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Vangelo secondo Giovanni 13,31-35

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

LA GLORIA DEL PADRE E DEL FIGLIO

In un momento drammatico, quando Giuda esce dal cenacolo iniziando la discesa nell’abisso del tradimento, Gesù lancia un lampo di luce. In una sola frase Gesù usa cinque volte il verbo ‘glorificare’. Di quale gloria si tratta? In che cosa consiste la glorificazione che si comunicano l’un l’altro Dio Padre e il Figlio Gesù? Ricevere gloria e dare gloria, significa manifestare in modo chiaro e solenne la grandezza di una persona.
Gesù, tradito, abbandonato, percosso, crocifisso, ucciso, manifesta nel modo più pieno la sua personalità di Figlio che ama il Padre e si dona agli uomini: ”Non c’è amore più grande di chi dà la vita per le persone che ama”.
A sua volta il Padre risponde con la risurrezione all’amore del Figlio che dona la vita a Lui per i fratelli.
La gloria rivelata nel reciproco amore del Padre e del Figlio continua a manifestarsi nel tempo della storia attraverso il comandamento nuovo dell’amore che Gesù consegna ai suoi: “Amatevi come io vi ho amato”. Da questo amore tutti potranno riconoscere i discepoli del Signore.

Vangelo secondo Giovanni 14,7-14

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

GESU’, VOLTO E VITA DEL PADRE

Ecco il passaggio definitivo: “Mostraci il Padre e ci basta”. La domanda di Filippo dice che gli apostoli hanno finalmente colto il rapporto di Gesù con il Padre, fino a desiderare di vederlo personalmente. La risposta di Gesù supera ogni immaginazione: “Chi vede me vede il Padre”. In Gesù, nella sua persona, nelle sue parole e nelle sue azioni umane, il Padre ‘dice’ se stesso, dichiara la sua identità, esprime il suo amore, svolge tutta la sua opera per il bene di ogni uomo.

Mattarella: “L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi e curarsi di più delle persone”

L’intervista del Capo dello Stato italiano con i media vaticani: “Affiorano atteggiamenti di intolleranza, ma in Italia prevale ancora la solidarietà”. “La Dichiarazione sulla Fratellanza umana di Francesco e del Grande Iman di Al Azhar è di grande importanza per rimuovere le basi della predicazione di odio del terrorismo”

Andrea Tornielli e Andrea Monda

Anche se «affiorano, rumorosamente, atteggiamenti di intolleranza, di aggressività, di chiusura alle esigenze altrui», e bisogna evitare che certi fenomeni si saldino tra loro «a livello internazionale», in Italia sono ancora prevalenti «iniziative e comportamenti di grande solidarietà». Per questo, anche seguendo l’invito del Papa, è bene che il Vecchio Continente ritrovi lo spirito dei suoi fondatori: «L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi. Deve curarsi di più della sorte delle persone». Lo ha affermato il Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, nel corso di un’intervista a tutto campo con i media vaticani (L’Osservatore Romano, Radio Vaticana, Vatican News). Il Capo dello Stato ha parlato delle relazioni «ottime sotto ogni profilo» tra l’Italia e la Santa Sede, del ruolo della Chiesa cattolica nel Paese, dell’importanza del dialogo tra le religioni per la pace nel mondo in relazione alla Dichiarazione di Abu Dhabi firmata da Francesco e dal Grande Imam di Al Azhar.

Presidente, colpisce la dimensione esistenziale presente nei suoi discorsi, nei quali emerge sempre il senso dell'urgenza rispetto alla crisi delle relazioni: il tessuto sociale appare spesso sfibrato, i legami spezzati, la solitudine la cifra distintiva delle nostre città. È questa secondo lei una priorità rispetto ai problemi del Paese e una questione che la politica deve affrontare?

