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Vangelo secondo Luca 11,1-4

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».
Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione».

PREGARE COME GESU’

Quante volte i discepoli hanno visto Gesù pregare? Quanto si sono sorpresi dell’intensità della sua preghiera? Chiedendo a Gesù di insegnare loro a pregare, forse immaginano una nuova formula o una nuova modalità. Insegnando a pregare chiamando Dio Padre, Gesù trasferisce agli amici la sua coscienza di figlio; invitando a pregare per l’avvento del Regno, insegna lo scopo della vita. La richiesta del pane, del perdono da ricevere e donare, la vittoria sulle tentazioni, definiscono la nostra fisionomia di figli e fratelli.

Vangelo secondo Luca 10,38-42

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

MARTA E MARIA

Marta e Maria inaugurano la sequenza di donne che hanno seguito e servito il Signore. Sono le prime e le più ‘esemplari’. Quante donne conosciamo che donano corpo e anima per il servizio della Chiesa e nella dedizione ai fratelli? Quante donne donano al Signore sette ore di preghiera al giorno e forse altrettante di lavoro? Avranno limiti e pretese come tutti gli esseri umani, ma sono uno spettacolo di grazia e una testimonianza di vita interamente vissuta per il Signore.

Vangelo secondo Luca 10,25-37

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

GLI ESTREMI DELLA CARITA’

Gesù contrappone gli estremi. Da una parte il sacerdote e il levita del tempio; dall’altra il samaritano, cioè lo straniero malvisto: i primi due frettolosi e indifferenti, l’altro pieno di premure e disposto a rimetterci del suo per soccorrere lo sconosciuto derubato e ferito. Portando all’estremo il paragone, Gesù va dritto a chiarire che noi stessi siamo chiamati a farci prossimo della persona bisognosa e ferita che incrocia la nostra vita. Gesù dice, Gesù fa. Guardiamo e imitiamolo.

Vangelo secondo Marco 10,2-16

In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

DOVE IL MONDO RICOMINCIA

Le parole di Gesù vengono prima delle nostre discussioni sul matrimonio e della varietà delle scelte di uomini e donne, prima delle legislazioni civili e dei documenti dei papi. Le parole di Gesù vengono prima del Vangelo stesso, perché sgorgano dall’inizio della sorgente della creazione, quando Dio ‘li fece maschio e femmina’ perché potessero diventare ‘una carne sola’. Scendendo attraverso tutti i rivoli della storia, le parole della creazione hanno sbattuto sui sassi dei cuori induriti e sono rimbalzate sulla corteccia dei cuori corrotti; sono state deviate, nascoste, dissolte. Oggi nuovamente queste parole del Creatore, riprese da Gesù e rilanciate dalla Chiesa, arrivano a bagnare le sponde dell’anima e del corpo di uomini e donne assetati di verità e di felicità, di amore intero e di bellezza, con una forza di purificazione e di rigenerazione. In questo contesto, suscita autentica commozione il fatto che Gesù ripeta: “Lasciate che i bambini vengano a me, e non glielo impedite…”. I vostri figli, i figli ancora generati, accolti, amati, accompagnati a crescere e a vivere la vita.

