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 Crocifisso GiubileoGesù risorge ferito: mani e piedi e costato. Il crocifisso trecentesco che domina il presbiterio del Duomo di Chioggia nell’anno del Giubileo, risalta con un incarnato pulito da ogni macchia di sangue, mentre si intravvedono appena le ferite dei chiodi. Solo dal petto sgorga un getto di sangue che scende in una breve arcata. E’ facile notare, soprattutto nelle riproduzioni a stampa, che la figura tende al verde, come verde è lo sfondo sul quale è disegnata la croce. E’ il ‘legno verde’ di cui parla Gesù nel Vangelo della passione. E’ il verde degli alberi dai quali rinasce la vita in questa nuova primavera. Colui che risorge a Pasqua è il Crocifisso e porta impresse le sue vive ferite, che egli mostra agli apostoli e nelle quali introduce il dito di Tommaso. ...continua a leggere "IL CROCIFISSO è RISORTO"

Dopo il sepolcro, il vuoto assoluto, un silenzio assurdo, una paura abissale, una prostrazione indomabile. Il Sabato santo è un giorno nel quale non si può vivere. Gesù non c’è più davanti agli occhi. Le donne non l’hanno davanti nemmeno morto, nemmeno per piangerlo al sepolcro e lavarlo e accarezzarlo e bagnarne il corpo con lacrime calde e vive.

da "La Traversata" Ediz. Itaca 2015 p 55

Il Sabato Santo è il giorno dell'attesa, non davanti alla pietra del sepolcro.

"Il cuore attende con dei gesti, con la preghiera e la confessione, con un'opera di carità e con il lavoro, in famiglia e con gli amici"  (da un sms)

 

Il buio sembrava coprire come un telo nero ogni cosa in quella cella umida, inghiottendo tutto intorno, fino ad assorbire il mondo intero che palpitava fuori.

         “Pietro, non hai paura?”

         “La paura mi penetra fino alle midolla, come il freddo di questa cella.”

         “E cosa ti fa essere così in pace, se hai paura?”

         “Lo sguardo di quella volta che mi perdonò, quando lo tradii.”

         “Ma non fu Giuda a tradirlo?”

         “Oh, sì, fu Giuda certamente all’inizio della storia. Fu lui l’origine di tutto quello che seguì. Inevitabilmente eppure in piena libertà: lui iniziò tutto perché doveva essere così.”

         “Ma allora, di quale tradimento parli, Pietro?”

         “Del mio tradimento, che fu più grave e terribile, perché io Lo amavo.”

         “E come fu che lo tradisti?”

         “La mia memoria ha perso i tratti precisi di quel momento e ne rimangono solo alcune tracce sparse qua e là.”

         “Che cosa ricordi, allora?”

         “Ricordo quella gente che aveva preso Gesù e tutta la rabbia che generò in me il modo in cui lo trattarono. Poi qualcuno di loro mi riconobbe, anche se stavo ben in guardia. Volevo vederlo da lontano, seguirlo senza farmi prendere. Qualcuno, non ricordo se uomo o donna, mi chiese se ero uno di quelli che stavano con Lui. Avrei voluto rispondere «Sì, io sono uno dei suoi, uno di quelli che darebbe la vita per Lui! Io sono suo!» e, invece, risposi che non Lo conoscevo, che non sapevo nemmeno di chi stessero parlando.

Era come se il mio cuore mi fosse tolto dal corpo, come se di colpo fossi stato svuotato. In un attimo tutte le cose grandiose che Lui aveva fatto e che mi avevano fatto sussultare il cuore fossero svanite, rispondendo a quella domanda.”

         “Ti lasciarono andare?”

         “Sì, ma fu per poco, perché rimasi nei paraggi e qualcun altro mi riconobbe, rifacendomi quella domanda maledetta: «Ma tu non sei uno di quelli che lo seguivano?».

