la porta della ragione e aver buttato la chiave. A quante domande dovrà rinunciare, quanti problemi dovrà nascondere? Mentre la scienza nelle sue mille strade – fisica, quantistica, matematica, astronomia e tutte le filosofie – allarga l’orizzonte delle cose da conoscere e scoprire, l’ateo invece proclama: “Sono arrivato al limite. Non c’è più nulla. Nulla da domandare, nulla da ricercare”. E’ la fine della storia! A cosa si riduce una vita che spegne le domande e dichiara inutile ricercare l’origine e il senso delle cose? Contemplando il cielo stellato o camminando sulla sabbia del mare percepiamo il tremolio del cuore che ama e sospinge verso l’oltre. Con Leopardi domandiamo: “Che fai tu luna in ciel?... A che tante facelle?...” La sapienza di Sant’Agostino, indomabile ricercatore di verità e leale scopritore aperto alla fede, confessa: “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. Arrancando dietro a lui potremmo forse dire: “Non so, non conosco, non capisco, ma continuo a cercare”. La vita delle nostre giornate si rivela insufficiente, incoerente, fastidiosa, e sospinge a cercare nuove vie, nuove possibilità di realizzazione e di felicità. Ci mettiamo a scrutare con gli strumenti sofisticati dello scienziato e con l’acume dello storico o anche solo con gli occhi spalancati di un bambino.

Nel corso della storia gli uomini hanno continuato a cercare sul filo di due percorsi. Il primo percorso riguarda le domande sulla vita e il bisogno di salvezza: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, perché il bene e il male. Nei tempi moderni la teoria dell’evoluzione induce a percorrere un cammino a ritroso che non arriva mai alla prima origine e ci lascia in balia di nuove domande: ‘cosa c’era prima?’, “cosa accadrà dopo?”...

 

Il secondo percorso si apre sul panorama della storia. In tutte le epoche incontriamo uomini che affermano di aver trovato i segni del divino: nel sole, nel volo degli uccelli, nelle viscere di un animale o nel cuore dell’uomo; alcuni personaggi sono stati identificati come profeti e messaggeri di Dio. A un certo punto della traiettoria storica, un uomo nato da donna è stato riconosciuto come figlio di Dio, inviato dal cielo. Di fronte a tale pretesa, come restare indifferenti? E’ vero o non è vero? Veniamo sospinti a una verifica, costretti ad ‘andare a guardare’. Fossimo nati sulle sponde del lago di Galilea, avessimo visto quell’Uomo con i nostri occhi… Oggi ci accontentiamo di scorgere la cupola della Basilica di San Pietro o di riconoscere il profilo dei campanili domandando: “Perché il papa di Roma? Perché la gente crede ancora?” Chi risponderà? Se un giorno ci accadesse di incontrare qualcuno a cui brillano gli occhi come ad Andrea che dice al fratello Simone: “Abbiamo incontrato il Messia”; se ci troveremo sorpresi come dal fremito che ha scosso la Maddalena sentendosi chiamare per nome da Gesù, quel giorno sarà un bel giorno, quando la  navigazione della vita ci condurrà alla riva dove Egli ci attende con un fuoco acceso per noi.

don Angelo Busetto

 

