La vicenda della rivista di teologia Communio è così interessante da potersi definire gloriosa. Negli anni del dopo Concilio si diffondeva un clamoroso desiderio di cambiamento della Chiesa e quindi della teologia. Anche sull’onda del ’68, che aveva spazzato via il mondo vecchio e aveva aperto nuove correnti di pensiero e di comportamento, alcuni studiosi di teologia e ampie schiere di laici cristiani si risvegliavano da un letargo che li rendeva passivi. Brillava l’ideale che tutto doveva cambiare, dai vestiti dei preti alla liturgia, dall’autorità della chiesa all’autonomia dei cristiani e delle comunità. Alcuni aspetti del dogma dovevano essere verificati e il contenuto della morale subiva grossi scossoni per il prevalere una visione sociologica e psicologica della realtà.
Altri cristiani, sacerdoti e laici, intravvedevano una via diversa, che mirava al rinnovamento della Chiesa non tagliando l’albero alla radice, ma attingendo nuova linfa dai documenti conciliari, ripensati e rivissuti all’interno della tradizione di santità e di vita della Chiesa. Comunità cristiane e nuovi gruppi riprendevano la preghiera dei salmi, la lettura della Bibbia, la vita sacramentale con la Messa quotidiana, nel tempo stesso in cui tentavano di praticare la novità cristiana nel lavoro, all’università, nella cultura, nella carità, nella missione fino all’esperienza politica. Era il tentativo di esprimere la novità del Concilio non contestando la Chiesa ma realizzandola in pratica.
Alcuni teologi presero l’iniziativa di accompagnare lo slancio del rinnovamento senza smarrire l’essenza del cristianesimo; tra essi Henri De Lubac, Joseph Ratzinger, Hans Urs von Bathasar. Quest’ultimo tentò di coinvolgere altri teologi in una pubblicazione collettiva che in 150 pagine avrebbe dovuto delineare i ‘punti fermi’ della fede. A parte la difficoltà di coordinare un lavoro così complesso, ci si avvide subito che occorreva ricercare uno strumento più agile che camminasse sul ritmo con il tempo, come poteva essere una rivista immaginata come strumento di dialogo a livello internazionale. Fu la prima idea della rivista che nel nome Communio intendeva mettersi sulla linea del Concilio, ricercando l’unità della Chiesa e in qualche modo dell’intera umanità. Iniziata nel 1972 la rivista veniva impostata con edizioni in lingue diverse, con una serie di articoli comuni e altri distinti a seconda della lingua e del luogo. Si innescava un processo di condivisione laboriosa, sempre in via di elaborazione, poiché la comunione non nasce solo dall’accordo reciproco, ma viene come dono dall’Alto. Nel tempo le edizioni di Communio sono diventate 13 in 11 lingue. L’edizione italiana era pubblicata dalla Jaca Book con la collaborazione di alcuni giovani teologi facenti capo ad Angelo Scola; per motivi organizzativi ed economici è stata interrotta per dodici anni e oggi rinasce per le edizioni Cantagalli a cura dell’associazione ‘Communio’ della Svizzera italiana di Lugano, con un buon numero di abbonati vecchi e nuovi, sacerdoti, religiosi, laici. Il numero zero si annuncia con un titolo significativo, Il coraggio cristiano di rischiare. L’editoriale firmato dal direttore René Roux e dal condirettore Paolo Prosperi imposta la ripresa del cammino. Nel numero zero vengono ripresi gli articoli fondativi del primo numero del 1972 a firma di Balthasar, De Lubac, Ratzinger, che si rileggono con passione e gioia. Insieme con altri articoli, nuova è l’intervista al Cardinale Angelo Scola con l’augurio di rilanciare ‘la bellezza della Chiesa sinodale e comunionale’. La rivista prosegue la sua navigazione nel gran fiume della Chiesa ‘postconciliare’; come scriveva Balthasar, “vuole osservare l’immensa calca della battaglia tra le odierne visioni del mondo e inviare segnali lampeggianti”.
