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Carissimi amici,

vi riferisco la testimonianza degli amici di Pellestrina.                                                      Quest'anno non possono fare la Colletta Alimentare in isola per le difficoltà delle famiglie e perché il Supermercato non è a pieno regime dopo l'acqua alta.                Allora i volontari di Pellestrina andranno a fare la Colletta al Lido.
È un bel segno per tutti noi, per partecipare oggi, come possiamo, alla Colletta Alimentare.

Ciao!                                                                                                                                          Grazie a chi vorrà comunicare la sua testimonianza: angelobusetto@alice.it

PELLESTRINA:
COSE PERDUTE, VOLTI SALVATI

Oggi – giovedì 13 novembre - ho passato l’intero pomeriggio a Pellestrina. Due giorni fa qui c’è stato il finimondo. Insieme con il vescovo di Chioggia, Adriano Tessarollo, il parroco dell’isola e tre altri sacerdoti, camminiamo per la via interna che percorre l’isola tutta intera, lì dove si apre la fila delle case che guardano la laguna: dalla chiesa di Ognissanti, la principale, alla chiesa di sant’Antonio, passando per il santuario della Madonna dell’Apparizione e il ‘capitello’ nei pressi della Remiera.
Casa dopo casa, tratto di strada dopo tratto di strada, la gente è qui, dentro casa, sull’uscio o sul selciato, uomini e donne, giovani: puliscono, lavano, scelgono, trascinano oggetti – frigoriferi, poltrone, divani, sedie, intrecci di materiale vario – li depositano sulle piazzolle o li addossano al muretto che percorre la laguna. Molte persone riconoscono il vescovo e i preti che sono nati qui. Strette di mano, qualche parola, uno sguardo, un sorriso. I volti sembrano fatti a strati, dicono la paura, l’energia, la speranza; affiorano rossore, rabbia, voglia di ricominciare; qualche volto lavato di pianto. Ieri a quest’ora le case erano tutte ancora sott’acqua, acqua salata che per lunghissime sedici-diciotto ore ha imbibito cucine e poltrone, mobili e tavoli di lavoro. Le pompe che dovevano ributtare l’acqua in laguna non hanno funzionato e vediamo ancora all’opera i pompieri, venuti da Vicenza e Padova; mentre liberano pozzetti intasati, sperimentano essi stessi la solidarietà della gente di questa striscia di terra tra mare e laguna, accolti come fratelli a cui offrire un pasto caldo e un caffè anche in situazione di emergenza. Come il 4 novembre del 1966? ...continua a leggere "La visita del Vescovo a Pellestrina"

 I VOLTI E GLI SGUARDI

“Ho visto i mosaici di Monreale nella mostra spiegata da Samuele: bellissimi!”, racconta l’amico al gruppetto che incrocia nei giri della Fiera di Rimini. “E noi abbiamo visto quella meraviglia dell’Ospedale degli Innocenti presentato da Mariella Carlotti”, replicano quelli. Due altri hanno partecipato a un incontro sulla funzionalità del cervello, scoprendone le relazioni al suo interno e in rapporto a tutto il corpo umano. Vedremo insieme la mostra sull’incontro tra San Francesco e il sultano.
Il Meeting si dipana per i padiglioni in un intreccio di voci, di immagini e di sguardi. Ogni giorno ne percorri un frammento e l’indomani scopri nel ‘Quotidiano Meeting’ e in altri giornali quante ti sono sfuggite o avevi appena intravvisto: l’esperienza di Rose Busingye che attraverso l’associazione Avsi ha creato in Uganda una scuola modello per la formazione di giovani che formano il nuovo volto dell’Africa; gli incontri tra medici, farmacisti, imprenditori, ricercatori; la presentazione di libri con i rispettivi autori, come Daniele Mencarelli e Marina Corradi, o con gli studiosi di Flannery O’Connor e Elena Bono; le proposte artistiche, con le foto di Tony Vaccaro e le performance di pittori in presa diretta e via di seguito.
“Il tuo nome nacque da ciò che fissavi”: è il titolo del Meeting. Il nome, il volto, il cuore della Veronica, nacque dal volto di Cristo che la donna fissò e asciugò sulla via del Calvario. La realtà dei volti, l’evidenza delle cose, l’accadere dei fatti non sono treni in corsa che ti corrono davanti senza lasciare traccia, ma stendono pennellate di colore e depongono tracce di vita in chi guarda, ascolta, incontra. Al Meeting percorri le vie di un mondo grande, penetri nel senso dell’esistenza di persone che hanno intensamente vissuto, come il giapponese Paolo Nagai vittima della bomba di Nagasaki e protagonista di una rinascita cristiana in Giappone, o la giovane Hetty Hillesum che continua a parlare dalle lettere e dal diario al di là della sua offerta sacrificale nel lager.
Il nostro cuore è il campo descritto dalla parabola del buon grano e della zizzania, presentata in varie tornate dai seminaristi e sacerdoti della Fraternità San Carlo. La semente, buona o cattiva, fa maturare il campo del cuore nel bene o nel male. Che cosa crescerà nel cuore dei bambini che nello ‘spazio ragazzi’ vedono rappresentare il Vangelo da quattro splendide ragazze che impersonano la Veronica, la Samaritana, la Maddalena, Elisabetta? Quale fascino di Cristo comincerà a brillare nella loro mente e a fiorire nel loro desiderio?
Il Meeting è uno scambio di sguardi, di incontri tra persone che vivono e operano, un concentrato di umanità che raccoglie un mondo in costruzione. Nell’incontro con l’altro, con gli altri, nasce il nostro nome e ciascuno ritrova se stesso. Perché la semente gettata nel campo della vita cresca come grano e diventi buon pane per tutti.