Van Gogh, Cielo stellato

Gesù risorto sulla riva del lago

Fernando Pessoa è considerato tra i più grandi scrittori portoghesi, se non il più grande. La traiettoria della sua esistenza corre dal 1888 al 1935: quarantasette anni di vita e un baule di carte, appunti, ritagli, pensati per un ‘libro a venire’. Quello che ha pubblicato in vita è stato firmato con vari nomi – se ne contano settantacinque – che egli non considerava come pseudonimi, ma definiva eteronimi, nel senso che a questi nomi corrispondeva un diverso autore immaginario, con una particolare biografia con la quale di volta in volta Pessoa intendeva identificarsi. Intravediamo qualche corrispondenza con il Pirandello di ‘Uno nessuno centomila’, e comunque con la pretesa di ultima generazione di costruirsi ciascuno una identità diversa, corrispondente allo stato d’animo della giornata o in linea con quanto gli altri pretendono da noi. Questo modello viene svolto in una raccolta sotto il titolo Libro dell’inquietudine, dove l’identità viene riferita a ‘Bernardo Soares, aiuto contabile della città di Lisbona’. Vi si trovano le espressioni più varie e contraddittorie. Le 42 pagine della prefazione di Corrado Bologna richiamano le parole di Pessoa: ‘La mia anima è un’orchestra occulta’, fatta di strumenti che ‘suonano e stridono’. Scrive Pessoa: “Dalla vita non voglio altro che stare a guardarla”. In realtà la guarda da tutte le parti, dall’alto in basso, da destra a sinistra, inseguendola come una inafferrabile pallina di mercurio, come ‘uno scriba che aspira a diventare pura scrittura delle cose’. Vi si trovano raccolti 445 scritti di varia lunghezza, che vanno dal 1913 al 1934. Nel frattempo, Pessoa scriveva e pubblicava opere tra le più varie, sotto il nome di autori diversi.
Il lettore si trova sballottato tra gli scritti più strambi e quelli più saggi, sempre in movimento sull’orlo dell’abisso dell’imprevisto. E tuttavia dalla nube dell’incertezza e dalla spuma delle onde che sbattono sulla scogliera della realtà, emergono pagine di straordinaria profondità, che suggeriscono paragoni con autori del passato e contemporanei, richiamando in particolare la ricerca di Sant’Agostino nelle Confessioni, un testo che costituisce lo strato da cui germoglia tanta letteratura dell’Occidente e tante moderne scoperte della psicologia e della psicanalisi. Volendo scegliere un testo tra i più significativi, che riflette il disagio e la domanda dell’uomo contemporaneo, possiamo riferirci al n. 77 databile al 1914, che inizia così: “Dove sta Dio, anche se non esiste?... Voglio provare il piacere di essere perdonato come di una carezza non propriamente materna. Un grembo su cui piangere, ma un grembo immenso, senza forma, ampio come una notte d’estate, e nonostante ciò vicino, caldo, femminile, accanto a un camino qualsiasi…”. In questo struggimento lo scrittore invoca: “Se un giorno Dio mi venisse a prendere e mi portasse a casa sua e mi desse calore e affetto… Certe volte ci penso e piango di felicità a pensare di poterlo pensare…” Brani di questo tipo, che si mescolano ad altri diffidenti e dissacranti, esprimono il bisogno e l’inquietudine dell’uomo moderno e contemporaneo, che non guarda più il cielo, non conosce più se stesso e rivolge tutte le sue domande alla scienza e alla natura, senza poter soffocare l’anelito che lo sospinge oltre e gli fa intravvedere il divino. E’ l’angoscia e la domanda che spingeva Leopardi a interrogare la luna, proteso verso l’infinito. Il travaglio del senso religioso, se viene soffocato arrotolandosi su se stesso, si apre alle domande che salgono dall’anima e risalgono la corrente dell’esistere fino a intercettare Colui che ci è venuto incontro.

 

 

 

 

Qui ce la giochiamo tutta. Il cristianesimo viene raccontato, spiegato - e spesso contraffatto - più da persone che si dichiarano atee e non cristiane che non dai cristiani stessi. Un cristianesimo presentato da chi non lo ama, non lo apprezza e soprattutto non lo vive. Ridotto a idee, sentimenti, leggende, superstizioni, abitudini, la sua storia viene raccontata in modo scorretto e parziale, così come i tifosi parlano della squadra avversaria. Noi cristiani rischiamo di trovarci incastrati su descrizioni e interpretazioni di secoli di vita della Chiesa che dimenticano la sapienza, la cultura, la salute, la medicina, l'università, l'agricoltura, le cattedrali, le comunità, le misericordie e tutta una produzione di buona umanità proclamata, praticata e diffusa dalla fede cristiana. Spariscono dai libri di storia e filosofia nomi di scienziati, letterati, filosofi, umanisti e benefattori, si dimenticano o si deformano santi di varia grandezza, proclamati dalla Chiesa o riconosciuti e venerati dalla fede dei semplici.