Sì, è questa la principale preoccupazione che credo occorra nutrire: un’Italia che recuperi appieno il senso e il valore del sentirsi comunità di vita. L’Italia registra, al suo interno, una gran quantità di iniziative, e comportamenti, di grande solidarietà; e questa realtà è nettamente prevalente. Ma affiorano, rumorosamente, atteggiamenti di intolleranza, di aggressività, di chiusura alle esigenze altrui. Sono fenomeni minoritari, sempre esistiti, in realtà, ma sembrano attenuate le remore che prima ne frenavano la manifestazione. Non si tratta di una condizione peculiare del nostro Paese: appare così in tutta Europa e anche in altri Continenti. Vi si aggiunge un aspetto, diverso, e da non confondere con quello che ho appena indicato: le conseguenze del profondo disagio sociale, provocato dalla crisi economico-finanziaria del decennio passato e, a ben riflettere determinato, non soltanto in Italia, anche dal trasferimento di risorse, sempre più ingenti dall’economia reale alla finanza speculativa; dal forte aumento della distanza tra i molto ricchi e la gran parte della popolazione. Anche i mutamenti nel mondo del lavoro, conseguenti alla globalizzazione e alle nuove tecnologie – entrambe, peraltro, condizioni, per tanti aspetti, positive – contribuiscono a far sorgere incertezza, e insicurezza, nel tessuto sociale. Si sono generate, come dicono gli studiosi, periferie esistenziali, non soltanto territoriali. Ambiti di sofferenza e di disagio, frutto dello smarrimento che viene avvertito diffusamente. Smarrimento accentuato dal venir meno di soggetti aggreganti in vari versanti della società – dalle varie realtà associative ai partiti politici - o dalla loro diminuita capacità di attrazione e rappresentanza. È necessario evitare che questi fenomeni, così diversi fra di loro, si possano saldare, determinando situazioni di paura, di avversione reciproca, di conflittualità tra persone, tra gruppi sociali, tra territori all’interno di ciascun Paese. Condizione che, come già qualche segnale indica, si trasferirebbe in ambito internazionale. A fronte di tutto questo però, vorrei ripetere, vi è la fiducia ispirata da quanto di positivo si registra, ed è ampio, nella nostra società.

Come definirebbe oggi i rapporti fra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano? Qual è secondo lei il contributo che la Chiesa dà alla vita della nazione?

Le relazioni sono ottime sotto ogni profilo e - come recita la Costituzione - ciascuno nel proprio ordine. La collaborazione è piena, in ogni ambito e settore in cui le attività, della Santa Sede e quelle dello Stato italiano, si incontrano, in sede interna e in sede internazionale. Per quanto riguarda il contributo della Chiesa alla vita dell’Italia, occorre, naturalmente, distinguere, come soggetti e come operatività, le due, diverse dimensioni in cui si presenta la Santa Sede e la Chiesa italiana. Sul primo versante, il magistero di Papa Francesco riceve grande attenzione ed esercita influenza significativa sui nostri cittadini, anche per l’affetto che questi nutrono nei suoi confronti. Francesco è subito diventato un punto di riferimento per gli italiani. Per parte sua la Chiesa italiana fornisce un contributo, di grandi dimensioni, alla società del nostro Paese, non soltanto sul piano spirituale, concorrendo al raggiungimento degli obiettivi, indicati dalla nostra Carta costituzionale. La presenza della Chiesa italiana nella dimensione culturale, educativa e sociale è motivo di riconoscenza. Le innumerevoli iniziative di diocesi, parrocchie, realtà associative, in favore dei più deboli, degli emarginati, di chi chiede ascolto e accoglienza sono concrete ed evidenti; e costituiscono un richiamo costante all’esigenza di aiuto reciproco nella vita quotidiana, per rafforzare la coesione della nostra comunità.

Papa Francesco all'inizio di questo 2019 ha compiuto già due viaggi in Paesi a maggioranza musulmana. Negli Emirati Arabi ha firmato con il Gran Imam di Al Azhar una impegnativa Dichiarazione sulla Fratellanza umana. Quanto è importante questo dialogo tra le religioni per la pace nel mondo?

Le religioni rivestono un ruolo crescente sulla ribalta internazionale. Se questo è sempre avvenuto in altri Continenti, oggi lo si vede accresciuto anche in Europa. Questo aumento di influenza è di grande rilievo per assicurare al mondo comprensione reciproca e pace. I leader religiosi godono di prestigio e hanno un forte seguito nelle varie popolazioni. Il rispetto reciproco e il dialogo tra le diverse fedi - che parlano di pace e di fratellanza - rappresentano condizioni essenziali; e costituiscono il principale antidoto all’estremismo che cerca di strumentalizzare il sentimento religioso. Sono sempre esistiti questi tentativi di strumentalizzarlo a fini politici e di potere. Il terrorismo di matrice islamista fa parte di questo antico fenomeno, purtroppo amplificato dagli strumenti moderni, nelle conseguenze della sua strategia e attività criminale; che ha colpito, ancora, negli ultimi giorni in Burkina Faso, in Iraq, in Afghanistan. Ad esso si aggiungono violenze e attentati di stampo suprematista, come quello di Christchurch, in Nuova Zelanda, contro fedeli musulmani. La Dichiarazione sulla Fratellanza umana firmata da Papa Francesco e del Grande Iman di Al Azhar è di grande importanza, sul piano dei principi e su quello concreto, per rimuovere le basi della predicazione di odio del terrorismo, che evoca abusivamente motivazioni religiose. Così come lo è stato il gesto di Papa Francesco a Bangui: far salire con sé, sulla papamobile, l’Imam di quella città, nel corso della sua visita nella Repubblica Centrafricana, in occasione dell’apertura del Giubileo. È stato un grande gesto, di grande efficacia comunicativa e di grande apertura. Esortare a riscoprire le radici autentiche, e profonde, delle fedi religiose - e operare perché tra esse ci sia un clima di dialogo e di fraternità - significa lavorare, concretamente, per la costruzione della pace nel mondo e per la sicurezza di tutti. La forza degli Stati contro il terrorismo è necessaria e può contrastarlo efficacemente ma è la formazione delle coscienze e delle mentalità che può cancellarlo definitivamente.

