La vita fa incrociare coincidenze che provocano una ferita al cuore. Càpita di leggere la lettera lasciata dalla giovane donna che aveva chiesto l’accesso al suicidio assistito come prevede la legge del Belgio. Siska, stremata dalla depressione fin dall’adolescenza, scrive: “…Procedure, liste d’attesa, rimborsi… Sono stata rinchiusa in celle di isolamento, mi hanno sedata, mi hanno legata su barelle, ho visto gli infermieri alzare gli occhi al cielo, come per dire ’eccola di nuovo qui’…” La donna si sente sola e abbandonata, nonostante le cure; non trova nessuno che la tratti volendole bene come persona; sembra quasi che la sua richiesta di morire abbia voluto essere un tentativo di protestare contro un apparato medico e sociale incapace di guardarla negli occhi.

Negli stessi giorni mi accade di partecipare al funerale di un’altra donna, madre di quattro figli dai dodici ai ventiquattro anni. Piena di desiderio di vivere, di capire, guarire, stare con marito e figli, gustare insieme la vita, Roberta ha avuto la compagnia di tante persone che l’hanno amata e l’hanno accompagnata a riconoscere Colui che risponde al suo grido umano. Al Dio che si è fatto uno di noi, a questo Amore più grande Roberta si abbandona con fiducia fino all’estremo abbraccio dell’eternità. Il figlio più piccolo, qualche giorno prima aveva detto: “Io sono felice se so che la mamma è felice”. Ora sa che la mamma è felice in Paradiso.
Che cos’è dunque questo cristianesimo che cambia il senso della vita e della morte, del dolore e della disperazione? Che cos’è questa fede che permette di portare senza disperazione il peso della sofferenza, di suscitare amicizie, intese, collaborazioni tra persone che, vivendo in condizioni estreme, entrano in contatto e pregano, si raccontano, si provocano, si affidano?
Se nelle circostanze drammatiche lo si vede in modo clamoroso, è anche nelle vicende del normale vivere quotidiano che il cristianesimo rivela la sua novità e bellezza e produce frutti preziosi. Come nel caso della donna che si reca in ospedale per abortire; un’infermiera sta con lei tutta la notte e alla fine la saluta: “Pregherò per te…”. La donna ci ripensa e il bimbo che nasce è un dono che illumina famiglia e parentado. Oppure la bimba colpita da una malformazione nel seno materno, che non avrebbe dovuto essere condotta alla nascita; i genitori la accolgono così com’è e la sua problematica presenza provoca un movimento di carità e di gioia che la accompagna fino all’età matura. La novità umana del cristianesimo accade nella condivisione di una responsabilità e di un compito che ti potrebbero schiacciare, o nella collaborazione di un lavoro che viene partecipato in un’intesa non solo professionale, o più semplicemente nel gustarsi una vacanza in compagnia. E’ la presenza di un amore più grande, una linfa che attraversa le circostanze del vivere e le imbeve di un nuovo senso e di una nuova germinazione. Lo troviamo in persone ‘normali’, in famiglie semplici, nel modo di educare i figli, nel procedere dell’impegno professionale, nello svolgimento dei servizi più vari nel contesto del lavoro o nella comunità cristiana, tra sventure che incombono e provvidenze che accompagnano. Poiché lo troviamo in persone che ci vivono intorno, veniamo provocati a sperimentarlo di persona, per riconoscere e accogliere quel Gesù venuto tra noi perché abbiamo la gioia, e l’abbiamo in abbondanza.