Va ancora peggio per quanto riguarda il contenuto della fede cristiana: cos'è il cristianesimo; chi è Dio; chi è Cristo; che cos’è la Chiesa. Spesso l’ignoranza e la maldicenza hanno partita libera e il gioco si fa perverso. Basta un titolo sballato e già siamo fuori strada. Come nel caso dello scrittore che mette una 'e' fra Gesù ‘e’ Cristo: secondo lui, ultimo arrivato fra tanti, si tratta di due persone diverse, che sono state appiccicate insieme da cristiani esaltati. E’ una contraffazione dei fatti accaduti, una sconfitta del buon senso e una deformazione dell’intelligenza.

In contrapposizione, risplende il titolo di un libro che ho avuto la ventura di rileggere dopo 50 anni: Gesù il Cristo, di Karl Adam. Gesù, uomo concreto, nato e vissuto in Palestina, è il Cristo, è il Messia.Salvatore desiderato e amato. Ha vissuto una vita umana in totalità e bellezza, come può viverla Dio stesso. Percorrere il racconto della sua vita, la descrizione della sua personalità, il fiorire della sua identità davanti ai primi che l’hanno incontrato e davanti ai nostri occhi, costituisce l'impresa più bella e utile che si possa intraprendere.

Guai a dimenticare che il cristianesimo è Cristo, la sua persona, la sua storia, la sua presenza viva e attiva come risorto, che ci unisce a sé attraverso il battesimo, ci convoca in fraternità nella Chiesa, ci mette di fronte al mondo con la faccia della fede e della nostra fragilità. Lo scopriamo nelle pagine del Vangelo, nella vita dei santi che l'hanno impersonato, dei sapienti che lo hanno capito e hanno approfondito il mistero della sua persona e della sua opera, delle persone e delle comunità nelle quali risplende la sua immagine.

Da qui comincia il riscatto dei cristiani. Da qui muove il primo passo di adesione a lui, e insieme l’amore, la ricerca dell’unità con gli altri che credono in lui. Illuminare il mondo attraverso luoghi umani che vivono la sua presenza e la comunicano come significato della vita, azione di carità, desiderio di salvezza per tutti, questo è il nostro compito. Non nascondere il suo nome quando ci moviamo, lavoriamo, amiamo. Siamo suoi così come apparteniamo alla nostra famiglia, come stiamo dentro la nostra pelle e parliamo la nostra lingua.

Di questo il mondo ha bisogno: il piccolo mondo delle nostre amicizie e del nostro lavoro, il grande mondo dell'economia e dei governi, delle guerre e delle trattative. Dove e quando i cristiani percorrono il mondo da cristiani, lì inizia un cammino di salvezza: per noi e per tutti.

Non sono riusciti a trattenere l’uomo che, dopo aver gettato la donna dal ponte, s’è buttato lui stesso nel baratro. Così è stato per gli agenti che erano accorsi. Chiunque veda un uomo o una donna farsi del male o tentare il suicidio non può trattenersi dall’intervenire. E’ la bellezza della istintiva solidarietà umana. Ancora nel nostro mondo chiuso e indifferente viene spontaneo dare la mano a chi è caduto. Ancora si tiene in casa la persona cara anziana e malata, fin quando, tra medicine, igiene, stato di salute, è possibile ai familiari sostenuti dalla badante e altri servizi. La cronaca racconta di presenze amorevoli accanto a persone costrette a lunghe degenze, come Mary Sangalli, la giovane mamma malata di sla. Quando il ricovero si fa inevitabile, spesso accade una fatale accelerazione del deperimento della persona. A chi potrebbe venire in mente di spegnere una vita prima del suo inesorabile e naturale tramonto?