 

Il pretesto è un articolo di giornale che riprende l’ipotesi delle tre donne concentrate in un’unica Maddalena: l’adultera salvata dal linciaggio, la donna che profuma i piedi a Gesù e li asciuga con i suoi capelli, la Maria di Magdala sotto la croce e al sepolcro. L’occasione è un incontro tra amiche, proprio nella festa di Maria Maddalena. Non le convince l’ipotesi di cui sopra: “Tutti scrivono sempre le stesse cose sulla Maddalena. Pare che l'unico problema sia scoprire se la Maria dei tre episodi era sempre lei. Che cosa mi colpisce di più della Maddalena? Non la resurrezione o che Cristo l'abbia liberata dai demoni, ma che è rimasta sotto la croce.” Così dice la prima intervenuta. E prosegue: “Gesù, non credo avrebbe resistito se non avesse avuto sua Madre e quei pochi amici lì sotto. Si sentiva abbandonato anche dal Padre, invece loro fisicamente erano lì sotto e Lui li vedeva. Gesù ha dato la vita avendo davanti quei volti e così ha potuto donare la vita per tutti.” Rèplica un’amica: “Deve essere stato tremendo stare sotto la croce, eppure la Maddalena non poteva staccarsi da Cristo neanche in quel momento in cui poteva benissimo tirarsi fuori come gli apostoli.”

Interviene una terza: “Credo che potesse annunciare la resurrezione solo chi aveva visto morire Cristo con i propri occhi. Certo Gesù poteva dare quel compito a Giovanni, ma una donna ha un cuore diverso. Comunque Giovanni è stato il primo ad arrivare al sepolcro anche se ha aspettato Pietro. Era tutto teso a Cristo anche Giovanni.” Una interlocutrice ricorda di aver letto in un libro scritto da una donna che solo le donne sanno prendersi cura del corpo, perché custodiscono un corpo per nove mesi nel grembo; aggiunge: “Ecco, per questo io credo che Maddalena si sia presa molto cura di Cristo anche nel momento della deposizione e della sepoltura e dopo è andata al sepolcro con gli unguenti. Ma si può avere cura di Cristo, di Dio? Può sembrare assurdo, perché è Dio che si prende cura di noi. Eppure credo che il compito di ogni donna e mamma sia di avere cura di Dio, avere a cuore Dio!”
Si finisce con leggere insieme il brano del Vangelo sulla resurrezione annunciata dalla Maddalena. Con commozione. “Come lei quel giorno, quante volte abbiamo cercato in lacrime il Signore domandando dov'era, e quante volte Lui si è fatto riconoscere. Quante volte credevo di aver perso il mio Signore, che mi avesse abbandonata e invece poi m’ha chiamata per nome. Quante volte ho raccontato agli amici di aver incontrato Cristo e poi l’hanno visto anche loro e l’hanno testimoniato a me. Quante volte ancora potremo dire "Rabbuni! Maestro caro!" come la Maddalena.”

