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Si è conclusa la 46esima edizione del Pellegrinaggio notturno alla Santa Casa di Maria. Un luogo dove le ferite diventano domanda, un'alternativa all'individualismo dell'uomo contemporaneo Matteo Rigamonti10.06.2024La strada della speranza è sempre percorribile. Anche in un mondo dilaniato dalle guerre, anche quando la vita mette alla prova. Possono testimoniarlo i 60mila “pellegrini di speranza” che, nella notte tra sabato 8 e domenica 9 giugno, si sono messi in cammino per la 46esima edizione del Pellegrinaggio Macerata-Loreto, eccezionalmente partito dal Centro Fiere di Macerata, dove nel 1993 fu accolto Giovanni Paolo II, che per l’occasione aveva presieduto la celebrazione della messa.
Al via c’è chi deve sostenere un test a settembre e vuole affidarlo alla Madonna, chi sta compiendo una scelta vocazionale per cui chiede protezione e consiglio e chi porta nel cuore amici e familiari o situazioni e nodi intricati da sciogliere. C’è anche chi va semplicemente per ringraziare. Quasi tutti partecipano a gruppi, quelli più numerosi sono riconoscibili da vessilli che recano la scritta della località di provenienza o della comunità di elezione.
Il gesto paradigmatico del cammino incomincia in pullman, dove si iniziano a cogliere i tratti del composito “popolo di Dio” che, da ogni angolo d’Italia, si mette in viaggio fin da prima della partenza. Pellegrini improvvisati e altri in abbigliamento tecnico quasi da sherpa. Alcuni arrivano dall’estero: Portogallo e Romania, Svizzera e Perù. Alla lettura del messaggio di Davide Prosperi, presidente della Fraternità di CL, segue un primo istante di silenzio. Poi c’è chi ride e scherza in compagnia, chi termina di scrivere le intenzioni sui foglietti da portare al braciere e chi inizia ad alleggerire lo zaino del superfluo. Qualcuno prova a dormire, chi non riesce crollerà al ritorno.
Una volta arrivati, sulla spianata del Centro fiere, i pellegrini consumano gli ultimi panini da viaggio, mentre sulle colline di Macerata scende il Sole. Le guide, intanto, stanno già introducendo al senso del pellegrinaggio, mentre su tutti vigila la cordiale attenzione di don Giancarlo Vecerrica, oggi vescovo emerito della Diocesi di Fabriano-Matelica, che nel 1978 ha avuto il merito di riproporre alla sua gente un’esperienza della tradizione ancora presente nel ricordo di molti ma ormai quasi abbandonata.
A ispirarlo, insieme ai suoi amici, e a tenere vivo il fuoco di quel primo slancio ideale – lui al cammino continua a partecipare alle soglie degli 84 anni –, così come è per gran parte dei mille volontari che animano il pellegrinaggio, è il carisma di don Luigi Giussani che di quell’amicizia ha sempre riconosciuto semplicità e fedeltà, insieme all’intelligenza nel saper reinventare un gesto, supremo esempio di vita cristiana, dove c’è tutto: pianto e speranza, sofferenza e offerta, fatica e perdono, l’io e il popolo. Un gesto che offre a chi sceglie di aderirvi la possibilità di ridire il suo «sì». Anche di fronte a situazioni di dolore. Una proposta e una scelta, come ha ricordato Prosperi nel suo messaggio, «non scontata» e «carica di significato», «affermazione di un giudizio nuovo e di una speranza possibile».        Il Santuario Pontificio della Santa Casa di Loreto, del resto, meta del pellegrinaggio, è il luogo dove Maria è nata, vissuta e dove ha ricevuto l’Annuncio a cui ha risposto il suo personale «fiat». Come ha fatto a dirlo con sicurezza, dopo che l’Angelo «se ne partì da lei»? E «Come è possibile tutto questo?» (Lc 1,34), recita il titolo di questa edizione.

A introdurre la risposta le parole di don Giussani in un video di quel giugno ‘93, quindicesima edizione del cammino, quando poi il Santo Padre consegnò la croce ai giovani, gesto che da allora si ripete sempre in apertura, insieme a tante novità, come la fiaccola della pace, quest’anno portata dalle Fiamme Gialle nei 250 anni dalla loro nascita.
«La memoria della Madonna è quella che rende più facile il cammino verso il Signore in qualunque momento della vita», diceva don Giussani, provando a rendere «affettivamente percepibile» persino la «solitudine» che quel giorno provò la Vergine, insieme a una certezza: «Tutte le genti mi diranno beata». Parole che risuonano con la medesima forza carica di promessa, il «centuplo quaggiù», e rivolta a chiunque, senza precondizioni di credo o appartenenza. Inclusiva, la Macerata-Loreto, lo è per definizione.
A seguire, le testimonianze di Luca Trippetti, da Como, volontario dell’associazione Frontiere di pace, che porta cibo e solidarietà alle parrocchie colpite dalla guerra in Ucraina, e quella del patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, sul dramma e la speranza che insieme abitano la Terra Santa. Due voci che hanno contribuito a precisare il senso del pellegrinaggio, che, come ha ricordato introducendole Ermanno Calzolaio, presidente del comitato organizzatore, «ci mette in moto verso un luogo dove le ferite diventano domanda». Insomma: «non una camminata senza senso, ma un andare dietro alla croce lasciando fare al Mistero».
E poi altre semplici ma efficaci testimonianze: dalle universitarie di Messina alle prese con le sfide di ogni giorno al racconto di viaggio di un amico di lunga data del pellegrinaggio, come è il giornalista Giorgio Paolucci, sulle orme del santo medico Takashi Nagai, in Giappone, aprendo ulteriormente l’orizzonte al mondo. Bellissimi quadri che, insieme al canto e alla preghiera del Rosario, oltre che alla delicatezza con cui vengono assistite le persone con disabilità e i più fragili durante il percorso, hanno contribuito a sfidare con una proposta i pellegrini. Come ha fatto anche Papa Francesco nel suo messaggio esprimendo «apprezzamento per l’impegno nella promozione dei valori universali della pace e della solidarietà» e auspicando che l’evento «susciti sempre più il desiderio di conoscere Cristo, specialmente attraverso l’incontro cuore a cuore nella preghiera, per testimoniarlo all’uomo contemporaneo».