Può accadere che la persona sofferente chieda di porre fine alla sua vita: “Vorrei morire…”. Quasi sempre si tratta di frasi dettate da sofferenza e solitudine, che escono di bocca per il desiderio di trovare partecipazione. Oggi la medicina sa alleviare al massimo la sofferenza fisica. Per la solitudine e lo stato di prostrazione, ci vuole altro. Non solo l’aiuto del personale sanitario e la presenza di familiari e volontari. Ci vuole di più. Dove trovare il senso di una vita che sembra non valere più nulla? Non basta l’orizzonte del mare e del cielo a dare senso alla nostra umana navigazione. Quando ci si sente inutili, quando ci si considera un peso e un ostacolo per altri, togliersi di mezzo sembra quasi un atto di amore. Ma se uno si accorge di essere amato? Se, malato e anziano, si strugge di tenerezza accanto a un bambino piccolo che lo guarda, a una persona che sorride? Era straordinario un servizio tv con bambini piccoli e persone anziane insieme per buona parte della giornata: una esplosione di vita con giochi, sorrisi, lavoretti, passatempi, canzoni. Le persone stanno bene insieme; esperienze piccole o grandi di condivisione, ogni giorno, ogni settimana, ogni mese. Non rinascono solo gli anziani, rinasciamo tutti. Occorre aprire l’orizzonte della fede: Dio ci ama e ci ha creato, il Figlio Gesù si mette accanto al povero e alla donna perduta, ai bambini e ai nemici, soffre e muore promettendo al ladrone il paradiso. Alla giovane suora Clare Crockett morta a trentatre anni nel terremoto del 2013 in Equador piaceva la canzone di San Filippo nel film con Gigi Proietti ‘Preferisco il Paradiso’.

E’ inumana e terribile una legge - come accade in Veneto - che permetta e sostenga la possibilità di spegnere la propria vita. E’ la massima delusione del vivere, l’estrema sconfitta della società senza senso, della politica senza giudizio. La stessa cosa accade con la propaganda in favore dell’aborto e con gli ostacoli posti a chi vuole aiutare il proseguire della vita nel seno materno. Una società solitaria, disperata e violenta trova nella morte la risposta al vuoto del suo cuore e al nulla della sua esistenza. Perduto il senso del vivere, la soluzione rimane non solo il morire, ma il procurare la morte, persino con la violenza verso se stessi, verso il coniuge e i figli.

Per grazia riconosciamo il Dio della vita, che si è fatto uomo perché noi possiamo vivere nel tempo e nell’eternità, avvolti da un grande amore. Una possibilità offerta a tutti.

Foto: Suor Clare Crockett

 

VOLTI E STORIE nei percorsi delle MOSTRE

Il giornale apre ogni mattina con notizie sul Meeting di Rimini in prima pagina, e di seguito due paginone e altro ancora. Il desiderio si spalanca a riconoscere un grande evento, come un fiume che trabocca non per distruggere ma per irrigare e far germogliare piante di vita. Lo noto all’ultimo giro nell’enorme spazio della libreria, dove già due volte mi sono caricato di libri. Trovo il catalogo della mostra di Harmel, l’imprenditore francese dell’800 che trattava gli operai come persone, coinvolgendoli nell’azienda e liberandoli dal lavoro come schiavitù; mai sentito nominare, per il solito motivo che, mentre ‘gli altri’ sbandierano le loro imprese piccole o grandi, noi cristiani lasciamo perdere fatti e persone che rinnovano il mondo. Amico di Papa Leone XIII, quest’uomo collabora per la stesura dell’enciclica Rerum Novarum e gira la Francia per farla conoscere e applicare. Non trovo più i libri di Madeleine Delbrel, esauriti da due giorni dopo la scoperta della sua mostra; la ’conoscevo’ da qualche mese: poetessa, scrittrice, assistente sociale, convertita a vent’anni, va a vivere con due amiche nella periferia operaia di Parigi, dove il comunismo spegne ogni espressione religiosa e fomenta quella rovinosa lotta di classe che è il contrario dell’iniziativa dell’imprenditore Harmel. Grande attrattiva attorno a suor Clare Crockett, nella mostra ‘O todo o nada!’.