NUOVA NAVIGAZIONE

Due fenomeni si rincorrono quando un sacerdote esce dalla parrocchia in cui ha prestato servizio ed entra in un'altra. L'uscita rappresenta uno stacco da persone, attività, programmi, luoghi. È un allontanamento dalla casa e dalla famiglia, da una impostazione di vita e di lavoro, di orari e di programmi. Il nuovo ingresso ha il timore dell'incertezza e l'attrattiva della novità, il richiamo della scoperta di persone e cose e lo slancio verso un futuro ignoto ma promettente. Qualcosa di simile accade anche nei parrocchiani più fedeli e partecipi. Anch'essi avvertono la scossa dell'uscita e la prospettiva del nuovo ingresso. Quando la fede è desta, il senso della Chiesa è vivo e il desiderio è ardente, può avvenire nelle persone un sommovimento positivo che sospinge a valorizzare quanto si è vissuto con il parroco ormai partito, e che si apre a un nuovo slancio. La fede è sempre una strada di scoperta, e compagni e guide nel cammino costituiscono sempre una novità.
Accade anche che il 'vecchio parroco' non venga lanciato in una nuova avventura pastorale, ma vada a planare ai margini di un campo dove rimane in panchina a godersi la partita giocata da altri protagonisti. Non gli spettano né le strategie né le dritte da lanciare ai giocatori, né i passaggi di palla, né i tiri in porta. Il 'vecchio parroco' è chiamato a svolgere pochissime mansioni di supporto - forse come il ragazzo raccattapalle o che porge la bottiglietta d'acqua. L'unica, infinita partita che gli resta da giocare è nel suo rapporto con il Responsabile ultimo della squadra, con il quale potrà indugiare in silenziosi colloqui, facendosi accompagnare dall'esperienza dei santi più contemplativi. Per il resto, rimane disposto agli scambi, fortuiti e occasionali, con chi gli accadrà di incrociare.
Nella nuova partita il silenzio conta più della parola, la testimonianza più dell'organizzazione, la santità più dell'abilità. Il campo d'azione è sgombro di ogni strategia, liberato da ogni strumentazione, per un gioco libero che assecondi il vento della grazia. Una condizione siffatta provoca un’uscita da se stessi, domanda povertà di spirito, fiducia nell'opera misteriosa del Signore e apertura ad ogni persona. Come non mai, nessuna delle nuove persone incontrate potrà venire qualificata a seconda delle doti e delle prestazioni, ma dovrà essere accolta nella sua realtà di giusto e peccatore, di giovane o vecchio, piacevole o importuno. Si naviga come una barchetta a rimorchio dei grandi barconi della flotta della Chiesa, raccattando qua e là un relitto o un naufrago, lanciando un salvagente o un pezzo di corda, godendosi l'avventura del viaggio e l’ebbrezza della libertà di spirito. Fino all'arrivo al porto finale dove, presto o tardi, tutte le piccole e le grandi imbarcazioni vengono a raccogliersi.

Vangelo secondo Luca 10,17-24

In quel tempo, i settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome».
Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

LA VERA GIOIA

La gioia della missione ben compiuta fa esultare i discepoli che tornano da Gesù. Mentre li accoglie, Gesù raddrizza il loro sguardo: non dovranno gloriarsi della potenza che viene loro concessa, quanto piuttosto del fatto che i loro nomi sono scritti nel cuore di Dio. A loro – come a noi – conviene rimanere piccoli, e quindi ben disposti ad accogliere il dono di Dio, che è il suo stesso  Figlio, Gesù davanti  a noi: lo vediamo e lo ascoltiamo.

 

DIARIO DAL SINODO. «È IL CUORE ACCESO DI PASSIONE CHE PUÒ SPERARE»

L'omelia e il discorso d'apertura. I vicini di banco e l'applauso per i giovani ugandesi. E la possibilità di parlare a tu per tu con il Papa. Il direttore della Luigi Giussani High School di Kampala ci racconta i primi due giorni a RomaMatteo Severgnini

La prima notizia dal Sinodo è che c’è un Papa a piede libero. Nel senso che la mattina ci accoglie e ci saluta, finora ha seguito tutti i lavori in aula e, alla pausa, è lì a disposizione di chi voglia parlargli. Oggi, ad esempio, mi sono avvicinato e ho preso il caffè con lui. Sentivo vescovi e cardinali attorno che aspettavano il loro turno, ma ho fatto tempo a scambiare due battute. «Santità, avrei tante domande che vorrei farle», e lui sorridendo: «Quando vuoi, sono sempre qui». E ho aggiunto: «Vorrei farle avere 25 lettere che i miei studenti ugandesi hanno scritto per lei». E lui: «Certo! Nei prossimi giorni». Partendo da Kampala mai avrei pensato ad una familiarità e prossimità così con il Papa.

Per il resto, devo ammetterlo, sono un po’ intimorito. L’aula del Sinodo è una distesa di berrette porpora e viola di cardinali e vescovi. Il Papa, con i suoi 81 anni, dà l’impressione di essere il più giovane di tutti, ma non solo: è come se riuscisse a comunicare che lui ha bisognodei giovani. Lui è definito da un cuore giovane. Sempre alla ricerca. Lo vedo parlare, sorridere, discutere con un’attenzione e amore che mi rende grato per tutta la storia personale che mi ha incontrato.

Mercoledì, durante l’omelia della messa inaugurale in Piazza San Pietro, ha insistito sulla parola “speranza”: «All’inizio di questo momento di grazia per tutta la Chiesa chiediamo con insistenza al Paraclito che ci aiuti a fare memoria e a ravvivare le parole del Signore che facevano ardere il nostro cuore. Ardore e passione evangelica che generano l’ardore e la passione per Gesù.Memoria che possa risvegliare e rinnovare in noi la capacità di sognare e sperare».

Mi è tornata in mente l’immagine che Charles Péguy usa per descrivere la Speranza: è lei che prende per mano la Fede e la Carità. È il cuore acceso dalla passione per Cristo che muove la Fede, come conoscenza, e la Carità, come amore.

