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Vangelo secondo Matteo 12,1-8

In quel tempo, Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle.
Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato».
Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti. O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici”, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

LE SPIGHE E LA FELICITA’

Era uso per chi passava fra campi di grano, cogliere spighe per saziare la fame. Non è questo che scandalizza i farisei. E’ perchè è giorno di sabato, dedicato al Signore. Forse il Signore è lì ad aspettare i nostri sacrifici, i nostri digiuni? Attende le nostre offerte e le nostre prestazioni? Dio vuole di più, e lo vediamo in Gesù. Dio domanda la nostra persona, il nostro amore, la nostra vita. Egli sa che solo così il cuore umano trova la felicità.

Il calendario cristiano è segnato da eventi che richiamano l’alba della vita. Giovanni Battista ne è il prototipo nel grembo sterile della madre Elisabetta, nel dramma del padre Gioachino anziano e perplesso e quando, concepito da sei mesi, rimbalza alla presenza di Gesù nel grembo della giovane madre Maria. Giovanni e Gesù, due bimbi concepiti per un miracolo di grazia, bimbi e madri reali, gestazioni puntuali alla scadenza, figli nati come ogni figlio nasce. Bimbi consapevoli del proprio destino ancor prima di venire alla luce. Che ne sappiamo di che cosa vede, sente, assapora un bimbo nel seno materno? La più grande stupidità l’ha propagandata chi parlava del concepito come di ‘un grumo di cellule’. Ma quando mai! Già prima che la scienza arrivasse ad ‘andare a vedere’ lo spuntare della vita umana nel grembo materno (con la stessa audacia che l’ha condotta a penetrare l’inizio del tempo fino al fantastico big-bang) tutti sapevano che il concepito è realmente un bimbo. Dio lo fa essere, lo mette nel mondo, lo fa crescere, lo ama, e lui si lascia cullare dal canto della mamma, rabbrividisce quando lei ha paura, assorbe la linfa e l’umore della mamma, sorride e piange con lei, ne aspira i profumi e li riconosce alla nascita. Se i bimbi dialogano con il corpo della madre e con i suoi sentimenti, perché non possono dialogare con il Dio che li ha creati? Il bimbo nel grembo interagisce con l’esterno, il suo orecchio ascolta e gli occhi scrutano, sussulta ai rumori. Il bimbo si ritrae di fronte alla minaccia di venire eliminato; intercettato nel suo moto di vita e violato, potrà lasciarsi prendere da un istinto di consegna, fino a proiettarsi verso il Padre celeste e dirgli: “Amami perché ci sono”. I I bimbi travolti dal pungiglione della morte vengono coinvolti nel mistero della passione e morte di Gesù e vi si immergono con tutto l’essere. Vale per essi la parola di San Paolo: “Sia che viviate sia che moriate, voi siete di Cristo”, e l’invito di Gesù nel Vangelo: “Lasciate che i bambini vengano a me”.

Scrive don Divo Barsotti, teologo e mistico vissuto dal 1914 al 2006: “La perfezione dell’anima è lo stato d‘infanzia. No, c’è un grado più alto. Bisogna non esser nati, bisogna essere ancora nel seno della mamma. E’ questa la perfezione del cristiano: stare nascosto nel seno del Padre, nascosto con Cristo in Dio”. Uniti al Figlio di Dio che vive nel seno del Padre, come dice il Vangelo di Giovanni 1,28, noi suoi figli siamo chiamati a vivere nel seno di Dio dal principio del nostro essere fino al compimento. Secondo la promessa del profeta: “Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome”, Is 49,1. Con l’eco del salmo 71,6: “Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno”.

Da dove deriva questo audace approfondimento sulla condizione dei bambini concepiti e non ancora nati? Ne parla un libretto ricco di testimonianze di ‘coppie che hanno scelto di portare a buon fine la gravidanza nonostante una diagnosi di incompatibilità del bambino stesso’, come nota il cardinal Zuppi nell’introduzione. Vite nascoste e potenti, il cui valore non sta nella durata di tempo, ma nel fatto di esserci e di abitare per l’eternità nel cuore di Dio.

 

Vangelo secondo Matteo 11,28-30

In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

VENITE A ME

Ci è capitato di leggere questo Vangelo in un momento di stanchezza e oppressione? Per una questione familiare o di lavoro, per una malattia o un disagio interiore… In genere, la prima cosa che domandiamo è che il Signore ci liberi dal nostro male. Tuttavia, Gesù pone prima un’altra cosa: “Venite a me…”. E’ di Lui, della sua presenza, della sua compagnia, che abbiamo bisogno. E’ una meraviglia quando la sua presenza si rivela nella compagnia e nell’aiuto di fratelli e sorelle.