Una sfida attualissima che giunge, anzi deve giungere, come ha sottolineato nell’omelia della messa mons. Rino Fisichelladelegato di Francesco per il Giubileo del 2025, a scalfire l’«individualismo» e «l’autonomia» della «cultura di oggi che provano a inficiare le nostre menti». «Dove sei?», chiede Dio ad Adamo, «dove ti sei nascosto?», ha incalzato i fedeli Fisichella. «È questa la domanda cui dobbiamo rispondere oggi, ognuno di noi». Senza avere «paura di cambiare la vita e diventare discepoli del Signore, seguendo fino in fondo quanto ci chiede» e facendo in modo così che «ogni casa possa diventare luogo di rivelazione di Dio». Poi un ulteriore invito: «Nessuno resti afono, muto, abbiate il coraggio di annunciare il Vangelo, di invitare altri a partecipare». Ma sempre «con gioia». Perché è questo che «il mondo attende: una parola di amore che tocchi il cuore e la mente di ciascuno».

Buon cammino, verrebbe da concludere. Ma il cammino è appena iniziato: «Domani – aveva promesso il vescovo di Macerata, Nazzareno Marconi, – sarà un'alba più luminosa, non solo alla Casa, ma dentro i nostri cuori». Un’alba nuova della fede che, ha ricordato, «cammina sempre a braccetto con la speranza». A maggior ragione alla viglia del grande Giubileo dedicato proprio ai «Pellegrini di speranza».

--- dal sito di CL ---

(Giuseppe Castellese)
Era il 1956 quando il filosofo ebreo e tedesco Günther Anders, prima grande amico e poi marito di Hannah Arendt, scrisse questo passaggio all’interno del suo libro “L’uomo è antiquato”:

“Per soffocare in anticipo ogni rivolta, non bisogna essere violenti. I metodi del genere di Hitler sono superati. Basta creare un condizionamento collettivo così potente che l’idea stessa di rivolta non verrà nemmeno più alla mente degli uomini.
L’ ideale sarebbe quello di formattare gli individui fin dalla nascita limitando le loro abilità biologiche innate.
In secondo luogo, si continuerebbe il condizionamento riducendo drasticamente l’istruzione, per riportarla ad una forma di inserimento professionale. Un individuo ignorante ha solo un orizzonte di pensiero limitato e più il suo pensiero è limitato a preoccupazioni mediocri, meno può rivoltarsi.
Bisogna fare in modo che l’accesso al sapere diventi sempre più difficile e elitario. Il divario tra il popolo e la scienza, che l’informazione destinata al grande pubblico sia anestetizzata da qualsiasi contenuto sovversivo.
Niente filosofia. Anche in questo caso bisogna usare la persuasione e non la violenza diretta: si diffonderanno massicciamente, attraverso la televisione, divertimenti che adulano sempre l’emotività o l’istintivo. Affronteremo gli spiriti con ciò che è futile e giocoso. È buono, in chiacchiere e musica incessante, impedire allo spirito di pensare.
Metteremo la sessualità al primo posto degli interessi umani. Come tranquillante sociale, non c’è niente di meglio.
In generale si farà in modo di bandire la serietà dell’esistenza, di ridicolizzare tutto ciò che ha un valore elevato, di mantenere una costante apologia della leggerezza; in modo che l’euforia della pubblicità diventi lo standard della felicità umana. E il modello della libertà.
Il condizionamento produrrà così da sé tale integrazione, l’unica paura, che dovrà essere mantenuta, sarà quella di essere esclusi dal sistema e quindi di non poter più accedere alle condizioni necessarie alla felicità.
L’ uomo di massa, così prodotto, deve essere trattato come quello che è: un vitello, e deve essere monitorato come deve essere un gregge. Tutto ciò che permette di far addormentare la sua lucidità è un bene sociale, tutto ciò che metterebbe a repentaglio il suo risveglio deve essere ridicolizzato, soffocato, combattuto.
Ogni dottrina che mette in discussione il sistema deve prima essere designata come sovversiva e terrorista e coloro che la sostengono dovranno poi essere trattati come tali”.

Günther Anders. 1956 in “L’uomo è antiquato”

Luciani ragazzo, prete, vescovo, patriarca, papa

Una preziosa sintesi della vita semplice e grande di Giovanni Paolo I

Entrare nel cuore, nella mente, nell’anima di una persona: è come scavare nella terra dove una pianta trova alimento, cresce e produce frutto, per scoprirvi l’acqua sorgiva e gli umori che la fecondano. Un po’ questo è il lavoro più che decennale delle persone coinvolte nella ‘positio’ da cui risalta la santità semplice di Papa Luciani, proclamato Beato domenica 4 settembre. Un’indagine, attenta e accuratissima, che ha vagliato ogni passo, ha esaminato ogni parola detta o scritta, ed è andata a sedimentarsi nei corposi volumi predisposti da coloro che potremmo definire ‘esaminatori di santità’. Per nostra fortuna ne troviamo una sintesi in una preziosa biografia dal titolo ‘Io sono polvere’.

