Vai al contenuto

Dal Monastero di Vitorchiano

BASTA LA PRESENZA

Marmellate buonissime, liquori prelibati, vini raffinati. Una buona riserva per gli incontri con parenti e amici. Ne ho condiviso una ordinazione insieme con altre persone, e un negozio di qua ha provveduto una certa fornitura. Tutti prodotti del monastero di Vitorchiano, dove vivono 70-80 monache. Da qui negli ultimi decenni sono sciamate periodicamente decine e decine di monache per andare a costruire e ad abitare nuovi monasteri in altre parti d’Italia e del mondo, dall’Argentina alle Filippine, da Praga all’Africa e attualmente in Portogallo.
Che cosa fanno tutto il giorno queste donne in monastero, così fuori del mondo?
Pregano sette volte al giorno e lavorano altre sette ore, o forse un po’ meno. Una vita stabile, vissuta in silenzio e in compagnia nel lavoro dei campi, prima bonificati e sterrati e poi coltivati; nei laboratori e nella cura delle consorelle anziane e malate. Una vita che appare isolata ed immobile, e che si rivela invece fruttuosa come un albero ben piantato. Qui l’essere prevale sull’operare, perché i giorni che scorrono custodiscono un tesoro più grande delle opere realizzate.
Diventa un po’ il modello di ogni vita sana e santa, dove non è l’agitarsi che prevale, ma il senso delle cose e la loro giusta proporzione. In monastero la misura è dettata non appena da un saggio equilibrio, ma da una Presenza che attrae i cuori e gli ideali, e li riempie di bellezza. Valgono allo stesso modo la suora giovane e quella anziana, chi è sano e chi è malato, chi si dedica al lavoro dei campi e chi studia, chi disegna i magnifici bigliettini di auguri e chi confeziona le marmellate.
Accade di sperimentare qualcosa di simile anche in chi vive fuori del monastero, quando le forze e le abilità si afflosciano e l’intensità del lavoro diminuisce.                  E’ la condizione dei nonni e dei preti anziani. Conta la presenza. Pacata anche se non attiva. Tenace e non tumultuosa. Costante nel ritmo come il pendolo dell’orologio in salotto. Il nonno seduto sulla panchina a vedere il nipotino giocare in giardino; a raccontargli i fatti di una vita, o a insegnargli una canzoncina. Il prete a dire messa o a confessare, e a porgere qualche saluto qua e là. Niente di niente. Una presenza che rimanda oltre sé, oltre le energie diminuite, oltre le parole non pronunciate, oltre le azioni non eseguite. E’ la realtà del Sacramento, come il pane dell’Eucaristia che ‘si limita’ a lasciarsi portare e mostrare e mangiare. E diventa il sostegno della vita. Basta la presenza.