Ha ragione la responsabile delle mostre del Meeting: queste rappresentano una vera ‘università popolare’, frequentatissima, come rivelano le lunghe file di ‘prenotati’' e ‘non prenotati’. Si spalanca il mondo, anzi, l’universo raccontato nelle conferenze; nella mostra Wonder Bound entriamo in profondità sorprendendo le stelle in formazione e lo spettacolo misurato in milioni di anni luce. Scopriamo storia e geografia del Libano, con la bellezza, il dramma degli invasori e la speranza degli abitanti; anche questa, una storia mai raccontata e ora svelata. Per chi conosce Sant’Agostino e chi non lo conosce, la sua vita e il suo pensiero si dipanano nella monumentale mostra “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova”. Papa Leone è stato accompagnato a visitarla: cosa avrà detto, lui che si è acceso di entusiasmo di fronte alla clamorosa accoglienza del Meeting? Ecco la scoperta dell’Ecce Homo, piccolissimo quadro di Antonello da Messina, presentato nell’originale. Percorriamo il travagliato percorso di Kierkegaard, fatto di amore, silenzio, gioia. In giro per i padiglioni ci sono le missioni gesuitiche in Paraguay, le visioni del cuore d’Italia ferito dal terremoto e altro... Harry Potter e il Signore degli anelli, l’Ulisse drammatizzato per bambini e ragazzi, e altre storie e immagini. Riprende le pubblicazioni la rivista teologica Communio, che fa capo a grandi teologi del ‘900. Dialoghiamo tra amici negli stand della Compagnia delle Opere e imprese sociali. Ascoltiamo Dante letto e spiegato dagli studenti insieme con Franco Nembrini. Si svela il mondo della comunicazione: Vatican News con spazi aperti al mondo, il mensile Tempi acuto nei giudizi e aperto nelle testimonianze, il Timone con la sua audacia, Tracce totalmente rinnovato. I convegni si sovrappongono l’uno all’altro e riempiono le sale; partecipiamo ad alcuni, accogliendo l’esperienza del perdono e dell’amore; altri li incontreremo via social. Migliaia di facce, amici di casa e antichi frequentatori, bambini in carrozzina o a giocare nel Villaggio Ragazzi, fino al Padiglione dello Sport. Il Meeting dell’amicizia percorre le giornate e intreccia legami: una settimana che invade lo spazio della vita. In attesa del prossimo Meeting che riprende parole qui pronunciate da Papa Leone: “Pionieri coraggiosi per custodire l’umano”.

 

