Mentre celebro l’Eucaristia nella piccola parrocchia, il bambino è là, in prima fila accanto alla mamma che tenta di arginare in qualche modo i suoi movimenti. A fine messa, viene spontaneo avvicinarmi con un sorriso… e ringraziare per la ‘partecipazione attiva’. Accanto a bimbo e mamma, in una carrozzina silenziosa, una creaturina piccolissima dorme e scuote i braccini. “Quanto ha?” chiedo alla mamma. “Quindici giorni…” risponde. Prima di messa, sulla stradina accanto alla chiesa avevo visto una finestra fiorita con il nome della bambina ben disegnato! La mamma dice: “Tre più una: tre maschietti e una femminuccia”. Il maschietto sorride e finalmente dice il suo nome. Ecco, nella piccola comunità, il miracolo della vita.
Sfogliando il quotidiano di giornata trovo la cronaca della Manifestazione per la Vita a Roma, con la testimonianza di Andrea Bocelli, il grande tenore non vedente acclamato nel mondo: “Esistono non quattro ma cinque operazioni matematiche, e la quinta non si studia a scuola: è la cooperazione e nasce sempre con un gesto d’amore. Io l’ho imparata prima ancora di nascere. Mia madre, a cui i medici sconsigliarono di portare avanti la gravidanza, scelse di fidarsi della vita e di non sottrarsi. Devo tutto a quella scelta”. Intuisco con timore e tremore quello che accade a una donna che diventa madre una volta, quattro volte, addirittura sette o undici volte, come accadeva un tempo secondo la grazia che fece nascere noi anziani. Un mondo da scoprire.
Nello stesso giornale mi imbatto in un articolo con questo incipit: “Quando sono rimasta incinta la prima volta, non mi sarei mai aspettata di vivere un’esperienza fisica così intensa. Il mio corpo non era mai stato tanto pesante, affaticato, lento e indolenzito. Ma allo stesso tempo non mi ero mai sentita tanto viva, centrata e in collegamento con me stessa, con il mondo e con questo altro che, in maniera del tutto inaspettata, aveva stravolto il mio corpo, prima ancora della mia vita”. Parla una donna filosofa che ha avuto altri due figli e confessa: “Per cercare di capire cosa succedesse al mio corpo durante la gravidanza ho letto moltissimo, spulciando nella mia biblioteca di filosofia dove però ho trovato poco e niente…”. Marie Leborgne Lucas ha scritto un libro dal titolo Un corpo per due. Una filosofia della gravidanza”, Vita e Pensiero, pp 232, viaggio dentro l’esperienza della gestazione osservata non soltanto come fatto biologico, ma come evento umano, relazionale e culturale. La donna descrive una realtà umana comune eppure così sorprendente: “La filosofia della gravidanza riguarda tutte le donne, anzi di più: riguarda tutti noi, in quanto provenienti da quel corpo che ha rappresentato il nostro mondo.” E nota: “In principio l’essere non è separato, isolato. In principio, prima di esistere per sé stesso, l’essere viene portato, accolto.”
Che ne è allora dell’uomo occidentale che pensa se stesso come individuo indipendente, separato dagli altri, che si costruisce da solo e non deve niente a nessuno? In sostanza, il mito dell’uomo che si è fatto da sé produce una cancellazione definita come ‘matricidio’. Guardando noi stessi scopriamo la nostra dipendenza originaria: ciascuno di noi ha cominciato a esistere in una relazione. Abbiamo tutti un'origine comune: 'nati da una donna'. Ogni autonomia si costruisce nella relazione che si allarga a fratelli, amici, al prossimo che incontriamo. E’ nella nostra stessa origine che possiamo intravvedere il fondamento della fraternità e della pace.