E ancora una volta fu come se il mio stesso essere si spezzasse in due: da una parte il cuore, che avrebbe urlato al mondo «Lo capite o no che io sono suo?»; dall’altra la mia mente, che diede la risposta vera, «Non lo conosco». Ebbi paura.”

         “Poi te ne andasti?”

         “No, volevo vederlo. Ero lì per quello. Sapevo che non avrei potuto fare niente per lui ma volevo vederlo, per capire dai suoi occhi se tutto quello che ci aveva promesso e tutto quello che avevamo visto stesse crollando sul serio, stesse svanendo come vapore al sole.”

         “Riuscisti a vederlo?”

         “Non subito, lo dovetti rinnegare una terza volta, prima di poterlo vedere. Fu la più terribile, perché avevo marchiate dentro di me le ferite delle prime due risposte date; tutto il loro peso gravava sul fondo del mio cuore come piombo. Ero sanguinante di dolore ma essi insistevano contro di me: la domanda risuonò lancinante per una terza volta, come la vibrazione di un terremoto, profonda e densa di tragedia. «Costui è uno di quelli, lo si capisce anche da come parla! Sei uno dei suoi?». Fu in quell’istante che urlai come se tutto il mondo dovesse sentirmi: «Non conosco quell’uomo!».

E invece lo conoscevo eccome, e Lui conosceva me più di me stesso. Lui lo sapeva, lui mi conosceva, lui scrutava ogni frammento di me con il suo sguardo e lo sapeva, sapeva tutto. Sapeva persino che in quel preciso istante si sarebbe sentito, lontano, lontano ma forte come un tuono dentro le mie orecchie, il canto mattutino di un gallo. Uno di quei suoni che ti fanno presentire che qualcosa di nuovo sta per iniziare, una bella giornata, l’avventura di un giorno di lavoro, incontri, gioie, cose belle e nuove. Invece quella volta era il sigillo del mio tradimento.”

         “Lui sapeva che tu lo avresti tradito, quindi?”

         “Sì, Lui me lo disse un giorno, ma io non ci feci caso. Diceva tante cose che suonavano strane ai miei orecchi. Non ci feci semplicemente caso, per niente. Ma me l’aveva detto.”

         “E poi che accadde? Se sei qui, in attesa di essere messo a morte nel suo nome, qualcosa deve essere successo ancora.”

         “Lui apparve pochi istanti dopo. Sbucò da un angolo oscuro del luogo in cui ci trovavamo, spinto dalle guardie. Non si poteva guardare da come l’avevano ridotto. Non era più lui. Se non per quello sguardo.”

         “Quale sguardo?”

         “Lo sguardo che mi rivolse, subito. Appena girato l’angolo, guardava già verso di me, come se sapesse che io ero lì, proprio lì, in quel posto esatto. Girato l’angolo, in quella maschera di sangue che era divenuta il suo volto, emergeva solo il suo sguardo su di me. Guardò me, capisci? Guardò me e basta. E non fu uno sguardo di delusione, non mi guardò come si guarda un figlio che non ha fatto le cose per bene come tu volevi. No. Non mi guardò come qualcuno che vuole ferirti perché tu hai ferito lui. Mi guardò amandomi. Non serve che ti spieghi: avrai ricevuto anche tu una volta lo sguardo di chi ti ama, inconfondibile. Uno sguardo che è una carezza. Da quel volto insanguinato, una carezza.

In quello sguardo c’era tutto di Lui e tutto di me insieme. C’era tutto quello che di Lui mi aveva colpito e tutto quel poco che ero io. C’erano la sua misericordia e la mia miseria, plasmate insieme. Tutto in quello sguardo, di perdono, ne sono sicuro.”

         “E tu?”

