Fernando Pessoa è considerato tra i più grandi scrittori portoghesi, se non il più grande. La traiettoria della sua esistenza corre dal 1888 al 1935: quarantasette anni di vita e un baule di carte, appunti, ritagli, pensati per un ‘libro a venire’. Quello che ha pubblicato in vita è stato firmato con vari nomi – se ne contano settantacinque – che egli non considerava come pseudonimi, ma definiva eteronimi, nel senso che a questi nomi corrispondeva un diverso autore immaginario, con una particolare biografia con la quale di volta in volta Pessoa intendeva identificarsi.
Intravediamo qualche corrispondenza con il Pirandello di ‘Uno nessuno centomila’, e comunque con la pretesa di ultima generazione di costruirsi ciascuno una identità diversa, corrispondente allo stato d’animo della giornata o in linea con quanto gli altri pretendono da noi. Questo modello viene svolto in una raccolta sotto il titolo Libro dell’inquietudine, dove l’identità viene riferita a ‘Bernardo Soares, aiuto contabile della città di Lisbona’. Vi si trovano le espressioni più varie e contraddittorie. Le 42 pagine della prefazione di Corrado Bologna richiamano le parole di Pessoa: ‘La mia anima è un’orchestra occulta’, fatta di strumenti che ‘suonano e stridono’. Scrive Pessoa: “Dalla vita non voglio altro che stare a guardarla”. In realtà la guarda da tutte le parti, dall’alto in basso, da destra a sinistra, inseguendola come una inafferrabile pallina di mercurio, come ‘uno scriba che aspira a diventare pura scrittura delle cose’. Vi si trovano raccolti 445 scritti di varia lunghezza, che vanno dal 1913 al 1934. Nel frattempo, Pessoa scriveva e pubblicava opere tra le più varie, sotto il nome di autori diversi.
Il lettore si trova sballottato tra gli scritti più strambi e quelli più saggi, sempre in movimento sull’orlo dell’abisso dell’imprevisto. E tuttavia dalla nube dell’incertezza e dalla spuma delle onde che sbattono sulla scogliera della realtà, emergono pagine di straordinaria profondità, che suggeriscono paragoni con autori del passato e contemporanei, richiamando in particolare la ricerca di Sant’Agostino nelle Confessioni, un testo che costituisce lo strato da cui germoglia tanta letteratura dell’Occidente e tante moderne scoperte della psicologia e della psicanalisi. Volendo scegliere un testo tra i più significativi, che riflette il disagio e la domanda dell’uomo contemporaneo, possiamo riferirci al n. 77 databile al 1914, che inizia così: “Dove sta Dio, anche se non esiste?... Voglio provare il piacere di essere perdonato come di una carezza non propriamente materna. Un grembo su cui piangere, ma un grembo immenso, senza forma, ampio come una notte d’estate, e nonostante ciò vicino, caldo, femminile, accanto a un camino qualsiasi…”. In questo struggimento lo scrittore invoca: “Se un giorno Dio mi venisse a prendere e mi portasse a casa sua e mi desse calore e affetto… Certe volte ci penso e piango di felicità a pensare di poterlo pensare…” Brani di questo tipo, che si mescolano ad altri diffidenti e dissacranti, esprimono il bisogno e l’inquietudine dell’uomo moderno e contemporaneo, che non guarda più il cielo, non conosce più se stesso e rivolge tutte le sue domande alla scienza e alla natura, senza poter soffocare l’anelito che lo sospinge oltre e gli fa intravvedere il divino. E’ l’angoscia e la domanda che spingeva Leopardi a interrogare la luna, proteso verso l’infinito. Il travaglio del senso religioso, se viene soffocato arrotolandosi su se stesso, si apre alle domande che salgono dall’anima e risalgono la corrente dell’esistere fino a intercettare Colui che ci è venuto incontro.