Papa Francesco ha detto: «Il primo, e forse più grande, contributo che i cristiani possono portare all'Europa di oggi è ricordarle che essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone». Quanto è importante ritrovare il senso dell'Europa come comunità e che cosa si può fare perché le nuove generazioni lo riscoprano?

Nel mese di gennaio, a Berlino, il Presidente tedesco Steinmeier mi ha prospettato l’idea di un appello per la partecipazione al voto nelle prossime elezioni per il Parlamento europeo: ho subito aderito a questa sua iniziativa e, nei giorni scorsi, è apparso questo documento, firmato da tutti i presidenti delle Repubbliche dell’Unione. Vi è scritto che quella dell’integrazione europea è la migliore idea che abbiamo mai avuto nel nostro Continente. Questa affermazione così decisa muove dalla convinzione che l’Unione non è un comitato di interessi economici, regolato dal criterio del dare e dell’avere, ma è una comunità di valori. Questa convinzione è l’unica che corrisponda, davvero, alla storica scelta dei fondatori dei primi organismi comunitari. Questo viene percepito, forse talvolta inconsapevolmente, ma con effettività, soprattutto da due generazioni: i più anziani, che ricordano qual era la condizione dell’Europa prima di quella scelta, e i più giovani, che possono viaggiare liberamente da Trapani a Helsinki e da Lisbona a Stoccolma. Vede, tutti dovrebbero riflettere cosa hanno provocato due atroci guerre mondiali, combattute soprattutto in Europa; e cosa rappresentava vivere in un’Europa divisa in due dalla cortina di ferro, dal muro di Berlino, dall’angoscia, sempre presente, di un conflitto nucleare devastante. Da giovane sono stato a Berlino, era ancora divisa. Mia moglie e io desideravamo visitare uno splendido museo, il Pergamon, che si trovava a Berlino Est: abbiamo attraversato la frontiera, il muro e nel mio ricordo è incancellabile il senso di oppressione che si provava; e come si percepisse la grave lacerazione della città. Talvolta si dimentica il valore delle condizioni in cui ci troviamo e quel che sono costate di fatica e di sacrifici: bisogna sempre pensare che queste condizioni, per quanto imperfette, sono da preservare e da consolidare; e non sono scontate e irreversibili. Credo che questo sia ben compreso dalle nuove generazioni, quelle dei nativi digitali, del roaming europeo, dei voli low cost e dell’Erasmus. Giovani che, anche senza dichiararlo, si sentono europei oltre che cittadini ciascuno del proprio Paese. Avvertono questa “Casa comune”. Questo non vuol dire che nell’Unione tutto vada bene. La percezione delle sue istituzioni, da parte di larghe fasce di elettorato europeo, non sempre è positiva, anche se è spesso l’egoismo degli Stati – e non quindi quelle istituzioni – a frenare il sogno europeo. Per qualche aspetto l’andamento della vita dell’Unione - anche per il freno posto da parte di alcuni Paesi - dà l’impressione di essersi fermata, come in ordinaria amministrazione; quasi appagata dalla condizione raggiunta, come se il disegno europeo fosse già compiuto. Questo ha, sensibilmente, appannato il disegno storico, la prospettiva e la tensione ideale dell’integrazione. Papa Francesco, con saggezza, indica il centro della questione. L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi. Deve curarsi di più della sorte delle persone. Deve garantire sempre maggior collaborazione, uguaglianza di condizioni, crescita economica, ma questo si realizza realmente soltanto con una crescita culturale civile, morale.