E’ un grande vantaggio trovare le tracce di questo enorme lavoro nel numero di settembre del  mensile di Avvenire, Luoghi dell’Infinito, in coincidenza con la data della proclamazione a Beato di Papa Luciani. In ottanta pagine tutte illustrate, le foto sospingono chi legge a farsi catturare dai testi, puntuali e preziosi. Dopo l’introduzione del Cardinal Parolin che attesta l’attualità di Luciani per il tempo presente della Chiesa e del mondo, viene presentata una sintetica ma analitica biografia di Luciani a cura di Davide Fiocco, incaricato della diocesi di Vittorio Veneto per la Causa di canonizzazione. Scopriamo annotazioni imprevedibili, come il fatto del battesimo in casa per il pericolo di vita. Segue Stefania Falasca, postulatrice della Causa di canonizzazione e vice presidente della Fondazione Vaticana G.P.I, che racconta il Conclave e i primi pronunciamenti del pontificato, rivelando il vasto riconoscimento che Luciani già aveva nel mondo cattolico. Ancora la Falasca ci introduce nel suo linguaggio umile ma rivelatore di una vasta cultura. La sorpresa arriva quando ci imbattiamo nella trascrizione della parola viva di Luciani: l’omelia nel suo paese nativo dopo l’elezione a vescovo, un incontro con il Cai di Cadore in cui esalta le Dolomiti ‘immagine del nostro Dio’; due discorsi all’ingresso a Venezia come patriarca.

Il mensile registra poi un intervento di Dario Vitali che scopre il ‘cuore conciliare’ di Luciani, mentre altri interventi parlano dei suo ecumenismo, della sua visione missionaria, della sua prospettiva sinodale. Stefania Falasca riprende la penna per intervistare Suor Margherita Marin sugli ultimi momenti della vita di Luciani. In conclusione, i testi del Cardinal Beniamino Stella, postulatore della Causa, e due testimonianze: il giornalista Salvatore Mazza e la nipote Pia Luciani. Seguono una nota sul poderoso archivio Luciani e la conclusione di papa Francesco. Non poteva mancare in finale una precisa scansione biografica a cura di Stefania Falasca, e un aggiornamento della bibliografia riguardante il nuovo Beato.

Una rivista da conservare, un Santo da conoscere!

a.b.

Alla Gregoriana una conferenza sulla «Summa Theologiae»  di Tommaso d’Aquino

               Come una cattedrale gotica

Durante il quinto incontro del ciclo di conferenze sui grandi libri della tradizione cristiana, organizzato dal Centro Fede e Cultura Alberto Hurtado della Gregoriana, Etienne Emmanuel Vetö ha tenuto una conferenza in streaming sulla Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino. Il professore ha esordito ricordando che Tommaso ha composto la sua opera più importante fra il 1265 e il 1274, anno della sua morte.      È questo il tempo delle cattedrali gotiche e, per certi versi, la struttura concettuale della Summa richiama per imponenza, organicità e slancio verso il cielo quella di questi magnifici monumenti medioevali.

L’Ordine dei domenicani aveva affidato a Tommaso il compito di seguire la formazione dei giovani e così egli cambiò in un certo senso il curriculum degli studi, in quanto non era soddisfatto dei manuali fino ad allora utilizzati, quasi tutti incentrati alla preparazione dei futuri confessori. Ideò così la Summa, una raccolta di tutto lo scibile teologico, suddivisa in parti: la prima su Dio e la Creazione; la seconda sugli atti umani, e la terza incentrata su soteriologia, cristologia e sacramentaria.

Tommaso ha concepito l’intera opera come una sorta di movimento: si parte da Dio, c’è un exitus con la creazione e poi c’è un redditus che tutto riconduce a Dio, non tanto in prospettiva escatologica, quanto in modo immanente poiché ogni cosa è orientata al suo Creatore e, infine, c’è la via da percorrere, ovvero Cristo e i sacramenti che comunicano Lui.

Nella prima parte Tommaso tratta del Dio Uno e Trino domandandosi se esista, quale sia la sua essenza e chi sia. Celebre è la “Questione 2” sull’esistenza di Dio nella quale Tommaso parla di vie e non di “prove”, come comunemente si afferma. Come noto, esse sono cinque e partono dal moto, dalla causa, dalla contingenza, dal grado di perfezione e dal fine. Per quanto riguarda l’essenza, Tommaso indaga con approccio prudente su cosa sia Dio o piuttosto su cosa Egli non è, poiché la nostra conoscenza è sempre inadeguata rispetto al Mistero. Venendo alla Trinità, per Tommaso essa è conoscibile solo attraverso la Rivelazione. In Dio esistono delle relazioni e questo diventa per l’autore la definizione di ciò che è una persona divina: il Padre è totale paternità in relazione al Figlio e questi è totale figliolanza in relazione al Padre.