LE BELLE NOTIZIE

Un fatto in controtendenza rispetto al calo di tiratura della maggior parte di giornali e riviste in Italia: un quotidiano è in crescita. Lo nota il presidente della Federazione della stampa nazionale al Festival della Comunicazione in corso a Chioggia. Nei flussi di lamentele, denunce e corruzioni, delitti e scandali, fake news e indagini senza fine, proteste gridate e piazze arrabbiate, in estensione come un mare di plastica, la navicella che viaggia a rovescio imbarca nuovi passeggeri.

Avvenire, il quotidiano citato, non è un fenomeno isolato. Si fanno leggere e apprezzare anche riviste e pubblicazioni che non marciano nell’orrido e nel torbido, non indugiano nella denuncia e nella protesta, ma vanno a scovare il germoglio di vita che spunta in ambiente politico, nell’impresa sanitaria, nel quartiere considerato depravato, nella chiesa indebolita. Quanto più intenso ed esteso è il buio, tanto più si nota anche un piccolo barlume. Ma non si tratta solo di fiammelle. Lo rileva il Presidente della Repubblica in un’intervista tutta da leggere di Andrea Tornielli e Andrea Monda. Il suo incarico gli offre una postazione privilegiata per osservare e incontrare. In giro per l’Italia o nella sede del Quirinale, il Presidente Mattarella si imbatte in un numero senza fine di persone, comunità e gruppi ingegnosi, industriosi, propositivi. Quando viaggia all’estero, riscontra una stima e un’ammirazione per l’Italia, ben superiore a quella che gli italiani stessi sanno manifestare.

Di fatto, basta guardarsi attorno nel piccolo cerchio della vita quotidiana. Passi all’ospedale e vedi la bancherella di beneficenza predisposta da mani e cuori volonterosi, entri in chiesa e vedi alcune persone sistemare i fiori, vai in strada e s’apre il saluto a destra e a sinistra. Ricevi facilmente un passaggio in macchina, un favore estemporaneo, un turno di pazienza; incroci nuove iniziative di lavoro e di carità che superano la crisi.

Un tempo si diceva che la notizia cattiva schiaccia quella buona e fa vendere. Forse iniziamo a stufarci e cambiamo canale, e ci accorgiamo che anche in tv, nei programmi più imprevedibili, spuntano striscioni di fatti positivi. Le buone notizie sono anche belle, come annuncia il titolo del Festival della comunicazione. In questo tempo di Pasqua, siamo richiamati a guardare gli apostoli dopo la risurrezione, a riconoscerci come creature fatte nuove nel Battesimo, a crescere con il pane dell’Eucaristia nella famiglia della Chiesa nella quale abitiamo. Uomini nuovi anche quando nessuno ci conosce o ci riconosce, quando siamo perseguitati, quando semplicemente viviamo, amiamo, incontriamo, preghiamo, mangiamo, riposiamo, lavoriamo, accogliamo. L’iniziativa di Dio ci sorprende come un agguato, e il mondo nuovo dei figli della risurrezione sfida ogni giorno il nostro limite e la miseria che ci circonda.

 

IL ROSARIO DELLA VITA
Sono appena tornati dal Messico, dove il figlio lavora. Sul sagrato della Chiesa raccontano la meraviglia dell’incontro con un popolo fiero e religioso, orgoglioso delle proprie tradizioni e profondamente pio. “Abbiamo visto cattedrali e chiese gremite, le celebrazioni della settimana santa animate e partecipate da tanta gente, compresi i numerosissimi bimbi ben seguiti dai genitori, educati e rispettosi del luogo sacro”. Nella campagna, al tramonto, tra case fatiscenti, quasi ad ogni incrocio, capannelli di gente di tutte le età pregano la Madonna davanti ad altarini pieni di fiori. Anche nei taxi e negli autobus occhieggiano immagini sacre. “Abbiamo partecipato ad una grandiosa celebrazione pasquale nella basilica di Guadalupe: era evidente la fede del popolo. Ma quello che ci ha più stupito è stato un altarino dedicato a Maria in una casa poverissima: fiori freschi - difficilissimi da trovare in un luogo così arido - un cero acceso tutto il giorno e un'immagine grandissima della Vergine. La figlia ci confidava che quella, per sua madre, era la prima occupazione della mattina: offrire alla Madonna la sua famiglia segnata dalla sofferenza.”
La coppia di amici racconta con occhi brillanti e cuore rianimato. Lo sguardo si allarga sulle strade dei nostri paesi e città, dove non s’è ancora spenta l’eco degli antichi rosari.
Altri amici raccontano della processione di Matera con le statue della Madonna e dei santi portati a braccio dalle persone, vecchie e giovani, che hanno avuto quest'anno una grazia particolare.
Il mese di maggio, che inizia a ridosso della Pasqua, ridesta ancora tra le nostre strade crocchi di persone che pregano. E’ una sorpresa che si credeva svanita, e che si riaccende puntualmente, qui sul sagrato della Chiesa, lì davanti al capitello mariano, altrove sulla scalinata del condominio. Rosario significa semplicità di preghiera, percorrendo la strada di Maria che vive gli avvenimenti del Figlio Gesù, ricevendone per sé e per noi pienezza di umanità. E’ una preghiera così semplice, che anche i bambini la sgranano con la prima corona, e gli anziani la accompagnano con pacatezza; i giovani la riscoprono dopo la distrazione dell’adolescenza, e i preti indugiano davanti al miracolo della fede che si rinnova. La teologia parla di ‘sensus fidelium’, come dire il buon senso cristiano dei fedeli. Non è per nulla il ‘quarto stato’, cioè il livello inferiore del popolo di Dio, ma piuttosto la sua punta tenace. Una fede ‘popolare’ non perché crede di meno, ma perché si estende nel popolo e riempie di consolazione e letizia le circostanze della vita, senza artifici e raffinatezze: a somiglianza del pane moltiplicato e del buon vino delle nozze di Cana.