Non trova che l'Italia sia un Paese che talvolta viene rappresentato male dai mass-media e anche dalle istituzioni? Può dirci come vede il nostro Paese dal suo punto di vista privilegiato?

Per il mio ruolo, svolgo molte visite in altri Paesi e ricevo al Quirinale molti capi di stato. Registro sempre, ovunque, un gran desiderio di Italia, una richiesta di collaborazione fortemente insistita. Questa riguarda ogni campo: culturale, scientifico, politico, economico, anche militare per la difesa della pace. Il nostro contingente più ampio è in Libano, apprezzato da tutte le parti fra loro contrapposte, cui garantisce l’assenza di violenze. L’immagine dell’Italia e l’opinione che se ne ha all’estero sono di gran lunga più positive di quanto noi stessi nutriamo. Ma quel che vorrei sottolinearle soprattutto è la sensazione, incoraggiante, che ricevo dalla nostra società, nelle tante visite, che compio nelle nostre città e nei nostri territori, e nelle numerose occasioni di incontro che ho giorno per giorno qui al Quirinale. È un punto di osservazione privilegiato e completo. Il nostro Paese è pieno di energie, comportamenti, iniziative, impegni positivi; di solidarietà, di abnegazione generosa, di senso del dovere, di disponibilità e attitudine a occuparsi dell’interesse generale, del bene comune. Naturalmente, come ovunque, vi è anche ben altro. Vi sono, come accennavo all’inizio, comportamenti gravi e da censurare con severità. Ma, tra i piatti della bilancia, è di gran lunga prevalente quello della generosità e del proprio dovere. Motivo, questo, per cui sono riconoscente ai nostri concittadini.

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Introduzione del celebrante
Il Vangelo ci invita a un amore grande e vero verso Dio e il prossimo. Domandiamolo come una grazia necessaria.

1. Signore Gesù, donaci di vivere l’amore con il quale tu ci hai amato e ci ami. Ogni giorno della vita diventi occasione per imparare e per vivere il comandamento nuovo dell’amore,
Noi ti preghiamo: ASCOLTACI O SIGNORE

2. Signore Gesù, donaci di accogliere la testimonianza di coloro che annunciano e praticano il tuo amore. Rendici attenti alla missione di Papa Francesco e dei pastori uniti con lui,
Noi ti preghiamo: ASCOLTACI O SIGNORE

3. Signore Gesù, converti i cuori e i programmi dei capi delle nazioni, perché ricerchino pace e concordia. Ti affidiamo le persone che vivono il dramma della guerra e della fame, e i cristiani perseguitati e privati della libertà e della casa,
Noi ti preghiamo: ASCOLTACI O SIGNORE

4. Signore Gesù, dona unità, amore e pace alle famiglie. Rendici attenti alle famiglie ferite dal dramma della difficoltà economica, dell’infedeltà e della separazione: possano sperimentare il sostegno della tua presenza,
Noi ti preghiamo: ASCOLTACI O SIGNORE

Conclusione del celebrante
Padre Santo, insieme con i doni delle offerte consegniamo all’altare le nostre preghiere; rendile vere ed efficaci, per il nostro Signore Gesù Cristo, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

Spunto per la domenica
Mentre sta per consegnarsi al Padre, Gesù dice: “Amatevi come io vi ho amato” . Dio stabilisce in mezzo a noi la sua tenda e fa iniziare già su questa terra ‘un cielo nuovo e una terra nuova’: una famiglia cristiana, una comunità cristiana, perché siano un segno visibile e chiaro di quest’amore. Ripartiamo ogni domenica e ogni giorno dal dono di Gesù presente, che cambia il cuore delle persone e la faccia del mondo, come raccontano gli Atti degli Apostoli e come testimonia la storia della Chiesa.

Vangelo secondo Giovanni 14,1-6

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».

LA DIMORA E LA VIA

Arriva il momento in cui ci accorgiamo che non basta conoscere e non basta nemmeno vedere. Occorre camminare, guardando la strada e seguendo chi ci accompagna. Gesù si mostra e si dona come strada da percorrere, come verità da guardare, come vita da ricevere in dono. In Lui la vita si è resa visibile, la via percorribile, la verità comprensibile. Gesù ci ha chiamati amici e ci ha preparato una dimora nella casa del Padre dove egli stesso abita.