Tommaso compie poi l’exitus parlando della Creazione. In quanto atto di essere solo Dio è in grado di creare dal nulla, ma questo non significa che Dio crea solo all’inizio, ma che continua a sorreggere la sua creazione in ogni istante. Trattando dell’uomo, creatura di frontiera fra il mondo angelico e quello materiale, Tommaso riprende il linguaggio di Aristotele di materia e forma, viste però non come due sostanze da giustapporre, ma come due principi di un’unica realtà. Vetö ha poi illustrato la seconda parte che tratta degli atti umani con i quali si compie il redditus. Il fine della vita umana è la beatitudine, ovvero conoscere e vedere Dio, dunque divenire quello che si conosce. Tommaso insiste sulla volontà, ovvero la capacità di indirizzarsi verso qualcosa o, meglio, di farsi attrarre da qualcosa. Importanti sono anche le passioni. Per raggiungere il fine della beatitudine bisogna dunque indirizzare la volontà e le passioni attraverso la Legge, ma ancor più attraverso le disposizioni interiori, ovvero le virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) e le virtù teologali (fede, speranza e carità). Queste ultime non sono concepite come elementi aggiunti all’essere umano: la fede non è qualcosa di sovrapposto alla ragione, ma è la ragione illuminata e trasformata dalla grazia. Così la carità e la speranza sono la volontà sopraelevate dalla grazia.

La terza parte è dedicata a Cristo, via indispensabile per compiere il redditus, in quanto con la sua “divino-umanità” è mediatore fra Dio e l’uomo. Tommaso ragiona sulla persona di Cristo e sulle sue due nature, soffermandosi sulla autenticità dell’umanità del Signore. Infine dedica 33 Questioni ai misteri della vita di Cristo, poiché è ben cosciente che è attraverso la sua umanità che il Signore ci salva. Questo costituisce una rarità nel panorama della riflessione teologica, più interessata agli aspetti speculativi sulla divinità che sugli episodi della vita di Cristo.

di Nicola Rosetti

Mario Delpini

6 gennaio 2021  EPIFANIA DEL SIGNORE

L’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha pronunciato durante la messa dell’Epifania un’omelia che merita di essere ripresa. Eccola qui di seguito.

1. Il male oscuro
Gente del mio tempo, perché non sei in cammino? Perché te ne stai seduta nelle tenebre che ricoprono la terra, nella nebbia fitta che avvolge i popoli? Gente del mio tempo, quale male oscuro impigrisce il tuo pensiero, sfianca le energie, dissuade dal sognare?
Gente del mio tempo quale sospetto ti rende diffidente? Quali ossessioni ti rendono irrequieta? Quali paure bloccano lo slancio?
Gente del mio tempo, chi ti ha convinta che quando c’è la salute c’è tutto, se per l’ossessione di custodire la salute ti privi di tutto? Chi ti ha persuasa che la generosità sia un azzardo, che la compassione una debolezza, l’amore sia un pericolo, la promessa che si impegna per sempre una imprudenza? Gente del mio tempo perché te ne stai a testa bassa a compiangere la tua situazione?
E voi sapienti, perché non sapete dire la via, voi esperti di ogni sapere, perché non siete in cammino? Sembra che il virus, che stiamo combattendo e che cerchiamo con ogni mezzo di arginare, abbia seminato non solo malattia e morte, ma un male più oscuro, una paralisi dello spirito, una sospensione della vita, una confusione sul suo significato, uno scoraggiamento e un senso di impotenza.

2. Impauriti dal disprezzo?
Per questo la gente del mio tempo non è in cammino con il volonteroso coraggio di giungere alla terra promessa: non ha visto la stella. Questa constatazione è un rimprovero per me e forse per la nostra Chiesa. Sento rivolto a me il rimprovero di Paolo a Tito: «Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità. Nessuno ti disprezzi!» (Tt 2,15).
Il disprezzo che circonda la parola della Chiesa, la noia con cui sono sopportate le nostre prediche, l’indifferenza che rende insignificanti le nostre proposte forse ci hanno intimidito, ci hanno indotto a ridurre il messaggio a qualche buona parola consolatoria.
Forse persino ci hanno indotto a dubitare di avere qualche cosa da dire a questa generazione che preferisce la disperazione alla speranza, preferisce fare a meno di Dio, piuttosto che lasciarsi inquietare dall’ invito a conversione.

3. È apparsa la grazia di Dio.
Forse sono ancora in tempo a ripetere l’invito del profeta, l’annuncio dell’apostolo, l’esperienza dei Magi. Il profeta infatti scuote la sua gente scoraggiata: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te … su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce. … alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te» (cfr Is 60,1ss). L’apostolo annuncia l’evento che salva: «È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini … e ci insegna a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (cfr Tt 2,11s).
E i Magi dicono della loro esperienza: «Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti per adorarlo» (cfr Mt 2,2,). Noi dunque non abbiamo altro da dire che la parola della speranza, la verità di Gesù. È un messaggio inquietante che spaventa il re Erode e turba tutta Gerusalemme.
È un messaggio inquietante e antipatico che attira l’ ostilità di molti in molte parti della terra e che causa reazioni violente e persecuzioni. Ma è la parola che non possiamo tacere.