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DOPO GLI AUGURI di PASQUA

Quante strade percorrono gli auguri di Pasqua? La più breve conduce dall'altare a un lieto e rapido abbraccio con i fedeli giù dei gradini al termine della Veglia Pasquale. Le strade più intrigate e fantasiose percorrono tutte le fibre dei social. Solo qualche raro biglietto spunta nella mazzetta di giornali e riviste che il postino consegna qualche giorno prima di Pasqua. Occhieggiano sorridenti e malinconici alcuni messaggi che quasi si confondono con la pubblicità pasquale, luminosi di belle promesse fatte di pulcini, colombe, cioccolata, fiorellini e fantasie esotiche. La Pasqua si trasforma in una buona tazzina di caffè o nella sorpresa dell'uovo di cioccolato: tutto bello, simpatico e ...vuoto. Pare sia fuori moda e fuori contesto il riferimento a Gesù risorto e all'avvenimento della Pasqua cristiana: ben se ne guarda anche qualche fedele cristiano e non solo.

Ma la Pasqua di Gesù c’è! Dagli auguri di tutte le specie spunta bellissimo il quadro del Cristo che sorge imponente dal sepolcro in Piero della Francesca; si protendono con levità le mani della Maddalena verso Gesù nel dipinto di Giotto; si slanciano con desiderio le mani di un drappello di discepoli verso il braccio del Signore, scovate in una chiesa di Laggio di Cadore e riprodotte nel volantone degli auguri di Comunione e Liberazione. La Pasqua cristiana esce di Chiesa, percorre le strade della vita e illumina le pareti di casa. Cristo risorto è il punto da cui tutto ricomincia. Con Gesù anche i discepoli e le discepole risorgono dalla paura e dall'incertezza, e si mettono in cammino per le strade del mondo: "Andate e annunciate". Lo richiama uno scrittore francese che non si rassegnava al suo ateismo: Cristo, "almeno lui, ci è permesso ammirarlo e amarlo senza farci troppe domande sulla sua realtà. Se qualcuno ha lasciato una traccia sfolgorante nella mente e nel cuore degli uomini, è proprio Gesù Cristo" (D'Ormesson, Avvenire 21.4.2019). Gesù Cristo è venuto a toccare la nostra vita, a condividere la passione dei suoi fratelli nuovamente percossi e dilaniati dagli attentati proprio nel giorno della sua Pasqua, lanciati nella carità e commossi di misericordia ogni giorno della vita, feriti dai peccati e sanati dalla sua croce, risuscitati nella speranza e viventi per Dio e per i fratelli. Come sarebbe possibile vivere, sperare, generare figli e tirarli su con fiducia, se Cristo non ci prendesse per mano ogni mattina e non si accompagnasse con noi come con i discepoli che tonavano ad Emmaus delusi? Il suo volto brilla negli amici che credono, nei poveri che sperano, nei cristiani che patiscono persecuzione, nei fratelli e sorelle che gli donano la vita.

 

I PASSI DI GERUSALEMME

Nella Gerusalemme antica i passi risuonano su strade di pietra bianca, su e giù per gradinate quasi di città medioevale, nel cuore del quartiere che vive attorno al Santo Sepolcro. Appena arrivati, in un piccolo ‘ristorante’ ci procuriamo un ‘pranzo’ con una sorta di panino-piadina arrotolato, rimpinzato di carne e verdure.