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A quante domande dovrà rinunciare, quanti problemi dovrà nascondere? Mentre la scienza nelle sue mille strade – fisica, quantistica, matematica, astronomia e tutte le filosofie – allarga l’orizzonte delle cose da conoscere e scoprire, l’ateo invece proclama: “Sono arrivato al limite. Non c’è più nulla. Nulla da domandare, nulla da ricercare”. E’ la fine della storia! A cosa si riduce una vita che spegne le domande e dichiara inutile ricercare l’origine e il senso delle cose? Contemplando il cielo stellato o camminando sulla sabbia del mare percepiamo il tremolio del cuore che ama e sospinge verso l’oltre. Con Leopardi domandiamo: “Che fai tu luna in ciel?... A che tante facelle?...” La sapienza di Sant’Agostino, indomabile ricercatore di verità e leale scopritore aperto alla fede, confessa: “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. Arrancando dietro a lui potremmo forse dire: “Non so, non conosco, non capisco, ma continuo a cercare”. La vita delle nostre giornate si rivela insufficiente, incoerente, fastidiosa, e sospinge a cercare nuove vie, nuove possibilità di realizzazione e di felicità. Ci mettiamo a scrutare con gli strumenti sofisticati dello scienziato e con l’acume dello storico o anche solo con gli occhi spalancati di un bambino.
Intravediamo qualche corrispondenza con il Pirandello di ‘Uno nessuno centomila’, e comunque con la pretesa di ultima generazione di costruirsi ciascuno una identità diversa, corrispondente allo stato d’animo della giornata o in linea con quanto gli altri pretendono da noi. Questo modello viene svolto in una raccolta sotto il titolo Libro dell’inquietudine, dove l’identità viene riferita a ‘Bernardo Soares, aiuto contabile della città di Lisbona’. Vi si trovano le espressioni più varie e contraddittorie. Le 42 pagine della prefazione di Corrado Bologna richiamano le parole di Pessoa: ‘La mia anima è un’orchestra occulta’, fatta di strumenti che ‘suonano e stridono’. Scrive Pessoa: “Dalla vita non voglio altro che stare a guardarla”. In realtà la guarda da tutte le parti, dall’alto in basso, da destra a sinistra, inseguendola come una inafferrabile pallina di mercurio, come ‘uno scriba che aspira a diventare pura scrittura delle cose’. Vi si trovano raccolti 445 scritti di varia lunghezza, che vanno dal 1913 al 1934. Nel frattempo, Pessoa scriveva e pubblicava opere tra le più varie, sotto il nome di autori diversi.
Noi cristiani rischiamo di trovarci incastrati su descrizioni e interpretazioni di secoli di vita della Chiesa che dimenticano la sapienza, la cultura, la salute, la medicina, l'università, l'agricoltura, le cattedrali, le comunità, le misericordie e tutta una produzione di buona umanità proclamata, praticata e diffusa dalla fede cristiana. Spariscono dai libri di storia e filosofia nomi di scienziati, letterati, filosofi, umanisti e benefattori, si dimenticano o si deformano santi di varia grandezza, proclamati dalla Chiesa o riconosciuti e venerati dalla fede dei semplici.
Gesù, uomo concreto, nato e vissuto in Palestina, è il Cristo, è il Messia.Salvatore desiderato e amato. Ha vissuto una vita umana in totalità e bellezza, come può viverla Dio stesso. Percorrere il racconto della sua vita, la descrizione della sua personalità, il fiorire della sua identità davanti ai primi che l’hanno incontrato e davanti ai nostri occhi, costituisce l'impresa più bella e utile che si possa intraprendere.
Alla giovane suora Clare Crockett morta a trentatre anni nel terremoto del 2013 in Equador piaceva la canzone di San Filippo nel film con Gigi Proietti ‘Preferisco il Paradiso’.
l’imprenditore francese dell’800 che trattava gli operai come persone, coinvolgendoli nell’azienda e liberandoli dal lavoro come schiavitù; mai sentito nominare, per il solito motivo che, mentre ‘gli altri’ sbandierano le loro imprese piccole o grandi, noi cristiani lasciamo perdere fatti e persone che rinnovano il mondo. Amico di Papa Leone XIII, quest’uomo collabora per la stesura dell’enciclica Rerum Novarum e gira la Francia per farla conoscere e applicare. Non trovo più i libri di Madeleine Delbrel, esauriti da due giorni dopo la scoperta della sua mostra; la ’conoscevo’ da qualche mese: poetessa, scrittrice, assistente sociale, convertita a vent’anni, va a vivere con due amiche nella periferia operaia di Parigi, dove il comunismo spegne ogni espressione religiosa e fomenta quella rovinosa lotta di classe che è il contrario dell’iniziativa dell’imprenditore Harmel. Grande attrattiva attorno a suor Clare Crockett, nella mostra ‘O todo o nada!’.