4. Venite ad adorare il re dei Giudei, il Cristo
Prendo quindi coraggio e rivolgo l’invito, che suona antipatico e forse mi attira il disprezzo che ha spaventato anche Tito, il discepolo di Paolo. Mettiamoci in cammino per andare a adorare il re dei Giudei, il Cristo, il nostro Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone. (Tt 2,13s).
Riconosciamo che abbiamo bisogno non solo della salute, ma della salvezza! E Gesù è il Salvatore. Cerchiamo un significato alla vita, all’ impegno, alla morte! E Gesù è la via, la verità, la vita che ci rivela che la vita è vocazione a rinnegare l’empietà, ad attendere la beata speranza.
Cerchiamo un criterio per distinguere il bene dal male! E l’opera di Gesù è per riscattarci da ogni iniquità e formarci come un popolo puro che gli appartenga. Cerchiamo una ragione, che non sia solo reazione emotiva, per l’impegno, la solidarietà, l’opera per la pace. E Gesù ci rende pronti per ogni opera buona. Venite ad adorare il nostro Salvatore: non è una idea, non è una dottrina, è presente, vivo, ci parla, ci chiama.
Forse oggi la mia gente trova antipatico imitare i Magi che provarono una grandissima gioia, entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono.
Ma io, e tutti i cristiani, vogliamo proprio fare così. Forse potremo essere come una stella che offre grandissima gioia alla gente del nostro tempo che sa alzare lo sguardo.

 

"La stella ci ha chiamato, ci ha sfidato, e allora via, in mezzo a cammelli che puzzano di stallaggio e cammellieri con sguardi da assassini, tra mercanti astuti e prostitute lascive, tra mezzi briganti e giovanotti sbandati, insomma via dalla 

protezione sicura della casa e giù in mezzo a quel popolo variopinto che frequenta le strade, quel popolo antico come il mondo e sempre uguale, ieri come oggi, ché le strade sono sempre uguali, ieri come oggi.
Quante volte avrei voluto ritornare indietro, quante volte ho desiderato la mia casa e la mia sposa! Ma il ricordo di quella stella mi perseguitava e mi spingeva sempre avanti.
Sono arrivato a odiarla mi credi? Era come una spina nella carne che non mi lasciava mai tranquillo.
Ed a tutti chiedere: “Avete sentito parlare del re che è nato?” E ricevere in cambio risposte stralunate, sguardi enigmatici… “Un re? Ma noi siamo schiavi, oppressi da Cesare, sottomessi al potere dell’impero… nessun re verrà a salvarci”…
Ed a tutti ripetere: “Ma come non avete visto la stella?” e scoprire che no, in effetti nessuno l’ha vista, e se l’hanno vista invece di guardarla han subito abbassato gli occhi a terra, timorosi perfino di sperare, tanto sconfitti da non saper più desiderare una vita migliore.
Ed alla fine ti viene pure il dubbio che ti sei sbagliato, che l’unico matto, l’unico visionario sei tu, che basta non vale la pena di cercare più…
E tanti hanno rinunciato sai? Il vangelo non lo dice, ma eravamo partiti in cinquecento dalla Persia e da tutti gli angoli dell’impero. Mica eravamo gli unici noi, tanti avevano visto sorgere la stella, tanti all’inizio avevano sperato, eppure…
eppure siamo arrivati solo in tre, perché ci voleva coraggio, coraggio o una buona dose di incoscienza ad andare avanti, a continuare fino in fondo in mezzo a tutti quei dubbi, a tutto quello scetticismo.
Ma c’era un desiderio a spingerci, un desiderio più forte del dubbio e della paura: quella stella era così bella! La sua promessa era così viva! Un re, ma ci pensi? Uno che ci liberi, che ci unisca in un popolo solo, che ci indichi la direzione, che dia un senso al nostro vivere, che ci indichi un ideale per cui faticare…
Solo il pensiero che possa esistere uno così trasforma la vita e non puoi più essere lo stesso, solo cercandolo sento già che un po’ gli somiglio."

di Pierantonio Pavanello, vescovo di Rovigo

Penso che abbiano suscitato un certo sconcerto anche tra i fedeli della nostra chiesa diocesana le notizie (e le polemiche) riguardanti la pubblicazione di un libro sul celibato ecclesiastico a firma di un cardinale (il cardinale Sarah) e del Papa emerito, Benedetto XVI, che successivamente ha chiesto che venisse ritirata dal volume la propria firma. Senza entrare nei dettagli, mi sembra utile precisare due punti fondamentali.
Il primo: oggi nella Chiesa cattolica non esistono due papi. L’unico Papa è Francesco. Lo esige la natura stessa del ministero petrino: il Papa, successore di Pietro è centro di unità della Chiesa e pertanto non può esservi che un solo Papa. Lo ha riconosciuto più volte lo stesso Benedetto XVI, che ha sempre ribadito la sua “filiale” obbedienza a Papa Francesco. Servirsi di scritti o dichiarazioni di Benedetto per opporlo a Francesco non è solo agire contro l’unità della Chiesa, ma anche mancare di rispetto nei suoi confronti.
Un secondo punto riguarda il celibato ecclesiastico: il celibato dei sacerdoti (preti e vescovi) è un grande dono per la Chiesa. E’ il segno di un dono totale a Dio e ai fratelli. Per questo il celibato appare particolarmente consono al ministero sacro. La Chiesa latina proprio per questo riserva l’ordinazione sacra solo a uomini che si riconoscono chiamati al celibato e si impegnano a rispettare la continenza perfetta. Il magistero recente ha confermato questa posizione tradizionale e anche Papa Francesco ha espresso più volte la sua grande considerazione per il celibato dei sacerdoti. Ciò non toglie che vi sia da sempre nella Chiesa cattolica anche la presenza di presbiteri coniugati: innanzitutto i presbiteri delle Chiese cattoliche di rito orientale. Anche nella Chiesa latina poi vi sono delle eccezioni: sono stati ammessi infatti (durante il pontificato di Benedetto XVI) all’ordinazione sacerdotale uomini sposati provenienti dalla chiesa anglicana. La presenza di forme diverse di ministero non ci deve stupire, ma deve spingerci a valorizzare la ricchezza della molteplice tradizione della Chiesa.
+Pierantonio Pavanello - Vescovo