Poi, nel saluto introduttivo ai lavori del Sinodo, Francesco ha fatto un affondo sul tempo. Che cos’è il futuro? Si è domandato: «Il futuro non è una minaccia da temere, ma è il tempo che il Signore ci promette perché possiamo fare esperienza della comunione con Lui, con i fratelli e con tutta la creazione. Abbiamo bisogno di ritrovare le ragioni della nostra speranza e soprattutto di trasmetterle ai giovani, che di speranza sono assetati». Che liberazione! A volte penso che il tempo sia nemico, invece è immensamente amico. È abitato, e in Francesco questo è evidente.

Papa Francesco presiede il SinodoPapa Francesco presiede il Sinodo
Matteo Severgnini, intervistato da TV2000 (3:43)

Le mie “vicine di banco” sono Carina Iris Rossa, argentina, membro del consiglio direttivo della Fondazione pontificia Scholas Occurrentes, e Yadira Vieyra, dagli Stati Uniti, che si occupa di accompagnare le teenager che rimangono incinte, soprattutto nell’ambito delle famiglie immigrate. C’è stato poco tempo per conoscersi, ma staremo fianco a fianco per un mese intero.

C’è stato poco tempo non solo perché siamo qui da poche ore, ma anche perché i lavori del Sinodo sono molto impegnativi. Giovedì, il primo giorno, sono intervenuti 25 padri sinodali, parlando quattro minuti a testa. Il Papa ha chiesto che ogni cinque interventi ci siano tre minuti di silenzio, per stare di fronte a ciò che è stato detto, ma anche a Colui che sta accadendo attraverso quello che viene detto.

È una delle due caratteristiche che Francesco vuole che abbia questo incontro: la prima è che la Chiesa deve essere in ascolto, perché la conoscenza reale è l’ascolto dell’altro che emerge e, soprattutto, dell’altro che emerge in te. Questo permette non di parlar “sopra la realtà” ma di ascoltarla, di farsi umili, con il cuore aperto a quel che la realtà ha posto e pone di fronte ai propri occhi. Che diventa, in qualche modo, parte di te. La seconda è che la Chiesa deve essere in cammino. E lo si è capito dai primi interventi: tutti i padri hanno insistito sulla necessità che siano la Chiesa e i suoi pastori a muoversi e andare dove sono i giovani sono per quello che sono.

Mi ha colpito, poi, la commozione del Papa quando, durante la messa inaugurale, ha salutato i due Vescovi della Cina continentale che, per la prima volta nella storia, partecipano a un Sinodo. È stato il segno più eclatante di una cosa che qui è molto evidente: l’universalità della Chiesa. Al netto degli zucchetti, ce n’è davvero di tutti i colori.

L’ultima cosa: il segretario generale del Sinodo, il cardinale Lorenzo Baldisseri, ha spiegato che per scrivere l’Instrumentum laboris è stato mandato alle comunità di tutto il mondo un questionario. Ha detto che il Paese che ha contribuito con il maggior numero di questionari completi, 16mila, è stata l’Uganda. Lì non ho resistito e, per orgoglio nazionale, ho fatto partire l’applauso. Potrebbe essere il mio primo e ultimo intervento al Sinodo. O forse no.
Nei prossimi giorni tornerò a cercare il Papa per consegnarli la corrispondenza dei miei studenti.

Vangelo secondo Luca 10,13-16

In quel tempo, Gesù disse:
«Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, nel giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.
E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!
Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato».

GRATITUDINE

Guardando la nostra vita, ci accade di rimanere impressionati nel constatare quanto è stata ampia e intensa la visita di Gesù in casa nostra. Senza perdere tempo a rammaricarci per il fatto che non ce ne siamo accorti subito, dobbiamo invece lasciare libero corso alla gratitudine a Dio e alla condivisione con i fratelli. La visita del Signore Gesù e i doni che ci ha fatto sono per tutti, e possiamo comunicarli già con la gioia che si disegna sul nostro volto.

Vangelo secondo Matteo 11,25-30

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

LA LIBERTA’ DEL VANGELO

Le parole di Gesù descrivono la fisionomia del Santo di Assisi. Francesco cerca l’unica sapienza del vangelo letto e praticato ‘sine glossa’, cioè alla lettera: diventa la regola di vita di Francesco e dei suoi seguaci. L’unico possedimento, l’unica ricchezza è Cristo. Questo rende liberi non solo rispetto alle cose, ma anche nell’audacia delle scelte di vita, come la totale povertà e la decisione di andare nella terra di Gesù e di incontrare il sultano. Francesco tiene aperta la strada.