La Fraternità di Comunione e Liberazione a San Martino di Castrozza

Non sono riuscito a contarli con precisione: i bambini saranno più di trenta, in scala dal bimbetto appena nato fino alle corse dei due-tre anni, ai salti della scuola materna, ai giochi della primaria e oltre, liberi e insieme pronti a ricorrere ai genitori per un soccorso o un sorriso. Spariscono dopo colazione, quando ci raduniamo per la preghiera del mattino e anch’essi in parallelo pregano, cantano, ascoltano. Viviamo giorni di una vacanza accogliente e lieta. La comunità si ridesta, attratta da una grande bellezza: le montagne che svettano aguzze verso il cielo e una Presenza che ci accompagna. Come diceva uno degli adulti presenti, i bambini indicano il metodo con il quale siamo chiamati a vivere: unità e sequela. Si appartiene gli uni agli altri perché insieme si appartiene a Cristo. L'esperienza vissuta dagli apostoli si riproduce in coloro che nel tempo continuano a seguire Gesù. La riflessione che segue la preghiera delle Lodi - ripresa dal libro di don Giussani All'origine della pretesa cristiana che accompagna il cammino della Fraternità di Comunione e Liberazione nei gruppi di Scuola di comunità – racconta l’incontro, l’esaltazione, il dubbio, il cambiamento, la sequela dei primi dietro a Gesù, in paragone con quel che succede a noi: Chi è il Signore per me? Siamo uniti a Lui insieme con tanta gente: alcuni amici di una vita, altri sopravvenuti nel tempo, altri agganciati all’ultima ora.

La mattinata si apre alle escursioni, che il tempo bello favorisce alla grande. Il passo Rolle è uno splendido punto di divaricazione per mete spettacolari raggiunte con belle camminate fino a un punto di sosta accessibile anche con la macchina. E’ spettacolare la celebrazione della Messa nello scenario delle Pale di San Martino e di altre vette che innalzano il tempio di Dio imitato dalla Sagrada Familia e dalle nostre cattedrali. La Messa è il sacramento efficace della nostra unità. Lo richiamano alcune persone che vengono a raccontarci la loro storia: l’uomo e la donna diventati padre e madre di Andrej quando aveva due anni: ora ne ha dodici e quando lo vedi sorridere e parlare avverti un senso della vita profondo e lieto. Tre suore di carità dell’Assunzione ci raccontano la loro vocazione e la vicinanza a persone e famiglie abbandonate nel quartiere Corvetto di Milano: la carità è il fiorire della fede e diventa servizio a Gesù. In video dialoghiamo con alcune amiche di Mary, la madre di quattro figli colpita da sla: il bene della vita non coincide con l’esaudimento di tutti i desideri, ma con l’adesione alla Sua volontà di bene per noi. La questione si chiarisce ascoltando un amico che racconta l’incontro con una novità di vita intravista in una persona e sperimentata in una compagnia nel contesto della Fraternità di Comunione e liberazione. Già qui sperimentiamo che il cammino della felicità e della realizzazione di sé coincide con l’adesione alla volontà di Dio che ci abbraccia. La comunione vissuta in questi giorni diventa un po’ simbolo e richiamo alla vita intera. Appartenendo e seguendo Gesù presente nel segno di una Chiesa reale, veniamo liberati dai nostri idoli e possiamo attraversare con libertà i passaggi, i tormenti, le speranze della vita. In questi giorni viviamo un’esperienza che può proseguire in ogni ambito e in ogni circostanza. La vacanza non è una pausa del vivere né un’oasi nel deserto. E’ piuttosto un punto di ristoro, di chiarezza e di rilancio per la vita che continua, così come accade nella gioia clamorosa della festa dell’ultima sera e nella lieta pazienza di ogni giornata.

Imperversano le regole. Vecchie e nuove regole per tutto: uso dei cellulari, veicoli e velocità sulle strade, lavoro nella calura, e via regolando. Spesso le ‘regole’ diventano un ‘pacchetto’ da sfilare con cura, un protocollo da eseguire riga per riga in azienda o in una sala d’ospedale.

Un mondo senza regole va a catafascio. Ma un mondo con le regole, si salva? Possono le regole suscitare l’attrattiva del bene, provocare la libertà, sostenere il cammino? Un ragazzo viene educato a suon di regole? Le regole sono figlie della mentalità giuridica che definisce i comportamenti secondo un giudizio di bene e di male. Con un trabocchetto evidenziato già da San Paolo: è proprio la legge a renderci peccatori perché, mentre indica il da farsi, non dà la forza di realizzarlo. Le regole costituiscono una parete scivolosa sulla quale l’arrampicata si fa difficile e pericolosa. Può succedere che la conoscenza delle regole induca a fare il contrario, come accade al bimbo capriccioso che non vuole obbedire. L’insistenza sulle regole ha inaridito tante strade lungo la storia, ha irrigidito persone e istituzioni, bloccando lo sviluppo e l’armonia di gruppi sociali e di comunità religiose. Le regole non hanno volto, come il dio dei filosofi infinitamente grande e perfetto, ma lontano e inconoscibile.