Ricevo da amici e rilancio questa sottolineatura                    sull'omelia del Papa                                                                      01.01.2020 festa di Maria Madre di Dio

Il Papa tuona contro aborto e pornografia, voi continuate a discutere degli schiaffetti, Francesco ha demolito la vostra cultura fatta di Youporn, trasmissioni alla Barbara D’Urso, Rocco Siffredi maître à penser, falso diritto a sopprimere i nascituri, falso diritto a sfruttarne la prostituzione magari esercitato dallo Stato.                  Il Papa ha fatto un discorso altissimo a difesa della donna e voi continuate a parlare di c....e:                                                                                                                                 “Le donne sono fonti di vita. Eppure sono continuamente offese, picchiate, violentate, indotte a prostituirsi e a sopprimere la vita che portano in grembo. Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna. Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l’umanità: da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità. Quante volte il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare. Va liberato dal consumismo, va rispettato e onorato; è la carne più nobile del mondo”.

P. Lasarte, 10 ‘Mi piace’ e 9 ‘non mi piace’: una valutazione del Sinodo sull’Amazzonia

di Martin Lasarte

Il tema dei “viri probati” e delle “diaconesse” ha assorbito troppe energie, a scapito di molte altre tematiche sull’ecologia umana e su un’evangelizzazione integrale. Positivi gli interventi di papa Francesco, che chiede una “sovrabbondanza” nella missione e nella fede.  È mancata un’attenzione al mondo giovanile. Il bilancio di un mese di Sinodo dell’Amazzonia da parte di un padre sinodale.

Città del Vaticano (AsiaNews) –  A poche ore dalla conclusione del Sinodo sull’Amazzonia, presentiamo qui alcune importanti valutazioni di p. Martin Lasarte, fra i padri sinodali nominati da papa Francesco. P. Lasarte, è salesiano uruguaiano, già missionario in Angola, membro dell’équipe di animazione missionaria mondiale della Congregazione salesiana. In particolare, egli è responsabile dell’animazione missionaria in Africa e in America. Di lui, AsiaNews ha pubblicato un suo articolo sul Sinodo, in due parti: “Sinodo Amazzonia: I preti sposati sono davvero una soluzione? (Prima parte)” e “Sinodo Amazzonia: I nuovi cammini e le malattie pastorali (Seconda parte)”.

Il Sinodo è un prezioso strumento di comunione ecclesiale e di ascolto. Questo strumento di consultazione offrirà al Santo Padre alcune riflessioni e proposte. Per me, a titolo personale, è stata un'esperienza ricchissima in cui ho imparato molto da tanti fratelli e sorelle.  Faccio rapidamente una valutazione "a caldo", senza aver ricevuto ancora il documento finale del Sinodo che sarà votato domani.

Essendo io una persona positiva, metto 10 “mi piace” al Sinodo, cioè, cose che mi sono sembrate positive; e 9 “non mi piace” per segnalarne i limiti.

I 10 “mi piace”

1. È stata una grande opportunità per riflettere pastoralmente sull'Amazzonia, sulle grandi sfide di carattere universale.

2. Si è data molta visibilità alla regione, ai suoi problemi ecologici, sociali ed ecclesiali.

3. Il Sinodo ha contribuito a creare una consapevolezza regionale dell'Amazzonia, essendovi molte realtà ecclesiali, separate, non collegate tra loro.

4. Positivo è stato lo sforzo di ascoltare in modo capillare, e di avere iniziato un processo con le comunità amazzoniche. Senza dubbio, la cosa più importante del Sinodo è il processo che esso genererà nella regione.

5. Personalmente, ho potuto imparare molto da diverse Chiese locali: approfondire i problemi, come il traffico di droga, che è davvero preoccupante per il suo potere economico, politico e culturale. E' stato anche bello conoscere "buone pratiche", o esperienze pastorali di diverse chiese locali, così come belle testimonianze di dedizione e servizio…

6. Vi è stata una chiara presa di posizione della Chiesa a favore dell'ecologia integrale (non fondamentalista) e per le popolazioni indigene amazzoniche.

7. Nel corso del Sinodo si è data maggiore importanza al tema delle città, dei giovani, delle migrazioni, qualcosa che era apparso nell' Instrumentum Laboris, ma non con l'ampiezza necessaria. La visione è stata estesa anche alle popolazioni rurali e fluviali, così come alle comunità afro (quilombolas).

8. Si è fatta più evidente la dimensione Cristo-centrica nella Chiesa e nell’evangelizzazione.

9. Nell'assemblea generale e nei circoli minori, sono stati sollevati molti argomenti di grande interesse e rilevanza (non so fino a che punto essi saranno inclusi nel documento finale):

- Sono state presentate riflessioni approfondite, in particolare da parte di esperti, sulle problematiche ecologiche.

- L'importanza di un'istruzione di qualità per tutti e in particolare per le popolazioni indigene

- Vi è stata una riflessione sui vari processi migratori.

- Sulla cultura, l'interculturalità, l'inculturazione e il Vangelo.

