Coreografie, musiche, danze, festoni, sventagliate di luci che si intrecciano nello stadio e lo fanno sobbalzare. La festa di inaugurazione delle Olimpiadi rappresenta il punto di raccolta delle fantasie dei coreografi che inventano spazi immaginari e disegnano sorprendenti figure, pur nell’intrigo di qualche sfasatura. Un riflesso di questo spettacolo di luci e di movimenti vedremo ripercuotersi nelle serate del Festival di Sanremo e in chissà quante altre manifestazioni. Ritrovi l’eco moltiplicata delle antiche feste di paese quando i giovani si sfidavano al palo della cuccagna, e tutto finiva con clamorose diatribe tra i baracconi delle giostre, la banda e i balli. L’incanto della festa, il bisogno di stare insieme, il gusto dell’acclamazione affascinano folle di spettatori presenti e catturano davanti al teleschermo milioni di fans. Quasi l’assetto di una ‘liturgia laica’, una ripresa amplificata dell’ordinamento delle processioni e delle acclamazioni che magnificano piazza San Pietro ed esaltano i raduni delle Giornata mondiali della Gioventù. Un’immensa cornice nella quale vengono a concentrarsi ideali, progetti, programmi lungamente pensati e preparati. Tirocini atletici, allenamenti, selezioni, con il frammezzo di imprevisti e incidenti, vanno a sbocciare nelle gare che hanno come protagonista una squadra, un atleta, una corsa, un lancio.
Le Olimpiadi invernali hanno dalla loro lo splendido scenario delle vette alpine e l’incantevole biancore delle discese e delle piazzole ghiacciate, nel cui ambito avvengono impossibili evoluzioni danzanti, corse pazzesche su piste ripidissime, segnalate da cronometri che misurano distanze minimali. Tutto un mondo di allenatori, tecnici, sponsor, impresari gira attorno al singolo atleta e alla squadra. Mentre si svolgono le gare, con atleti di così tante nazionalità, ricevi l’impressione di un mondo grande, bello, prestante. Soprattutto giovane. Una umanità che rinasce, come la Venere che spunta dalle acque. Appare semplice la sequenza dei giri e dei rimbalzi, ma non sai a quanti giorni di allenamenti e di sacrifici questi giovani si sottopongano, rinunciando a tempi di studio, alla famiglia, a nottate di divertimento per dedicarsi ‘solamente’ all’impresa sportiva. E improvvisamente salta fuori l’atleta mamma con in braccio il figlioletto di tre anni, la più brillante medaglia d’oro conquistata in vita. Non è in gioco un’umanità fuori dal tempo, costruita con l’intelligenza artificiale. E’ l’intera vita che si mette in gioco. Lo scopri negli abbracci delle amiche e amici di squadra, di allenatori e familiari; lo intravedi nella fuggevole lacrima di gioia o nell’amara delusione di chi la medaglia non l’ha vinta per un’improvvida sbandata o per l’incidente che l’ha fatto finire all’ospedale. Diventa ancor più evidente nelle para-olimpiadi e nelle manifestazioni sportive nelle quali la persona emerge nonostante e attraverso una limitazione fisica. Qui il risultato non si misura solo con il successo. Il risultato è la persona che cresce mettendo in opera muscoli e cervello, cuore e decisione; è l’amicizia che nasce, la speranza che apre alla vita, spalanca alla ricerca di un di più, così come può accadere con il canto e la musica, con una laurea che determina la scelta della professione e persino la vocazione matrimoniale o religiosa. Un di più di umanità, dedizione, coraggio, apertura, fiducia, slancio che dallo sport passa alla vita, dal campo di allenamento passa alla famiglia, dall’esercizio ginnico alla scuola. Dentro la vittoria, in attesa e oltre la vittoria sportiva, rimbalzano la persona, la compagnia umana, la decisione per l’ideale.
E finalmente, l'inno nazionale con il ‘sì’ gridato dopo ‘Italia chiamò’!