Subito alla Basilica del Santo Sepolcro, gli amici entrano di filato, come Pietro e Giovanni al sepolcro, mentre io indugio nella piazzetta antistante. Appena dopo la soglia, ecco il lastrone di marmo sul quale è stato deposto il corpo morto del Signore; una prostrazione come tutti i pellegrini, e il capo posato sul marmo. Gli antichi pellegrini arrivavano portando la Croce fino al calvario: per questo venivano detti ‘crociati’; incidevano piccole croci sui muri di pietra marmorea, ben visibili nella cappella degli Armeni.

La processione dei frati, con i salmi e i canti gregoriani, percorre il cerchio interno della Basilica e supera gli alti gradini della scala che conduce al Calvario. Quanto è profondo il buco della Croce? Arriva a raggiungere il cranio di Adamo, congiungendo colpa e redenzione, il Primo Uomo e il Nuovo Adamo. Il percorso della inesauribile folla di pellegrini e le soste per arrivare al Sepolcro ricordano la camminata silenziosa delle donne il mattino di Pasqua e la corsa di Giovanni e Pietro. Anche noi troviamo il sepolcro vuoto, e ricordiamo il lenzuolo che avvolse Gesù morto e la veletta che ne copriva il volto, ben posizionati nella dimensione del corpo assente, e che ormai riscontriamo nella Sindone di Torino e nel velo di Manoppello.

Dalla tomba della risurrezione fino alla cappella dell’Eucaristia, gli occhi si concentrano sull’Ostia consacrata, a contemplare Cristo che vive. A lato dell’altare, un bassorilievo raffigura Gesù che si presenta alla Madre: ‘Virginis oculi pleni facti sunt Filii visu et ipsa vultum eius intuita est divinum. Gli occhi della Vergine si sono riempiti della visione del Figlio, ed ella ha scorto il suo volto divino.’

Ettore, l’amico accompagnatore, da ventun anni familiare di Gesù in Terrasanta a servizio dei cristiani e di tutti, ci conduce a guardare e a scoprire gli avvenimenti che si svolgono sotto gli occhi della nostra piccola compagnia, e ce ne rende partecipi come i primi discepoli. Arriviamo al Getsemani. Prima di tutto, la grotta dove Gesù si intratteneva con gli amici, un luogo di ritiro, nascosto, a un tiro di sasso dall'orto degli Ulivi, dove la chiesa semibuia custodisce il sasso della prostrazione e della preghiera di Gesù.

Nella visita alle chiese spesso grandissime e fortificate nei luoghi identificati dalla tradizione, quelle rimaste o quelle distrutte dal tempo o dagli oppositori, ci rendiamo conto dell’immenso lavoro dei crociati, che ha realmente salvaguardato in qualche misura gli spazi percorsi da Gesù e i luoghi degli avvenimenti accaduti. Pezzo dopo pezzo, come lettere di un alfabeto di pietra, i muri, le pietre, le strade definiscono i contorni del racconto evangelico. Il Vangelo, prima di essere raccontato e scritto, è un fatto che accade. In questo sito o cento metri discosto, in questa casa o in una simile, tutto è avvenuto. Come i primi, anche noi attratti da quell’Uomo che ci chiama amici e familiari e apre la scena del mondo.

Visitiamo a Gerusalemme il museo che conserva gli oggetti della vita quotidiana del tempo di Gesù, accompagnati da Padre Alliata, il più illustre francescano archeologo; verifichiamo la piscina dai cinque portici indicata nel Vangelo di Giovanni, i luoghi della condanna, la casa di Caifa. Scopriamo il decumano, la via che attraversava la città; i ruderi di alcune colonne si proiettano su un dipinto che riproduce la lunga strada con una folla vivace; a metà del secondo secolo, sicuramente qualcuno dei personaggi raffigurati è cristiano, prima ondata della fede in Cristo, giunta a lambire le nostre sponde.