- Sono state evidenziate situazioni disumane di tratta di persone, traffico di droghe, sfruttamento...

- L'importanza della ministerialità di tutta la Chiesa.

- L'importanza del catecumenato e dell'iniziazione cristiana.

- Una Evangelizzazione integrale.

- La formazione del clero e dei laici per la missione.

- La pietà popolare.

- Sulla missionarietà della Chiesa.

- È apparso chiaro che vari "pastori indigeni o altri pastori" non possono andare avanti in modo autosufficiente senza un collegamento con le Chiese locali.

- Si è data più importanza alla pastorale urbana ed - al suo interno - alla pastorale indigena.

10. Mi sono piaciuti molto i tre interventi spontanei del Papa: sì alla cultura (pietà popolare, inculturazione), no a un aboriginalismo; sì alla formazione del clero in modo più pastorale, meno rigido, e ai laici.  Ma no alla clericalizzazione dei laici. Attenzione alle congregazioni religiose che si ritirano in cerca di garanzie, e alla mancanza di passione dei più giovani per la missione. Prestare attenzione al clero latino americano che emigra nel Primo Mondo invece di optare per l'Amazzonia. Ha parlato della necessità di una sovrabbondanza nel Sinodo, che non intende disciplinare il conflitto, né risolvere le cose mettendoci delle pezze. C'è bisogno di una sovrabbondanza missionaria.

I 9 “non mi piace”

1. Energie eccessive dedicate a problemi intra-ecclesiali, in particolare quello dei "viri probati" e delle "diaconesse”. Sarebbe stata un'occasione senza pari per offrire un contributo qualificato e più profondo alla cura della casa comune attraverso un'ecologia integrale basata sull'etica cristiana. Invece il tema dell’ecologia umana è rimasto solo al capitolo V (su 6 capitoli del documento). Il tema dei “viri probati” e del diaconato femminile, in cui non vi era pieno consenso, ha consumato molte forze, sottraendo qualità a tutti gli altri aspetti consensuali.

2Auto-referenzialità regionale: Il concetto di sinodalità è una questione che si è rivelata molto adattabile secondo le convenienze: sinodalità con coloro che la pensano come me; autonomia e pluralismo con chi la pensa diversamente, come nel caso delle Chiese sorelle di Asia, Europa e Africa. Penso che il tema della sinodalità della Chiesa universale avrebbe dovuto essere più presente per quanto riguarda i ministeri ordinati, perché esso è un tema sensibile ed esistenziale in tutta la Chiesa universale.

3. È mancato un più profondo senso di autocritica ecclesiale. Naturalmente, vi è stato il consueto "mea culpa" sulla colonizzazione e sui limiti della Chiesa, la sua visione antropologica eurocentrica, la limitata coscienza sociale del passato. Ma io mi riferisco alla scarsa incidenza pastorale di questi ultimi 50 anni nelle diverse realtà ecclesiali amazzoniche. Quali sono le cause della sua povertà pastorale e della sua infertilità? A mio avviso, il tema della secolarizzazione, dell’antropologismo culturale, dell’ideologizzazione sociale del ministero pastorale, della mancanza di una testimonianza credibile, coerente e splendente di santità dei ministri (fenomeno di tanti abbandoni di vita religiosa e sacerdotale, o di vita ambigua) non sono stati sufficientemente toccati.

4. Toppe nuove a un vestito vecchio. A mio avviso, i problemi più profondi dell’evangelizzazione non sono stati focalizzati: le cause dell'infertilità vocazionale; la scarsa cura pastorale in generale; la mancanza di una migliore cura pastorale della famiglia; un catecumenato che fondi la fede e la vita; l'assoluta assenza di pastorale giovanile (l'espressione non compare nel documento): di conseguenza la cura pastorale delle vocazioni è nulla, e vi è una mancanza di vitalità delle piccole comunità cristiane. I movimenti ecclesiali, le nuove comunità non si menzionano. Come mai? Non esistono davvero in Amazzonia? Mi sembra che ci sia stata una mancanza di quel dinamismo che ha portato la Chiesa a considerare il tema della "nuova evangelizzazione": nuovi metodi, nuovo fervore. Quali sono le nuove vie proposte dal Sinodo? Solo nuove strutture e le ordinazioni di viri probati..... Mi sembra che questa novità sia enormemente povera: si tratta di toppe nuove su un vecchio abito. A mio modo di vedere, la nuova veste in cui dobbiamo rivestirci con nuovo fervore è un problema di "fede": indossare Cristo.

5. Si parla del "rito amazzonico" per la liturgia. Si rischia di cadere in un esperimento teorico di laboratorio pastorale. Le culture amazzoniche sono varie, la grande ricchezza e varietà della cultura pan-amazzonica non può essere omologata (fra le 390 lingue presenti, pensiamo solo alle grandi famiglie: Tupi-Guarani; Arawak, Tukano, Pano, Je', Jíbara, Yanomami, ecc). Non c'è dubbio che l'inculturazione del Vangelo nella liturgia e nella vita delle comunità cristiane amazzoniche sia indispensabile, ma questo deve essere fatto nella vita reale e a poco a poco, con un ragionevole adattamento e decantazione di ciò che è veramente autentico della cultura e riesce a trasmettere veramente il mistero cristiano con simboli ed espressioni originali, evitando una “folklorizzazione” superficiale e generica.