A un certo punto della storia accade che l’umanità si trova a fare i conti non con delle regole da seguire, ma con un rapporto da vivere. Quando Dio presenta a Mosè le tavole della Legge con i dieci comandamenti, apre un rapporto, stabilisce un’alleanza con il grande profeta e con il suo popolo. E’ la consegna di un’appartenenza, fino al punto che la disubbidienza ai comandamenti viene paragonata all’adulterio, cioè al tradimento del rapporto a due. Non si tratta quindi solo di obbedire o contraddire una regola scritta, ma di corrispondere a un amore o di tradirlo. Quando viene Gesù, il rapporto con Dio si fa immediato e personale. I due comandamenti dell’amore di Dio e del prossimo conducono a riconoscere Gesù: ”Ogni volta che avete fatto questa cosa a qualcuno l’avete fatto a me”. Dice il santo John Henry Newman in uno dei suoi preziosi sermoni: ”Il Salvatore riceve nella scrittura tutti i titoli astratti di eccellenza morale inventati dai filosofi. Egli è la Parola, la Luce, la Vita, la Verità, la Sapienza, la Gloria divina”. Non dunque un richiamo al dettato della legge, ma alla relazione con il Signore, riconosciuto non solo nei cieli e nel profondo del cuore, ma nel volto del fratello e nel cuore della comunità. Il giovane ricco che si dichiara rispettoso dei comandamenti fin dalla giovinezza, subito dopo chiude il cuore a Gesù che gli dice di seguirlo, e se ne va via triste.  Conviene dunque metterci in ginocchio e dire: “Signore Dio, ti amo con tutto il cuore, perdona la mia fragilità e il mio peccato”.  Il perdono che il Signore concede rinnova il rapporto con lui e fa rinascere l’amicizia; a Pietro che l’ha rinnegato tre volte, Gesù tre volte chiede: “Mi ami tu?”.  Osserva ancora Newman: “Finché la virtù rimane un’astrazione, come poteva conquistare i cuori?... La regola dell’onestà, fino a che non era né vista, né udita, né toccata, non poteva attrarre e cambiare le persone”. Ma noi abbiamo visto e udito Gesù Cristo, Lui in persona, dono di grazia che attrae sulla via dell’amore.

Foto:

Due stili a confronto: la regola senza volto – la relazione che accompagna

 

 

La festa di oggi ci mette di fronte a due grandi amori che si incontrano. Le letture della Messa aprono la musica con il cantico dei Cantici, la canzone d’amore nella quale i Padri della Chiesa hanno intravvisto l’amore della Sposa-Chiesa-Umanità che cerca Cristo-Dio e l’amore dello Sposo-Dio-Cristo che si fa cercare e poi trovare dalla sposa.

Due grandi amori che appaiono sproporzionati l’uno all’altro: come può l’amore di una donna raggiungere Dio e come può Dio abbassarsi fino ad accogliere questo amore, abbassarsi fino ad amarlo?

Il livello del rapporto tra Gesù e la Maddalena supera e travolge ogni misura umana, fino al punto che scrittori e registi non trovano di meglio che ridurlo a melodramma.

Ciascuno di questi amori compie il suo percorso.

Dio, Gesù, si china fino ad amarci e a consegnarsi nell’offerta di tutto se stesso. Gesù si china su Maddalena, la chiama per nome e gli si rivela risorto.

L’amore di Maddalena diventa dedizione, coraggio fino ad affrontare la paura della morte e quella degli uomini.

