Sopra il tavolo una tovaglietta ben disegnata, un vaso di fiori, un lumino acceso, una corona del rosario, alcune immagini sacre. “Oggi attendo un Ospite importante”: il messaggio accompagnato dalla foto arriva da una donna che attende la visita di Gesù eucaristico, con il ministro straordinario. E’ l’attesa delle vergini sagge del Vangelo o dei servi che attendono il Padrone che ritorna dalle nozze; un tempo che diventa ricco e bello come ogni vigilia di un grande evento, come quando ci si prepara ad uscire per incontrare un amico o per partecipare a una festa.
Se il cuore è sveglio, accade anche andando a messa. Ci richiamava a questa attenzione il vescovo di Trento, Lauro Tisi, al convegno dei sacerdoti diocesani, parlando dell’accoglienza alla messa nelle sue comunità sperdute nelle valli o nel traffico delle città. La messa – ricordava - è prima di tutto una convocazione, è la risposta alla chiamata del Signore che raduna il suo popolo. Chiesa è ecclesia, ec-clesia, cioè ‘chiamata da’: il Signore chiama dalle case e dalle strade il suo popolo riunendo le persone disperse nelle abitazioni e nelle attività della vita. Chi va a messa, alla porta della chiesa trova qualcuno che lo attende e lo accoglie: è il sacerdote celebrante, sono i ministri della comunione, è una persona della comunità. Un sorriso, un saluto, forse qualche indicazione. Questo primo gesto di accoglienza ricorda che siamo parte del Corpo di Cristo, fin dal Battesimo, inizio della vita cristiana orientata alla pienezza della comunione eucaristica, così come annuncia la Parola di Dio. Non sei solo, non siamo soli al mondo: i fratelli sono con noi, convocati insieme dal Signore. Quando la celebrazione sarà terminata e usciremo di chiesa, porteremo con noi il saluto d’accoglienza, l’abbraccio del segno di pace, il calore della Grazia sacramentale. Potrà nascere il desiderio di condividere questo dono con i familiari, con qualche amico o collega. Potremo corrispondere al nostro bisogno di scoprire il valore delle cose che facciamo e degli avvenimenti che accadono, il senso del lavoro, della fatica, dell’amicizia, della sofferenza. Quello che si è cominciato a scoprire nella liturgia viene a fare luce e a dare gusto nella vita quotidiana. Non è una cosa automatica. Il vento gelido della solitudine e dell’indifferenza viene a sfiorarci in casa come in strada, nel lavoro come in centro commerciale, nella circostanza lieta o in un frangente doloroso. C’è bisogno che la grazia incontrata nel gesto sacramentale venga accolta e conservata in un ambito di amicizia: un volto nel quale specchiarsi, un braccio che sostiene, una parola detta in modo giusto. Nessun cristiano vive da solo. Né bastano le due chiacchere con un conoscente al bar o con un amico in sala di attesa. Desideriamo di più. Ci si potrà incontrare con un’intenzione precisa, a casa propria o presso una famiglia amica, per riprendere i contenuti del Vangelo della domenica. E - perché no? – a leggere insieme la grande esortazione apostolica di Papa Leone sulla carità, Dilexit te. Da qualche parte si propone di riprendere il testo sull’Eucaristia che il Vescovo Giampaolo ha presentato nella lettera pastorale alla diocesi… I cristiani si accompagnano a vivere: una compagnia che chiarisce la mente e allieta il cuore. Come una piccola pietra del grande edificio della Chiesa, come una cellula in un Corpo che vive.