Vangelo secondo Matteo 11,25-27

In quel tempo, Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

LA SAPIENZA DEL VANGELO

C’è la sapienza di chi studia, e c’è la sapienza dei semplici e dei piccoli. Dove sta la differenza? Si possono conoscere le cose del mondo per diventarne padroni e dominare il mondo. Si può conoscere il senso della vita, con cuore e occhi aperti a riconoscere l’opera di Dio. Bonaventura, studioso di teologia diventato ministro generale dei francescani quarant’anni dopo la morte di Francesco, accoglie la sapienza del Vangelo e la comunica negli scritti e nel raccontto della vita del santo di Assisi.

Introduzione del celebrante
Riuniti nel pieno dell’estate in questa celebrazione eucaristica affidiamo al Signore le nostre persone e famiglie, le nostre comunità, la Chiesa e il mondo.

  1. Signore Gesù, abbiamo sotto i nostri occhi questo nostro mondo dove cresce il buon grano e la zizzania: donaci di vincere il male con il bene della fede e della carità, per aprire alla speranza ogni nostra giornata,

Preghiamo: ASCOLTACI, SIGNORE

  1. Signore Gesù, il tuo Spirito venga in aiuto alla nostra debolezza, sostenga Papa Leone, i vescovi uniti con lui (doni alla nostra diocesi un nuovo pastore secondo il tuo cuore), per l’annuncio della fede, in favore della pace, della fraternità tra popoli e persone,

Preghiamo: ASCOLTACI, SIGNORE

  1. Signore Dio, ti affidiamo le persone anziane, i malati e tutti i sofferenti: possano godere della vicinanza di familiari e amici, con il sostegno delle pubbliche istituzioni,

Preghiamo: ASCOLTACI, SIGNORE

  1. Signore Dio, ti ringraziamo per il tempo dell’estate; ti affidiamo chi riposa e chi lavora; con l’intercessione di Maria e dei santi di queste settimane concedici di cercare e operare il bene in ogni circostanza,

Preghiamo: ASCOLTACI, SIGNORE

Conclusione del celebrante
O Padre, il tuo Santo Spirito accompagni la nostra preghiera e porti a compimento ogni bene. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

NEL CAMPO DEL MONDO
Nel campo del mondo e nel nostro cuore viene seminato il bene e il male. Possiamo cercare che il male non venga seminato anche per nostra disattenzione e superficialità. Riconosciamo quel che è bene e quel che è male, per noi e per la società. E’ bello favorire il bene in ogni situazione, famiglia, lavoro, tra amici: un incoraggiamento, uno sguardo e un’azione positiva, senza lamentele e rimproveri. Sosteniamo con la preghiera e la carità ogni forma di bene che Dio semina e fa fiorire nel mondo.

Vangelo secondo Matteo 11,20-24

In quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.
E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sodòma sarà trattata meno duramente di te!»

LA SUA VISITA

Siamo noi, sono io la città visitata dal Signore, che non corrisponde alla grazia della sua visita? Il bene ricevuto riguardo alla condizione fisica e ambientale, e soprattutto il bene della fede, in  famiglia e nella compagnia ecclesiale, ha trovato e trova risposta? Di fronte al rimprovero diretto e cocente che Gesà rivolge a Betsaida, la città di Pietro e Andrea, e a Cafarnao, punto di avvio della sua missione, possiamo solo domandare la sua misericordia che ci abbraccia e ci rilancia.

 

Vangelo secondo Matteo 10,34-11,1I

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.

GESU’ AL CENTRO

Queste parole di Gesù tagliano ogni pretesa di chi vuole mettere se stesso al centro. Non possediamo gli altri, e neppure noi stessi. Né possiamo lasciarci possedere da nessuno che non sia Dio stesso. Qui c’è la scelta di Benedetto che raduna i monaci, di Francesco che abbandona il padre e le ricchezze, e di un numero sterminato di donne e uomini che amano Gesù e per amore suo amano e servono il prossimo, nella consacrazione religiosa, nella vita di famiglia e di lavoro.

Vangelo secondo Matteo 13,1-9

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

LA PAROLA CHE FA VIVERE

La parola da ascoltare, la traccia da seguire: questo per i cristiani è il Vangelo, che rimane vivo nella persona di Gesù. Rendiamoci disposti ad accoglierlo ogni giorno e nell’annuncio della liturgia domenicale. Nella confusione di tante parole, viviamo con gioia la lettura, l’ascoltò, la vita della Parole di Dio, come respiro della giornata. Parliamone insieme in famiglia e tra amici, nell’impegno e nella pazienza di ogni giorno. Quanti santi e quante opere sante sono nate dalla parola vissuta e praticata! Gesù ci accompagni.