Vangelo secondo Giovanni 13,16-20

[Dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli, Gesù] disse loro:
«In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica.
Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma deve compiersi la Scrittura: “Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno”. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono.
In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

PAROLE E GESTI

Gesù non solo insegna con le parole, ma pone dei gesti che segnano un altro percorso di vita. Sono gesti ‘travolgenti’, come donare il suo corpo e lavare i piedi come un servo, compiuti anche verso chi gli si oppone come avversario e nemico. La sorgente della sua azione è profonda, e deriva dalla sua identità divina, espressa con le parole che lo assimilano al Padre (“Io sono”) che l’ha mandato, testimone di un amore più grande e di una vita più umana.

Vangelo secondo Giovanni 12,44-50

In quel tempo, Gesù esclamò:
«Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre.
Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.
Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».

GESU’: dal Padre agli uomini

Ogni giorno di più scopriamo che Gesù è radicato nel Padre, lo esprime e lo comunica con tutta la sua vita. Così pure, Gesù non si colloca all’esterno dell’uomo, ma entra nel suo intimo, scoprendo il desiderio del suo cuore e ponendovi dentro la parola che lo rivela a se stesso e lo lancia nella vita. La Parola di Gesù diventa salvezza o condanna, a seconda se si accoglie la verità che contiene o la si rifiuta.

Vangelo secondo Giovanni 15,9-17

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

AMORE E GIOIA

Una cascata di amore e di gioia si riversa sugli apostoli e su di noi da questo Vangelo. L’amore del Padre si effonde nel Figlio e l’amore del Figlio ci comunica amicizia, gioia, fiducia. Una potenza indistruttibile vibra nelle parole di Gesù e più ancora nella sua vita, interamente donata al Padre e protesa a farci sperimentare l’amore di Dio che diventa anche per noi vita e gioia. Una sovrabbondanza che ci fa non più servi ma amici di Dio.

IL ROSARIO DELLA VITA

Sono appena tornati dal Messico, dove il figlio lavora. Sul sagrato della Chiesa raccontano la meraviglia dell’incontro con un popolo fiero e religioso, orgoglioso delle proprie tradizioni e profondamente pio. “Abbiamo visto cattedrali e chiese gremite, le celebrazioni della settimana santa animate e partecipate da tanta gente, compresi i numerosissimi bimbi ben seguiti dai genitori, educati e rispettosi del luogo sacro”. Nella campagna, al tramonto, tra case fatiscenti, quasi ad ogni incrocio, capannelli di gente di tutte le età pregano la Madonna davanti ad altarini pieni di fiori. Anche nei taxi e negli autobus occhieggiano immagini sacre. “Abbiamo partecipato ad una grandiosa celebrazione pasquale nella basilica di Guadalupe: era evidente la fede del popolo. Ma quello che ci ha più stupito è stato un altarino dedicato a Maria in una casa poverissima: fiori freschi - difficilissimi da trovare in un luogo così arido - un cero acceso tutto il giorno e un'immagine grandissima della Vergine. La figlia ci confidava che quella, per sua madre, era la prima occupazione della mattina: offrire alla Madonna la sua famiglia segnata dalla sofferenza.”
La coppia di amici racconta con occhi brillanti e cuore rianimato. Lo sguardo si allarga sulle strade dei nostri paesi e città, dove non s’è ancora spenta l’eco degli antichi rosari.
Altri amici raccontano della processione di Matera con le statue della Madonna e dei santi portati a braccio dalle persone, vecchie e giovani, che hanno avuto quest'anno una grazia particolare.
Il mese di maggio, che inizia a ridosso della Pasqua, ridesta ancora tra le nostre strade crocchi di persone che pregano. E’ una sorpresa che si credeva svanita, e che si riaccende puntualmente, qui sul sagrato della Chiesa, lì davanti al capitello mariano, altrove sulla scalinata del condominio. Rosario significa semplicità di preghiera, percorrendo la strada di Maria che vive gli avvenimenti del Figlio Gesù, ricevendone per sé e per noi pienezza di umanità. E’ una preghiera così semplice, che anche i bambini la sgranano con la prima corona, e gli anziani la accompagnano con pacatezza; i giovani la riscoprono dopo la distrazione dell’adolescenza, e i preti indugiano davanti al miracolo della fede che si rinnova. La teologia parla di ‘sensus fidelium’, come dire il buon senso cristiano dei fedeli. Non è per nulla il ‘quarto stato’, cioè il livello inferiore del popolo di Dio, ma piuttosto la sua punta tenace. Una fede ‘popolare’ non perché crede di meno, ma perché si estende nel popolo e riempie di consolazione e letizia le circostanze della vita, senza artifici e raffinatezze: a somiglianza del pane moltiplicato e del buon vino delle nozze di Cana.