         “Lo portarono via in un secondo, e non lo vidi più, fino a quando non l’appesero a quella croce. Appena sparì dalla vista, sentii la burrasca del mio tradimento emergere impetuosa, finalmente consapevole e senza freni. Mi girai e me ne andai in fretta in un angolo buio e feci ciò che non avevo fatto mai: piansi. Piansi come mai mi era accaduto nella vita: io ero Simone, quello duro, quello che aveva sempre le risposte giuste, che non cedeva mai, che si buttava nelle cose, che sfidava il mondo per seguirlo. Ma piangevo perché, con quello sguardo, era come se tutto il mio tradimento fosse stato lavato via, come se non esistesse più. Non che non fosse successo, ma che anche se successo, non era l’ultima parola su di me. Ero sicuro che avrei tradito ancora, ma non finiva più tutto al mio tradimento. Quello sguardo mi diceva che non importava, che si sarebbe sistemato tutto, se solo avessi continuato a guardare Lui.”

         “E’ per questo, allora, che sei qui?”

         “Solo per questo sguardo che ha solcato la mia esistenza, riempiendola di un amore così grande che le parole non sono abbastanza per raccontarlo. Sono qui per questo, solo per questo. Ho vissuto la mia vita per questo, ho guardato te solo per questo.”

    Il rumore del chiavistello della cella fu un fragore insopportabile in quel silenzio oscuro. Il cigolio del cancello di ferro fu una sentenza di condanna.

         “Pietro, è ora. Andiamo”

         “Vengo”, disse senza esitazione, docile.

Dal corridoio illuminato malamente dalle torce delle guardie intravidi lo sguardo di quell’uomo che si voltava verso di me.

         “Solo per quello sguardo”, mi disse ancora una volta mentre lo portavano via.

 

 

 

 

 

Il silenzio e l’attesa….

Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste:

un inno di gloria saluti il trionfo del Signore risorto.

Gioisca la terra inondata da così grande splendore:

la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo.

Gioisca la madre Chiesa,splendente della gloria del suo Signore,

e questo tempio tutto risuoni per le acclamazioni del popolo in festa.

Veglia pasquale, Canto dell’Exultet

DAL SILENZIO ALL’EXULTET

Il Sabato Santo è il giorno del grande silenzio. Silenzio del Crocifisso Figlio di Dio, chiuso nel sepolcro e disceso agli inferi nel primo passo di vittoria. Silenzio di Maria la Madre, della Maddalena e delle altre donne che preparano gli unguenti per il corpo del Signore, e degli Apostoli atterriti di paura. Scendendo nel cuore della notte, il silenzio si accende del fuoco nuovo che illumina il Cero pasquale, e si apre nel canto dell'Exultet. La Veglia di Pasqua annuncia la nascita di un mondo nuovo a tutti coloro che attendono il Risorto.

Via Crucis 2016 -06 - CopiaIo non ce l’avrei fatta. Non avrei resistito se mi fosse capitato di stare sotto la croce di Gesù. Se avessi dovuto vedere Cristo catturato, imprigionato, percosso, crocifisso, morto. Capisco quelli che sono scappati, Pietro, Andrea, Tommaso. Scappati dalla loro stessa paura e dalla disperazione. Come resistere di fronte al Maestro percosso e crocifisso? Come resistere alla caduta delle proprie speranze? Il sole oscurato e il mondo diventato nero. Il cuore sprofondato nel baratro. Solo l’anima paziente e amorosa delle donne poteva resistere. Una donna accoglie il dolore del parto e può resistere al dolore dell’amore offeso e della perdita di un figlio.
Poi ci sono gli estranei. Quelli vogliono proprio vedere. I soldati, abituati a peggio, notano particolari inediti: la tenerezza dei pochi amici e la strenua tenuta di quell’uomo che non grida disperazione ma invoca Elia, sospira alla Madre e al discepolo e promette l’impossibile al ladrone crocifisso accanto. Il capitano resta scosso da quello strano modo di stare in croce, e da quel modo unico di morire: “Vedendolo morire così”, il centurione che aveva diretto il martirio di tanti uomini crocifissi grida: “Veramente quest’uomo era figlio di Dio”.
Dopo il sepolcro, il vuoto assoluto, un silenzio assurdo, una paura abissale, una prostrazione indomabile. Il Sabato santo è un giorno nel quale non si può vivere. Gesù non c’è più davanti agli occhi. Le donne non l’hanno davanti nemmeno morto, nemmeno per piangerlo al sepolcro e lavarlo e accarezzarlo e bagnarne il corpo con lacrime calde e vive.