Vangelo secondo Matteo 19,27-29

In quel tempo, Pietro, disse a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna».

RICOSTRUIRE IL MONDO

Il Vangelo praticato crea nuove forme di vita e di socialità. Per Benedetto, dapprima è una fuga dalla confusione e dalla distrazione di Roma, in solitudine. Poi diventa una scelta di vita comunitaria, specificata da una regola che forma la struttura della persona e della comunità: un ordine della vita personale e dei rapporti comunitari, dove tutto è orientato a Dio: mente, cuore, attività, convivenza. Anche il mondo attorno impara a vivere.

E’ sempre una sorpresa accorgersi che la nostra piccola storia personale scorre nel gran fiume della Chiesa cattolica. Uno dei momenti in cui lo si percepisce vivamente è quando ci si trova in piazza San Pietro a Roma all’udienza del mercoledì o in occasione di grandi assemblee. Ancor più quando si ha l’opportunità di partecipare a una celebrazione papale all’interno della basilica, avvolti nella splendida armonia della sua architettura, in occasione di avvenimenti che coinvolgono da vicino la nostra vita cristiana, come accade nella festa dei santi Pietro e Paolo.  E’ bello poter seguire anche solo dallo schermo della tv la grande celebrazione per il conferimento del pallio a un gruppo di arcivescovi tra i quali il neoeletto arcivescovo di Gorizia Giampaolo Dianin, accompagnato dai fedeli delle diocesi di Chioggia e Gorizia. Il corteo che attraversa la navata, sacerdoti, vescovi, i cardinali convocati per l’annuale concistoro e papa Leone, si sviluppa come un abbraccio alla folla di fedeli che riconoscono i propri pastori da tutte le zone della terra. La solennità della celebrazione, con la compostezza e l’ordine dei partecipanti, il calore dei canti, l’armonia dei gesti precisi ma non artefatti, la chiarezza e incisività delle letture e dell’omelia, ci convocano dai quattro angoli della terra per ‘abitare la casa del Signore‘. La fede in Gesù Cristo non è solo una luce personale e privata che illumina la mente e riscalda il cuore; essa ci costituisce nell’unità della Chiesa rendendoci appartenenti l’uno all’altro in una dipendenza che non mortifica, ma esalta e rilancia l’esistenza di ciascuno. Disseminati nei continenti, e quasi dispersi nel deserto di paesi e città, nel tumulto di strade che si aprono a tutte le direzioni, nei viaggi per mare e per cielo, nella diversità di lingue, culture, tradizioni, sperimentiamo visivamente i colori dell’unità. L’esperienza della cattolicità dona respiro alla nostra vita quotidiana, si tratti del livello di lavoro pastorale che non manca mai nella vita del prete, o delle circostanze che appesantiscono o alleggeriscono il ritmo della giornata. La nostra piccola vita si intreccia con la grande storia della Chiesa, dagli apostoli e dai primi martiri di Roma ai cristiani che soffrono a Gaza e nel Libano. Nella vicenda della nostra diocesi, sorpresa e sospesa per l’imprevisto cambio del vescovo, non navighiamo smarriti in una barca solitaria. Partecipi della grande Chiesa di Dio, prende valore il legame con papa Leone XIV, punto di unità e guida per tutto il popolo cristiano. Avvertiamo con dolore lo strappo di quei fratelli cristiani che decidono di rimanere ‘fuori casa’ rompendo il vincolo con Pietro. Come potremmo dirci cristiani, staccati dalla roccia donata come fondamento? Diocesi e parrocchie, gruppi di riferimento e tutte le modalità associative e comunitarie dove cresce e germoglia la pianticella della fede, diventeremmo alberi secchi qualora ci staccassimo dall’unità della Chiesa. La vitalità di quella che noi continuiamo a definire ‘la nostra piccola diocesi’ ci accompagna con il Vangelo proclamato nella liturgia, la guida autorevole dei pastori che non predicano se stessi ma seguono Gesù, la testimonianza di fratelli e sorelle che ci riconducono al centro della fede; tutt’intorno, il giro delle amicizie e delle iniziative, la fragilità dei caratteri e la saldezza dei temperamenti, la fede popolare e l’attesa dei ragazzi e dei giovani. Niente di quello che viviamo, professiamo, operiamo ci appartiene e ci definisce, eppure “Tutto è nostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio”.