Il primo viaggio all’estero di Papa Leone prende occasione dal 1700° anniversario del Concilio di Nicea. Papa Leone l’ha fatto precedere da una Lettera Apostolica che ne dice i motivi e il valore: la si legge d’un fiato, perché spiega tutto in maniera facile e concreta. Con Nicea è in gioco l’esistenza del cristianesimo: se Gesù non è Dio, il cristianesimo è finito. Noi siamo cristiani perché – cita il papa – “Crediamo in Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, disceso dal cielo per la nostra salvezza”. Non siamo cristiani perché celebriamo la messa in un rito o in un altro, in una lingua o in un’altra. Non siamo cristiani nemmeno in quanto conosciamo i comandamenti e li pratichiamo, cosa per altro auspicabile. Siamo cristiani perché crediamo che Gesù Cristo è Dio. Insieme con noi cattolici lo credono ortodossi e protestanti di tutte le frange.
Non sono cristiani i testimoni di Geova e tutti coloro che pur leggendo il Vangelo non credono che Gesù è Dio; magari scrivono grossi volumi per stracciarne la figura, separando Gesù da Cristo.
Nei primi decenni del 300, a mettere espressamente e pubblicamente in dubbio la divinità di Gesù è un prete di Alessandria d’Egitto, che vuole ‘spiegare’ Gesù attraverso la filosofia platonica. Secondo Ario, Gesù sarebbe un “essere intermedio tra il Dio irraggiungibilmente lontano e noi. Inoltre, vi sarebbe stato un tempo in cui il Figlio ‘non era’”. Il cristianesimo viene picconato da Ario e seguaci, fra cui vescovi e imperatori, dalla città di Alessandria d’Egitto fino a Milano. Ben presto “il vescovo Alessandro di Alessandria si rese conto che gli insegnamenti di Ario non erano affatto coerenti con la Sacra Scrittura. Poiché Ario non si mostrava conciliante, Alessandro convocò i vescovi dell’Egitto e della Siria per un sinodo che condannò l’insegnamento di Ario”. Non bastò. La controversia si riaccese, portando “a una delle più grandi crisi della storia della Chiesa del primo millennio”. L’imperatore Costantino che “insieme all’unità della Chiesa vede minacciata anche l’unità dell’Impero”, interviene convocando un Concilio a Nicea. La lettera di Papa Leone ne spiega il contenuto, sottolineando l’unità di fede dei cristiani appartenenti alla “unica Comunità cristiana universale”.
Il viaggio a Nicea di papa Leone, la sua lettera, e tutti i suoi pronunciamenti, riconoscono che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è il cuore della vita cristiana: “Gesù non è solo Maestro, compagno, fratello e amico”. Il Credo niceno dice di più: Gesù Cristo è il Signore, Figlio del Dio vivente, che “ci conduce alla santificazione e alla divinizzazione”.
Cristiani di oggi, ci domandiamo: riconosciamo Cristo al centro della nostra fede e all’origine della vita? Oppure lo dimentichiamo, lo nascondiamo sotto la cornice, lo mettiamo in fondo alla fila dei nostri pensieri, propositi, iniziative, intraprese, organizzazioni, come se tutto dipendesse da noi, distraendoci dall’amore e dalla dedizione a Lui? Potremmo non essere ariani con le parole, ma lo siamo di fatto se togliamo Gesù dalla mente, dal cuore e dalle azioni. Cristiani che brigano in parrocchia e fanno opere di bene, ma non professano Cristo Dio e Salvatore: una carità senza Gesù, una pace senza Gesù, una vita senza Gesù, una ricerca della felicità senza Gesù, sono un inganno. Papa Leone lo mostra nel suo stile di preghiera e di vita, lo annuncia al mondo con il viaggio a Nicea, dove il primo Concilio proclama senza equivoci il Cristo dei Vangeli, Figlio eterno di Dio e nostro salvatore.