Si incontrano lì, presso il sepolcro vuoto.

Si incontrano in un cammino:

Gesù nel suo cammino verso il Padre.

La donna inviata all’annuncio verso i discepoli.

L’amore vero non è possesso e chiusura, ma cammino verso il compimneto del proprio destino e la propria missione.

L’amore umano consegnato all’amore divino diventa pienezza di vita umana e di Paradiso

 

Il calendario cristiano è segnato da eventi che richiamano l’alba della vita. Giovanni Battista ne è il prototipo nel grembo sterile della madre Elisabetta, nel dramma del padre Gioachino anziano e perplesso e quando, concepito da sei mesi, rimbalza alla presenza di Gesù nel grembo della giovane madre Maria. Giovanni e Gesù, due bimbi concepiti per un miracolo di grazia, bimbi e madri reali, gestazioni puntuali alla scadenza, figli nati come ogni figlio nasce. Bimbi consapevoli del proprio destino ancor prima di venire alla luce. Che ne sappiamo di che cosa vede, sente, assapora un bimbo nel seno materno? La più grande stupidità l’ha propagandata chi parlava del concepito come di ‘un grumo di cellule’. Ma quando mai! Già prima che la scienza arrivasse ad ‘andare a vedere’ lo spuntare della vita umana nel grembo materno (con la stessa audacia che l’ha condotta a penetrare l’inizio del tempo fino al fantastico big-bang) tutti sapevano che il concepito è realmente un bimbo. Dio lo fa essere, lo mette nel mondo, lo fa crescere, lo ama, e lui si lascia cullare dal canto della mamma, rabbrividisce quando lei ha paura, assorbe la linfa e l’umore della mamma, sorride e piange con lei, ne aspira i profumi e li riconosce alla nascita. Se i bimbi dialogano con il corpo della madre e con i suoi sentimenti, perché non possono dialogare con il Dio che li ha creati? Il bimbo nel grembo interagisce con l’esterno, il suo orecchio ascolta e gli occhi scrutano, sussulta ai rumori. Il bimbo si ritrae di fronte alla minaccia di venire eliminato; intercettato nel suo moto di vita e violato, potrà lasciarsi prendere da un istinto di consegna, fino a proiettarsi verso il Padre celeste e dirgli: “Amami perché ci sono”. I I bimbi travolti dal pungiglione della morte vengono coinvolti nel mistero della passione e morte di Gesù e vi si immergono con tutto l’essere. Vale per essi la parola di San Paolo: “Sia che viviate sia che moriate, voi siete di Cristo”, e l’invito di Gesù nel Vangelo: “Lasciate che i bambini vengano a me”.

Scrive don Divo Barsotti, teologo e mistico vissuto dal 1914 al 2006: “La perfezione dell’anima è lo stato d‘infanzia. No, c’è un grado più alto. Bisogna non esser nati, bisogna essere ancora nel seno della mamma. E’ questa la perfezione del cristiano: stare nascosto nel seno del Padre, nascosto con Cristo in Dio”. Uniti al Figlio di Dio che vive nel seno del Padre, come dice il Vangelo di Giovanni 1,28, noi suoi figli siamo chiamati a vivere nel seno di Dio dal principio del nostro essere fino al compimento. Secondo la promessa del profeta: “Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome”, Is 49,1. Con l’eco del salmo 71,6: “Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno”.

Da dove deriva questo audace approfondimento sulla condizione dei bambini concepiti e non ancora nati? Ne parla un libretto ricco di testimonianze di ‘coppie che hanno scelto di portare a buon fine la gravidanza nonostante una diagnosi di incompatibilità del bambino stesso’, come nota il cardinal Zuppi nell’introduzione. Vite nascoste e potenti, il cui valore non sta nella durata di tempo, ma nel fatto di esserci e di abitare per l’eternità nel cuore di Dio.