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Dove nasce speranza INDIVIDUI O PERSONE?

Diritti solitari e gioie comunitarie

“Abbiamo diritto… I nostri diritti…”. Anche quando viene espressa al plurale, la richiesta dei diritti si impianta al singolare: è un mio diritto, i diritti della mia persona. Non si tiene conto dei legami che ci costituiscono e dei rapporti che ci determinano, come al tempo in cui gruppi di donne gridavano in piazza: “Il corpo è mio e lo gestisco io”. Quando nel corpo di una donna germoglia la vita di un bambino, i ‘diritti’ di quella donna si legano con i diritti del bambino concepito. Una società che voglia essere umana dovrà sostenere la donna-madre affinché il suo bene diventi il bene del bambino che le cresce in grembo. La donna che si ritrova incapace di accogliere e nutrire il bambino dovrà essere sostenuta affinché il suo bambino veda la luce e continui a vivere.  I diritti individuali insorgono come esigenza di felicità in base a desideri, bisogni e difficoltà, o in base a voglie e capricci. In un matrimonio il diritto di un coniuge ad essere felice dovrà bene fare i conti con l’altro coniuge, con i figli e i loro diritti. Non puoi pensare e agire da solo, perché dalle tue scelte dipende il bene di altri, coniuge e figli; se te ne vai da solo o da sola, lasci sola o solo lei o lui; lasci soli i figli. Ogni diritto è una raggera in espansione che tocca la vita di altri. Non te ne puoi fregare.

Pare che ormai ciascuno possa disporre di se stesso o di se stessa indipendentemente dall’altro. Eppure tu esisti come relazione. Non ti sei fatto da solo, non sei cresciuto da solo. Non sei felice da solo. Non sei individuo, ma persona, relazione. Una persona che non cresce in solitudine. La società ci spinge ad essere individualisti, badando a noi stessi dalla punta dei piedi fino all’ultimo capello, immaginando una felicità solitaria: la coppia senza figli viaggia quanto e dove vuole, la donna senza marito avanza in carriera si dà allo sport senza il compito di allattare un figlio, accompagnarlo a scuola e andare a prenderlo.          Nel lavoro si cerca la piena parificazione tra uomo e donna, e ci si lamenta che le donne lavoratrici sono in numero minore degli uomini. E allora, perché non alleggerire il lavoro fuori casa della donna che lo chiede, sostenendola economicamente per tutto il tempo che decide di stare con i figli?

Non bastano i tanti amici sui social, e nessun amico reale. Un amico s’è chiuso in solitudine per anni, rifiutando ogni contatto; quando un problema di salute l’ha costretto ad abbattere i muri e a riaprire i rapporti, ha visto nuovamente sorgere il sole. Una solitudine è lieta e feconda se apre a un rapporto di empatia con le persone, con incontri e richieste che arrivano già programmate o impreviste. Gran privilegio è la condizione dei monaci e delle monache a cui è donato di vivere in solitudine nel contesto di una compagnia di abitazione, preghiera, cura. Un po’ così è quando in una comunità spunta la fraternità dove ci si accompagna nelle vicende normali della vita senza abbandonarsi nel tempo della crisi, della malattia, dell’ospedale.  Ciascuno trova se stesso nello specchio dell’altro, fino a specchiarsi nel volto di Dio. Siamo radici che si intrecciano nel terreno, alberi che si estendono all’aria, uccelli che volano a stormo. Siamo immagine di un Dio che si definisce comunione e amore ed è diventato compagnia agli uomini.

 

 

 

 

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