Come diceva uno degli adulti presenti, i bambini indicano il metodo con il quale siamo chiamati a vivere: unità e sequela. Si appartiene gli uni agli altri perché insieme si appartiene a Cristo. L'esperienza vissuta dagli apostoli si riproduce in coloro che nel tempo continuano a seguire Gesù. La riflessione che segue la preghiera delle Lodi - ripresa dal libro di don Giussani All'origine della pretesa cristiana che accompagna il cammino della Fraternità di Comunione e Liberazione nei gruppi di Scuola di comunità – racconta l’incontro, l’esaltazione, il dubbio, il cambiamento, la sequela dei primi dietro a Gesù, in paragone con quel che succede a noi: Chi è il Signore per me? Siamo uniti a Lui insieme con tanta gente: alcuni amici di una vita, altri sopravvenuti nel tempo, altri agganciati all’ultima ora.
Imperversano le regole. Vecchie e nuove regole per tutto: uso dei cellulari, veicoli e velocità sulle strade, lavoro nella calura, e via regolando. Spesso le ‘regole’ diventano un ‘pacchetto’ da sfilare con cura, un protocollo da eseguire riga per riga in azienda o in una sala d’ospedale.
Quando Dio presenta a Mosè le tavole della Legge con i dieci comandamenti, apre un rapporto, stabilisce un’alleanza con il grande profeta e con il suo popolo. E’ la consegna di un’appartenenza, fino al punto che la disubbidienza ai comandamenti viene paragonata all’adulterio, cioè al tradimento del rapporto a due. Non si tratta quindi solo di obbedire o contraddire una regola scritta, ma di corrispondere a un amore o di tradirlo. Quando viene Gesù, il rapporto con Dio si fa immediato e personale. I due comandamenti dell’amore di Dio e del prossimo conducono a riconoscere Gesù: ”Ogni volta che avete fatto questa cosa a qualcuno l’avete fatto a me”. Dice il santo John Henry Newman in uno dei suoi preziosi sermoni: ”Il Salvatore riceve nella scrittura tutti i titoli astratti di eccellenza morale inventati dai filosofi. Egli è la Parola, la Luce, la Vita, la Verità, la Sapienza, la Gloria divina”. Non dunque un richiamo al dettato della legge, ma alla relazione con il Signore, riconosciuto non solo nei cieli e nel profondo del cuore, ma nel volto del fratello e nel cuore della comunità. Il giovane ricco che si dichiara rispettoso dei comandamenti fin dalla giovinezza, subito dopo chiude il cuore a Gesù che gli dice di seguirlo, e se ne va via triste. Conviene dunque metterci in ginocchio e dire: “Signore Dio, ti amo con tutto il cuore, perdona la mia fragilità e il mio peccato”. Il perdono che il Signore concede rinnova il rapporto con lui e fa rinascere l’amicizia; a Pietro che l’ha rinnegato tre volte, Gesù tre volte chiede: “Mi ami tu?”. Osserva ancora Newman: “Finché la virtù rimane un’astrazione, come poteva conquistare i cuori?... La regola dell’onestà, fino a che non era né vista, né udita, né toccata, non poteva attrarre e cambiare le persone”. Ma noi abbiamo visto e udito Gesù Cristo, Lui in persona, dono di grazia che attrae sulla via dell’amore.
Ma quando mai! Già prima che la scienza arrivasse ad ‘andare a vedere’ lo spuntare della vita umana nel grembo materno (con la stessa audacia che l’ha condotta a penetrare l’inizio del tempo fino al fantastico big-bang) tutti sapevano che il concepito è realmente un bimbo. Dio lo fa essere, lo mette nel mondo, lo fa crescere, lo ama, e lui si lascia cullare dal canto della mamma, rabbrividisce quando lei ha paura, assorbe la linfa e l’umore della mamma, sorride e piange con lei, ne aspira i profumi e li riconosce alla nascita. Se i bimbi dialogano con il corpo della madre e con i suoi sentimenti, perché non possono dialogare con il Dio che li ha creati? Il bimbo nel grembo interagisce con l’esterno, il suo orecchio ascolta e gli occhi scrutano, sussulta ai rumori. Il bimbo si ritrae di fronte alla minaccia di venire eliminato; intercettato nel suo moto di vita e violato, potrà lasciarsi prendere da un istinto di consegna, fino a proiettarsi verso il Padre celeste e dirgli: “Amami perché ci sono”. I I bimbi travolti dal pungiglione della morte vengono coinvolti nel mistero della passione e morte di Gesù e vi si immergono con tutto l’essere. Vale per essi la parola di San Paolo: “Sia che viviate sia che moriate, voi siete di Cristo”, e l’invito di Gesù nel Vangelo: “Lasciate che i bambini vengano a me”.