Di quanti soccorritori abbiamo bisogno nel corso della vita? Ci sono le braccia della mamma che ci rialzano quando siamo bambini. Nei tornanti del tempo incontriamo persone che ci sostengono e ci proteggono. Non solo con l'aiuto fisico. È soprattutto quella compagnia che porta con noi il peso delle cose e la fatica dei sacrifici.
Quando accadono eventi disastrosi, intervengono prima possibile i soccorritori che salvano dal fuoco, dalle valanghe, dalla rovina della casa o del paese.
Le persone salvate rimangono sconvolte, hanno perduto un familiare, il luogo dove abitavano, sono state private di ogni bene… Uno schianto al cuore, un disorientamento totale per il futuro. Come sostenerle, di quali ‘soccorritori’ hanno bisogno? Da tempo, nei telegiornali e nei social, rimbalza il ritornello: “E’ stato inviato un team di psicologi…” Gente addestrata alla vita, che si mette accanto a chi soffre. E tuttavia, il ‘sostegno psicologico’ a quale livello della mente, del cuore, delle emozioni può arrivare? Dove abita il perché della vita, dove spunta il sostegno dell’anima, quale futuro rimane aperto? E’ sintomatico che - di solito - familiari e istituzioni domandino il rito religioso per il funerale delle persone che sono perite. Ancora più significativo è il fatto che si ricorra al vescovo e che si arrivi a chiedere un’udienza particolare del papa. Lumini, fiori, bigliettini accanto ai luoghi della tragedia evocano una speranza più grande. Perché? Di fronte alla morte di una persona amata, non basta la cosiddetta ‘elaborazione del lutto’ in stile psicologico. Non basta il trascorrere del tempo che a poco a poco appiana la voragine del cuore. Tanto meno basteranno le ‘distrazioni’, i viaggi per dimenticare, e tutte le buone intenzioni di chi li suggerisce. C’è un ‘oltre’ sul quale il cuore si protende, un ‘prima’ da cui trae origine l’umana consistenza. Un bisogno di amore, un abbraccio che ci stringa alle spalle, uno sguardo che arrivi al profondo. Non per sentire parole nuove, tanto meno per subire l’umiliazione di parole vuote. L’onda che lambisce oggi la vita, si estende senza misura. L’orizzonte si apre verso un amore più grande delle stelle, più vasto del mare, più esteso del cuore, più pieno del tempo. Al di là della morte c’è la vita: le persone amate vivono, e anche tu vivrai. Cerchiamo non qualcosa di vago e indefinito come un dio generico, ma il Dio personale e concreto che si chiama Gesù: volto, mani, parole. Non un avvenimento sperduto nel passato, ma una presenza segnalata dalle parole che ascolti, dalle persone che vedi, dalla comunità che ti abbraccia. Un bisogno di intravvedere il Padre che da sempre ci ama, nella desolazione del cuore, nella privazione dei beni, nell’incertezza delle ore. Un bisogno di guardare Gesù in croce, stringendoci a lui come la Maddalena, piangendo in silenzio accanto a Maria, la Madre. E’ quello che malati e sani vanno a cercare a Lourdes e in cento altri santuari, per domandare non solo guarigione, ma vita e speranza. Per incontrare persone che conducono oltre se stesse e camminano con te verso il Padre che sta nei cieli, il Figlio che si è fatto carne ed abita in mezzo a noi, lo Spirito che è amore e consolatore. Un soccorso grande, quieto, avvolgente, così umano come solo una fede condivisa arriva a donare.
Foto: Basilica di Lourdes - Crans-Montana