da "La Traversata"   Ediz. Itaca 2015  pp 54-55

Via Crucis 2016 -05Vangelo di Giovanni 19,16-30

Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».
I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: «Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte». E i soldati fecero così.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

PASSIONE E MORTE

Dal racconto del Vangelo di Giovanni sulla Passione e Morte del Signore, che viene letto oggi interamente nella Liturgia della Croce, ecco il punto centrale: Gesù innalzato, Maria, le donne, Giovanni presso la sua croce, il compimento con la consegna dello spirito. E’ tutto. Veniamo convocati anche noi, nuovi discepoli; viene convocata tutta la Chiesa, tutta l’umanità. Perché tutta la nostra vita e l’intera storia viene raccolta sotto quella croce, per essere ricondotta al Padre, redenta dal sacrificio di amore e avviata alla risurrezione.

E' sorprendente come Gesù ci accompagna di giorno in giorno, in modo straordinario in questi giorni del Triduo pasquale.

Uno può cominciare la celebrazione - come questa sera all'Ultima Cena - un poco tirato: dopo un'improvvisa corsa al Pronto Soccorso per accompagnare una persona, dopo un caloroso saluto ad amici lontani apparsi improvvisamente, dopo l'indaffaramento con i chierichetti e con gli Apostoli (e Apostole) che c'erano o non c'erano. Magari s'accorge anche che in chiesa mancano questi e quelli e se ne rammarica.

Ma Gesù viene. La sua parola, i suoi gesti, il modo semplice di starci delle persone: con sotto gli occhi alcuni volti, e i 'dodici Apostoli'. E poi l'intensità della processione fino alla Cappella dell'Eucaristia per portare il Santissimo, e il silenzio che segue. Proprio come dice un sms arrivato in serata: "Grazie per stasera!!!! Davvero bello!!!!". E' così!.

Per ultimo, l'adorazione alle 21. E' bastato leggere le parole del Papa all'udienza di questo mercoledì e un poco l'omelia delle Palme. E quei 'soliti' canti che echeggiano Bach, e la coroncina della Misericordia ricordando la piccola Emma che ha bisogno delle nostre preghiere, come chiedeva la nonna stamattina dopo la Messa del Crisma.

Gesù ci fa proprio compagnia nella vita....

GIOVEDÌ SANTO, 27 MARZO 2016.