In una puntata a Nazaret, ci fissiamo sul luogo del sì di Maria, e percorriamo l’abitazione che ha visto il dramma di Giuseppe, piegato alla missione consegnatagli da Dio. A Cafarnao misuriamo i contorni di una casa simile a quella del paralitico trasportato sul tetto dai quattro amici attraverso la scala esterna, e fatto calare dal foro praticato sulla sottile tettoia che difendeva dal sole il cortile interno; Gesù lo libera dapprima dal male di vivere e poi lo fa camminare. Sulla riva del lago di Tiberiade il dialogo di Cristo con Pietro dopo la risurrezione provoca un sobbalzo al cuore. Riviviamo nella nostra storia personale gli avvenimenti accaduti davanti agli occhi dei primi testimoni, contraddistinti da chiese immense o sprofondate, e ripercorsi nei cammini millenari dei pellegrini. Cristo raduna ancora oggi la compagnia dei discepoli che lo riconoscono, e crea uno spazio di Terrasanta nel piccolo luogo della nostra vita e ovunque nel mondo.

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Fraternità di Terrasanta

Insieme con la compagnia di Ettore, l’amico italiano presente in Terrasanta da oltre vent’anni che ci rende partecipi dei fatti del Vangelo al modo dei primi discepoli, la novità di questo pellegrinaggio è l’incontro e la scoperta delle persone. Al nostro gruppetto sono aggregati due giovani di Chioggia e alcuni uomini di San Benedetto del Tronto e della Calabria. Visitano con noi i luoghi santi ma – secondo una sequenza che da un certo tempo coinvolge alcuni gruppi di amici italiani - spendono le mattinate lavorando alla ristrutturazione di case che diventeranno luoghi di accoglienza dei pellegrini. Lo sperimentiamo noi stessi come ospiti in una casa di cristiani che nel tempo si è svuotata per l’emigrazione; la famiglia rimasta riceve speranza e sussistenza dall’accoglienza dei pellegrini nelle stanze riadattate, a due passi dalla Basilica di Betlemme. Nell’ospedale pediatrico della città gli amici ci conducono a incontrare Suor Lucia, originaria di Vicenza, che racconta e mostra le vicende dei bambini accompagnati nella malattia insieme con mamme e papà, alcuni fino all'affronto della morte. Vi lavora una donna di Betlemme, mamma di tre figli, che recentemente è venuta a Chioggia invitata dal Comune, a presentare insieme con altre persone della Palestina un progetto di collaborazione che coinvolge alcuni Comuni d’Italia. Ci porta a pranzo nella sua casa, con il marito che incontriamo al lavoro presso il Ministero del turismo e dell’archeologia. Saremo ospiti anche da una sua amica che collabora con il marito medico in un ospedale specializzato. Il cerchio si allarga fino all’Associazione Pro Terra Santa che apre all’Italia e al mondo; il Patriarcato di Gerusalemme ne ha affidato la promozione pubblicitaria a due giovani italiane che ci rendono partecipi del loro lavoro. Vincenzo, un siciliano sposato con una donna di Betlemme, tiene le fila del laborioso intreccio delle attività che sostengono la presenza dei cristiani a Betlemme, ridotti dal 90 per cento che erano all’inizio del novecento, a meno del dieci per cento ai nostri giorni. Chi rimane, contribuisce a mantenere il tratto cristiano dei luoghi santi, dove sovrabbondano – a seconda dei luoghi – musulmani o israeliani. La presenza dei cristiani è un aiuto e un conforto per i pellegrini e per i Francescani che da secoli abitano e custodiscono i luoghi santi della Palestina. Si collabora a sostituire sui tetti delle case le cisterne d’acqua ormai arrugginite, con altre di plastica; si organizzano corsi di ristorazione e di sartoria. Le pietre, le case, i muri, le chiese, riprendono vita nel volto e nel cuore delle persone che tornano a incontrarsi, a pregare, a riscoprire la fede come esperienza che rinnova la vita, pur dentro le restrizioni e i limiti imposti da una situazione storica e politica estremamente complessa.

Nel nuovo volto del pellegrinaggio in Terrasanta, Gesù non è un sepolcro vuoto, una parete diroccata, un bel monumento, una chiesa suggestiva o un panorama famoso. Diventiamo amici con uomini e donne trascinati - ciascuno con la sua vicenda personale - dal desiderio di seguire Gesù come è accaduto ai primi. Nel gruppo di pellegrini che percorrono rumorosi e attenti le vie di Gerusalemme, di Betlemme, di Nazareth, o la riva del lago di Tiberiade, il legame con la Terrasanta non si ferma al ricordo vivissimo e nostalgico dei luoghi visitati, ma continua nella quotidianità dei giorni toccati dalla grazia di Cristo con l’eco delle parole udite e vissute: “La nostra libertà è l’amicizia”.