DENTRO IL MONDO, MISSIONARIA CON LA CHIESA
“Un silenzio totale verso Dio… Un pericolo maggiore si avvicina alla Chiesa senza far rumore: il pericolo di un tempo, di un mondo, in cui Dio non sarà più negato, non sarà respinto, ma semplicemente escluso. In cui Dio sarà impensabile…”
Così scriveva nel 1962 Madeleine Delbrel. Dopo trent’anni vissuti in mezzo a persone travolte dall’ateismo predicato e proclamato dal marxismo, intravvede un tempo in cui non è più necessario combattere Dio, perché “Dio è morto” nelle coscienze e nella società. E’ questo anche il nostro tempo? Non va più di moda dichiararsi atei, nei social e nelle chiacchere tra amici. Semplicemente, di fronte alle situazioni e ai problemi della vita, la questione Dio non si pone, e si va per altre strade, che non siano quelle della fede, alla ricerca di esperti che non appartengano al mondo della religione. Madeleine Delbrel ne parlava a un circolo di studenti il 16 settembre 1964; due mesi dopo, il 13 ottobre, in meno di un quarto d’ora, mentre stava scrivendo, Madeleine Delbrel moriva a sessant’anni. Raccontava agli studenti di essere nata in una famiglia non credente, in balia degli spostamenti di un padre ferroviere, e di aver trovato persone eccezionali che le dettero l’insegnamento della fede. A Parigi, altre persone eccezionali le dettero una formazione contraria. A quindici anni era strettamente atea. A vent’anni una ‘conversione violenta’, dopo una ricerca religiosa razionale: “D’un solo colpo ero stata e resto abbagliata da Dio”. Una decina d’anni dopo va ad abitare con due compagne a Ivry, periferia di Parigi, ‘per vivervi liberamente il Vangelo’. Trova una città perfettamente comunista, del comunismo duro dell’epoca staliniana, interamente ateo. Racconta: “Dal momento in cui ci si individua come ‘preti’, ci accadde di ricevere pietre nella strada, come ne ricevevano i…preti stessi”. In un ambiente chiuso e ostile, vive e lavora come tutta la gente, partecipando alle lotte per la giustizia e mantenendo la fede cristiana e un proposito di ‘bontà’ verso tutti, secondo lo stile che vedeva impersonato in papa Giovanni XXIII. “Evangelizzare – ella dice – è essere un informatore, è annunciare una notizia a qualcuno. Una novella nel senso di ‘ultima notizia’, non una lezione di storia, ma una ‘attualità’.”
Come racconta in Noi delle strade, si tratta di una notizia che “mette in causa il senso stesso della vita, per cui questo informatore si fa testimone del fatto stesso che annuncia”. Lei sa bene che i veri marxisti si interessano ai fatti; quando la fede pone un fatto, essi non ridono, ma lo prendono in considerazione. Il fatto diventa così la sua stessa vita: “Vivere come Gesù Cristo ha detto di vivere, fare ciò che Gesù Cristo ha detto di fare e farlo nel nostro tempo…. la dottrina da fornire è Lui stesso, il racconto della sua vita”. Con il suo piccolo gruppo, rimanendo nello stato laico, vive il Vangelo esercitando la professione di assistente sociale. Partecipa alla costituzione di un comitato per il mutuo aiuto fra disoccupati; vi aderiscono altri cristiani, svolgendo un enorme lavoro pratico. “In quel fatto c’è qualcosa di ben più enorme ed è l’incontro della Chiesa con gli uomini miscredenti nella città”. Come Giovanna d’Arco, afferma che “Gesù Cristo e la Chiesa sono tutt’uno” perché la Chiesa è ‘Cristo oggi’. Nel travaglio di situazioni complesse, rimane vivo in lei l’appartenenza alla Chiesa: “Noi non siamo dei salvatori se non siamo la Chiesa”.