PRETI SI DIVENTA: DINAMICA VOCAZIONALE

crismale facciamo memoria e prediamo coscienza della sorgente del nostro ministero presbiterale nella Chiesa e della nostra comune missione in questa Chiesa di Chioggia. Il gesto di tenere le mani stese per la consacrazione del Crisma, manifesta la nostra comune partecipazione all’unica nostra missione. Il Crisma infatti sarà usato da voi nell’amministrare il Battesimo e dal vescovo nell’amministrare la Cresima. Battesimo e Cresima sono tappe dell’unico cammino che introduce il discepolo di Cristo alla condivisione piena della Cena del Signore. Chi è unto, consacrato, con quell’Olio Santo sul quale tutti insieme invocheremo lo Spirito Santo, sarà reso partecipe della dignità e missione di Cristo, Re Sacerdote e Profeta. Particolarmente noi, presbiteri e vescovo, con la terza e quarta unzione, siamo configurati a Cristo Pastore per il dono e l’azione del medesimo Spirito: “Lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione…”. Ogni volta che celebriamo questi sacramenti, quell’Olio Santo che portiamo nelle nostre Comunità e che conserviamo con dovuta cura, ravviviamo la coscienza della nostra appartenenza a questa comunità presbiterale ( vescovo e presbiteri) che insieme ha invocato lo Spirito su quest’Olio, segno sacramentale dello Spirito Santo che mediante l’unzione noi abbiamo ricevuto e che doniamo ai fratelli.
Questa celebrazione liturgica diventa quindi per noi presbiteri, occasione, come ci ricorda san Paolo, di “ravvivare il dono di Dio” (2Tim 1,6) che è in noi proprio mediante l’imposizione delle mani e l’unzione con l’Olio Santo. Con quell’imposizione delle mani e quell’unzione nell’ordinazione sacerdotale è stato avviato in noi un ‘processo’ sotto l’azione dello Spirito Santo. Ripensiamo per qualche istante e verifichiamo dove ci sta conducendo lo Spirito e la nostra docilità all’azione dello stesso Spirito.

Anche la vocazione presbiterale, come quella battesimale, prende forma e si va costruendo nelle diverse fasi della nostra vita personale e nelle concrete condizioni nelle quali ci troviamo a svolgere il nostro ministero e in ragione anche della nostra docilità allo Spirito Santo.

1. La scelta e la grazia degli inizi.
Leggiamo in Ger 15,16-17: “Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, perché il tuo nome è invocato su di me, Signore, Dio degli eserciti. Non mi sono seduto per divertirmi nelle compagnie di gente scherzosa…”.
Papa Francesco nel suo messaggio rivolto ai vescovi riuniti ad Assisi in assemblea straordinaria che aveva come tema “Preti si diventa”, cosi tracciava la figura di preti, che la gran parte di noi ha conosciuto e che in parte cerchiamo di imitare: “Li abbiamo visti spendere la vita tra la gente delle nostre parrocchie, educare i ragazzi, accompagnare le famiglie, visitare i malati a casa e all’ospedale, farsi carico dei poveri, nella consapevolezza che «separarsi per non sporcarsi con gli altri è la sporcizia più grande» (L. Tolstoi). Liberi dalle cose e da se stessi, rammentano a tutti che abbassarsi senza nulla trattenere è la via per quell’altezza che il vangelo chiama carità; e che la gioia più vera si gusta nella fraternità vissuta…Sì, è ancora tempo di presbiteri di questo spessore «ponti» per l’incontro tra Dio e il mondo, sentinelle capaci di lasciar intuire una ricchezza diversamente perduta”. Il papa poi aggiungeva: “Preti così non si improvvisano: li forgia il prezioso lavoro formativo del seminario e l’ordinazione li consacra per sempre uomini di Dio e servitori del popolo”.
Questa sua visione di presbitero attira l’attenzione sull’azione pastorale del prete oggi, caratterizzata dall’incontrare gli uomini nel concreto del loro vivere. Leggevo che in vista della prossima Assemblea dei vescovi di maggio, dove ancora si tornerà sulla formazione iniziale e permanente dei presbiteri, veniva proposto, oltre che la cura della vita interiore, anche ‘di passare dalla pastorale del campanile a quella del campanello’, cioè dall’attendere in chiesa all’uscire ad incontrare e invitare. Non fermiamoci a rammaricarci perché le chiese si svuotano ma usciamo a creare relazioni, a offrire messaggi di fede e di speranza attraverso la carità pastorale: forse allora tornano a riempirsi o almeno non si svuotano completamente le nostre chiese.

