Avevo visto tante volte quell’immagine serena e convinta, soffusa d’un misterioso impercettibile sorriso. E’ un gruppo di amici a condurmi fin là, a Manoppello, un paesino disteso sugli Appennini nell’anfiteatro dei monti della Maiella cosparsi di neve. Arriviamo alla Chiesa dalla bella facciata che evoca la basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila, riquadrata nel geometrico disegno delle croci di colore rosso e bianco.
Mi affretto a entrare, senza saper dove troverò l’immagine del Cristo. Nella chiesa, lineare e ordinatissima, sul fondo dell’altare centrale si innalza un baldacchino di marmo, al centro del quale si intravvede una piccola immagine. Padre Antonio, rettore del Santuario, raccoglie il nostro gruppetto insieme con altri pellegrini e inizia il racconto di una peregrinazione dell’immagine da Gerusalemme a Costantinopoli a Roma… Come l’immagine arriva in questo luogo sperduto degli Appennini? I lanzichenecchi, dei quali sentivo raccontare alle elementari, assaltavano Roma nel 1527 e il papa preveggente consegna l’immagine a una famiglia di qua che la protegge; poi, nelle strane traversie della storia viene affidata ai frati di San Francesco, preziosi custodi della Terrasanta e di questo luogo diventato santo. Saliamo la scala dietro l’altare fino al pianerottolo dove è posta l’immagine.
Eccomi, improvvisamente, a faccia a faccia con Cristo. Lui è qui con il Volto vivo, gli occhi aperti, la bocca accenna un lieve sorriso, come a dirti: “Sei arrivato. Ti aspettavo”. Mi aspettava fin dall’istante della morte insanguinata della Sindone fino al guizzo di luce che ha impresso in questo telo il Volto santo di Colui che usciva dalle tenebre della morte e splendeva nella luce. Un lampo di Cristo risorto: “Io ti guardo e tu mi guardi”. Mi guardi come hai guardato e amato il giovane ricco, che se n’è andato perdendo il tesoro. Mi guardi come hai guardato Pietro chiedendogli: “Mi ami tu? Più di costoro?”. Come guardavi i bambini, le donne, i peccatori, persino chi ti tradiva e ti offendeva, ti percuoteva e ti trafiggeva.
Il Volto Santo si intravvede in una tela finissima, tessuta da mani bambine. Nella parabola del ricco e del povero Lazzaro, il ricco banchetta ‘lautamente’, vestito di porpora e ‘bisso’… Cos’è questo ‘bisso’? Un crostaceo grande più di una mano, dal quale si estraevano filamenti finissimi per tessuti che brillano al sole. Ne vediamo un esemplare nella sala museo, con la trafila dei passaggi per diventare un tessuto. Giuseppe di Arimatea, benestante, cede a Gesù il sepolcro nuovo e procura il lenzuolo nuovissimo che avvolge il corpo del Crocifisso e questo fazzoletto per coprirne il volto. Qualche segno della passione vi rimane, un cenno sulla parte sinistra della fronte e del naso, un’ombra sul labbro. Questo ora è il Volto del Vivente, il Vivente Risorto. Lo rivediamo in una vetrina con tre ante: nella prima, il Volto della Sindone, nella seconda il Volto Santo, nella terza il fazzoletto di Oviedo, usato per detergere la bocca sanguinante del Crocifisso deposto dalla croce; scorre la seconda anta e si sovrappone al Volto della Sindone, e le due immagini si corrispondono perfettamente, vibrando di vita. E’ Lui! Gesù attraversa la storia non solo con le parole del Vangelo e il Corpo e Sangue dell’Eucaristia, ma anche con questa immagine viva, per dirmi, per dirci: Guardami. Nella Messa celebrata davanti a quello sguardo il Credo fiorisce: ”Credo in Te” ; come Tommaso il cuore lo riconosce: "Mio Signore e mio Dio!’