6. Clericalizzazione laica. Sarebbe stato possibile risolvere il problema di eventuali ordinazioni al sacerdozio di uomini sposati con le vie ordinarie già possibili e praticabili nella Chiesa: la dispensa dal celibato (CCC 1047): la possibilità di dispensa data dalla Santa Sede, con le opportune giustificazioni, come sapientemente proposto dal card. Gracias dall'India, essendo molto più semplice di una generalizzazione del viri probati. Sono state presentate esperienze da altre latitudini con gli stessi problemi e con la soluzione di ricchi ministeri laici, ma la proposta non è stata apprezzata. Purtroppo, il "tema" del Sinodo è stato l'ordinazione degli uomini sposati, mentre gli altri temi sono rimasti all'ombra. Mediaticamente e popolarmente questo Sinodo sarà proprio questo: il Sinodo dei viri probati.

7. Visione secolare dei ministeri, in particolare quella delle donne come "diaconesse ordinate". Quando questo tema viene toccato ovunque, compaiono motivazioni molto civili, ma non del tutto evangeliche: "Questo è il momento di ordinare le donne", "Abbiamo il diritto", "Le donne devono avere il potere” …. Questi sono discorsi validi in qualsiasi parlamento, ma non li vedo tanto in un sinodo di vescovi dove si vuole discernere alla luce del Vangelo, della Tradizione, del Magistero ecclesiale e delle sfide attuali; e non tanto sotto la forte pressione della cultura dominante. Mi è sembrato che fosse abbastanza presente un senso parlamentare e non tanto lo spirito sinodale che cerca il discernimento ("Siamo rappresentanti dei popoli amazzonici e dobbiamo portare avanti le proposte da loro avanzate").

8. Pericolo della “onganizzazione" della Chiesa (trasformata in ong). È molto bello che la Chiesa sia ben organizzata al servizio della carità, ma che non sia "onganizzata", cioè governata dai criteri pragmatici, laici e organizzativi di una Ong. Si riduce mistero, la vita e l'azione della Chiesa a varie attività di advocacy e di servizio sociale. Questa riduzione mi sembra molto presente nella sensibilità di diversi partecipanti al Sinodo. Insisto: solo con un'evangelizzazione integrale, dove il kerigma, la discepolanza, la diaconia, la koinonia e la liturgia si fondono in un progetto pastorale armonioso ed equilibrato, potremo avere una pastorale feconda.

9. L'atmosfera del Sinodo è stata abbastanza serena, fraterna e rispettosa, anche se alla fine, alcuni hanno presentato le cose in modo piuttosto dialettico: da una parte, il club fariseo che sarebbe legato alla dottrina, spaventato dal nuovo, quindi chiuso allo Spirito Santo; dall'altra, coloro che ascoltano il popolo (sensus fidei), senza paura, aperti al nuovo e quindi docili allo Spirito Santo…. C’è da ammirare uno Spirito Santo venuto così ben preparato e organizzato…

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L’UNIVERSO DI DIO

Come una sorgente che sgorga dal profondo della terra e irriga i campi; come l’oceano che invade gli abissi e bagna i continenti; come uno sguardo aperto all’infinito oltre la siepe; come un cuore proteso a un amore totale: così e ben più di così il mistero di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo avvolge il mondo e invade i cuori. Dio percorre l’universo delle galassie e penetra il frammento invisibile, conforma la realtà e si protende a toccare il dito dell’uomo creato. Si specchia nella figura del maschio e della femmina, germoglia nella vita suscitata nel grembo della madre, conforma le dimensioni di tutti i rapporti umani: l’amore coniugale e paterno e materno e filiale, l’amicizia con l’amico privilegiato e la carità verso il povero e affamato, fino al gesto supremo del dono della vita.
Astronomi e scienziati, filosofi e matematici, uomini e donne che guardano il cielo e scrutano il cammino della luna e delle stelle, annusano il fiorire delle piante e odono il ronzio degli insetti, intuiscono il misterioso rapporto che connette gli esseri. La legge della relatività scopre la penetrante relazione di tutti nel tutto.
Dio Uno e Trino solca con l’orma del suo passo e blandisce col fiato della sua bocca ogni essere grande e minuto, noto e ignoto. Quale dunque la distanza tra cielo e terra, tra materiale e spirituale, tra piccolo e grande? Tutto è attraversato dalla potenza di Dio e abbracciato dall’Amore che muove il sole e le altre stelle, come intuisce Dante al termine del suo percorso tra cielo e terra.
E’ aperta la strada per conoscere chi è Dio e chi è l’uomo, che cos’è il presente e dove va il futuro, dove abita la felicità e dove vince la giustizia, dove fermenta l’amore e dove la vita è eterna.
Non restiamo più fermi sulla riva dell’oceano, bloccati sulla frontiera della non conoscenza. Dio prende il naviglio e attraversa il mare infinito, giunge alla nostra riva e si mostra nel volto umano del Figlio nato a Betlemme e vissuto a Nazaret, Cafarnao, Gerusalemme.
Per tutto il tempo pasquale, Gesù con insistenza imbarazzante ci percuote le orecchie e il cuore raccontando il suo rapporto con il Padre nell’eternità e nel tempo, ed effonde sugli uomini l’Amore costitutivo dello Spirito Santo.
Alla fine, Gesù ci attrae all’unità del Padre e del Figlio, nello Spirito Santo che, nella pazienza del tempo, ci conduce alla verità tutta intera. L’universo e tutti gli esseri, ogni uomo e ogni donna, vibrano nell’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Don Angelo