2. L’usura del tempo
Ger 15,18-20: “Tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti. Allora il Signore mi rispose: «Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi devono tornare a te, non tu a loro, e di fronte a questo popolo io ti renderò come un muro durissimo di bronzo; combatteranno contro di te, ma non potranno prevalere, perché io sarò con te per salvarti e per liberarti»”.
Diceva ancora in quel messaggio papa Francesco: “Ma può accadere che il tempo intiepidisca la generosa dedizione degli inizi e , allora, è vano cucire toppe nuove su un vecchio vestito: l’identità del presbitero, proprio perché viene dall’alto, esige da lui un cammino quotidiano di riappropriazione, a partire da ciò che ne ha fatto un ministro di Gesù Cristo… Quindi, la formazione in quanto discepolato accompagna tutta la vita del ministro ordinato e riguarda integralmente la sua persona e il suo ministero. La formazione iniziale e quella permanente sono due momenti di una sola realtà: il cammino del discepolo presbitero, innamorato del suo Signore e costantemente alla sua sequela”.
E il papa si spinge oltre: “Del resto, fratelli, voi sapete che non servono preti clericali, il cui comportamento rischia di allontanare la gente dal Signore, né preti funzionari che, mentre svolgono un ruolo, cercano lontano da lui la propria consolazione. Solo chi tiene fisso lo sguardo in ciò che è davvero essenziale può rinnovare il proprio sì al dono ricevuto e, nelle diverse stagioni della vita, non smettere di fare dono di sé; solo chi si lascia conformare al buon Pastore trova unità, pace, e forza nell’obbedienza del servizio; solo chi resta nell’orizzonte della fraternità presbiterale esce dalla contraffazione di una coscienza che si pretende epicentro di tutto, unica misura del proprio sentire e delle proprie azioni”.
Cari confratelli sacerdoti ci troviamo tutti a vivere l’esperienza dei nostri limiti personali: quelli fisici, come le nostre condizioni di salute che con l’età ci toccano e ci limitano come tutti gli altri; quelli ministeriali quando cioè sperimentiamo di non riuscire a rispondere a quanto la situazione ci sembra richiedere da noi; quelli psicologici, cioè quando tante volte ci scoraggia l’insuccesso o le richieste dei fedeli, diverse da quanto noi vorremmo offrire, immersi come siamo in una realtà che non riusciamo a cambiare, aggiungendo anche la sensazione di non essere compresi dai confratelli e dal vescovo; quelli spirituali dovuti al sentire afflosciarsi lo slancio apostolico, al non costante ricorso alla preghiera di fiducia, al non alimentare la nostra di vita di fede e sacramentale o al ripiegarci nell’isolamento.
Credo che abbiamo bisogno di rivolgere la nostra attenzione al nostro vivere da cristiani, da uomini fino in fondo, familiarizzarci con l’idea che anche noi dobbiamo vivere la fatica di continuare a crescere, riconoscendo che il dono ricevuto nel sacramento dell’ordinazione presbiterale, come tutti gli altri sacramenti, non ci esonera dalla fatica e dall’impegno di ‘diventare cristiani’ e di ‘diventare presbiteri’ superando pure l’idea che ‘fare il prete’ basti per ‘essere prete’. Corriamo anche noi il rischio di rimanere ‘preti bambini o adolescenti’, più rivolti verso noi stessi e i nostri gusti, senza diventare adulti, servitori della Parola e della salvezza dei fratelli tra i quali il Signore ci manda come pastori. Un grande aiuto umano e sacramentale ci viene dal coltivare per fede e non per umane simpatie o intese, il rapporto fraterno e sacramentale tra presbiteri e con il vescovo. A questo proposito il n°7 della Presbyterorum Ordinis conclude: “Nessun Presbitero è quindi in condizione di realizzare pienamente la propria missione se agisce da solo e per proprio conto, senza unire le proprie forze a quelle degli altri presbiteri, sotto la guida di coloro che governano la Chiesa”. E’ questo “unire le forze a quelle degli altri presbiteri” che dobbiamo sforzarci di coltivare come scelta qualificante per noi presbiteri di questa nostra Chiesa. Nel messaggio dei vescovi riuniti nell’Assemblea dedicata alla riflessione sulla vita e formazione dei presbiteri leggiamo questa affermazione: “Siamo infatti persuasi che il fattore determinante del rinnovamento della vita del clero è l’assunzione dell’appartenenza al presbiterio come determinazione essenziale della nostra identità sacerdotale”.
Auguriamoci e impegniamoci a sentire l’esercizio del nostro ministero presbiterale a partire dal senso del Sacramento dell’Ordine che ci destina totalmente a servizio del popolo di Dio. Mi auguro che troviamo la via di superare la visione giuridica che limita il nostro ministero al ruolo personale affidatoci, come parroco, vicario, o collaboratore, per sentirci insieme responsabili della nostra Chiesa locale, del territorio al quale siamo assegnati, aprendoci alla corresponsabilità tra ruoli, sia in parrocchia tra più presbiteri o sia tra più parrocchie, nelle unità pastorali e nei vicariato. Mentre abbiamo raggiunto l’equa rimunerazione degli emolumenti (almeno per quanto dipende dagli Ordinamenti e dal vescovo stesso), abbiamo ancora del cammino da fare per l’equa ripartizione del lavoro pastorale, cosicché le disposizioni giuridiche diventano spesso occasione di limitare il proprio servizio o di impedire ad altri di esercitarlo.

3. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un Regno, come il Padre mio l'ha preparato per me (Lc 22,28-29).
Noi dunque diventiamo preti nel tempo, imparando dalla Parola, dall’esperienza e dalla storia. La Dei Verbum, al n°2 ci insegna che Dio ha guidato e guida il suo popolo con eventi e parole (gestis verbisque). Gli eventi che Dio ha operato nel passato e che il popolo si è trovato a vivere, illuminati dalle parole dei profeti e degli apostoli, specialmente illuminati da Gesù e dalla sua Parola, sono diventati Parola scritta e Parola vivente nella Chiesa. Alla luce di quella Parola anche noi siamo chiamati a comprendere gli eventi che lo Spirito di Dio suscita in questo nostro tempo. Talvolta eventi e situazioni personali difficili che ci tocca di vivere, possono rimanerci oscuri o suscitare in noi il senso di scoramento, di chiusura, di fallimento e, perché no?, anche di crisi. Specie nell’età che avanza possiamo aggrapparci ai ruoli che ci competono, vivendo con fatica il distacco dai ruoli: può nascere in noi la fatica di distinguere ciò che finisce da ciò che invece permane nel ministero presbiterale. Non sarà questo il tempo in cui, più che dire agli altri il senso della fede e della vita, abbiamo l’opportunità di lasciare trasparire il senso della fede e della vita attraverso il nostro amore verso le persone che incontriamo o che abitano con noi e attraverso buone relazioni e attraverso i vari piccoli servizi che a noi sono possibili o che possono esserci richiesti? Non può diventare messaggio anche il rapporto con le cose: amore verso la Chiesa cui apparteniamo e in cui siamo vissuti e stiamo vivendo, carità disinteressata e compassionevole, distacco evangelico e riconoscenza verso le istituzioni e le persone che ora si prendono cura di noi?
La dimensione più difficile da maturare e coltivare è la dimensione ‘ultimale’ del nostro ministero. E’ la comunione con il Padre che Gesù ha coltivato e vissuto sia come desiderio di rapporto sempre più intenso di incontro con Lui, sia come ricerca e adesione alla sua volontà. Anzi, l’obbedienza era finalizzata alla comunione. Egli coltivava e alimentava il desiderio dell’incontro nella preghiera, nei pensieri semplici ma costanti incentrati sull’amore del Padre, percepito come fedeltà e tenerezza (misericordia), e sulla donazione ai fratelli. Questa sua duplice tensione possiamo leggerla nell’espressione giovannea: “Per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità”. Mi chiedo cosa possa significare per noi questa espressione con la quale Gesù esprime il suo modo di vivere la missione affidatagli dal Padre, missione che Egli ora affida agli apostoli. Come Lui ha consacrato se stesso a alla per la quale è stato inviato dal Padre, così Egli invia li apostoli, perché siano ‘consacrati nella verità’, cioè dediti a testimoniare in e con tutta la loro vita la loro fede in Lui e in Dio Padre con la forza e per l’azione dello Spirito Santo. Gesù santificò se stesso nel corso della sua vita, rivelando il Padre agli uomini. E’ questa la grande Verità alla quale Gesù ha dedicato tutto se stesso. Ora chiede al Padre che i suoi discepoli entrino nello stesso processo di santificazione manifestando e facciamo conoscere Gesù ed il Padre ad altri uomini. Santificarsi è rendere la nostra umanità trasparenza del Padre e del suo amore per l’uomo, secondo l’impegno affidatoci nel Giubileo del Misericordia: “Misericordiosi come il Padre”. Papa Leone Magno diceva: "Gesù fu tanto umano, ma tanto umano, come solo Dio può essere umano".
Il nostro perseverare con lui ‘nelle prove’, consiste nel non venir meno alla nostra missione di santificazione nostra e dei fratelli quando viviamo l’esperienza della nostra umanità che si spoglia del vigore e talvolta anche di tante certezze, che non si sente più al centro di tante attenzioni, che non esercita più l’autorità, che perde la possibilità di autonomia: è la condizione nella quale ‘diventiamo preti’ partecipando alla sua lotta al Getsemani e sulla Croce. Ma quello è anche il momento nel quale, oltre a celebrare l’eucaristia, diventiamo Eucaristia, diventiamo sacrificio e offerta, non più di cose o azioni, ma di noi stessi, e più consapevolmente siamo chiamati ad aprirci all’attesa del ‘Regno’, sentendo sempre più vere e vicine per noi le parole che tutti i giorni annunciamo agli altri nella messa: “Beati gli invitati alla Cena del Signore”. Cena eucaristica che è pegno e anticipo di quel Regno che il Padre ha preparato per Gesù e i suoi discepoli. Allora la fede diventa davvero desiderio di incontro con Lui e il nostro divenire preti diventa essere preti. Auguro a tutti che in ogni fase e in ogni situazione della nostra vita di presbiteri, davvero continuiamo a ‘diventare preti’, lasciandoci condurre docilmente dallo Spirito, seguendo l’Agnello, dovunque egli vada. Cari fratelli laici e sorelle religiose, invito anche voi a camminare con noi tutti insieme Cristo incontro a Padre.
Buona Pasqua.

Questa mattina del Giovedì Santo:

Il vescovo e tutti questi preti per far fiorire la Chiesa dalla persona di Cristo, rivolto al Padre mentre vive tra gli uomini e comunica se stesso. Così in Cattedrale a Chioggia - come nelle mille e più Cattedrali della Chiesa Cattolica - i sacerdoti riprendono a vivere e nuovamente 'diventano sacerdoti'.

Domandiamo una preghiera a tutti i fedeli cristiani per tutti i sacerdoti

Vorrei affidare anche una bambina piccola di nome Emma, la cui vita è in pericolo.

GRAZIE!!!

 

 

Giovedì Santo

Viene l’ora della Cena Pasquale: nel segno del pane e del vino Gesù si consegna per gli amici più stretti e per i molti. Siamo convocati a celebrare l’antica Pasqua di Israele rinnovata in Gesù. Si realizza in due gesti: l’offerta del corpo e del sangue nel segno del pane e del vino, e l’azione del servo che lava i piedi. Cristo si paragona all’agnello offerto in sacrificio. Uno stile che potrebbe diventare il tracciato di vita della nostra società, dalla vita familiare a quella pubblica e persino politica. ...continua a leggere "Giovedì Santo: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi…”:"