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 Vangelo secondo Giovanni 10,27-30

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

 

L’UNICO PASTORE e i CANI PASTORI

 

Pecore e pastori: ancora? Il Vangelo ce ne ripropone l’immagine e la lancia in alto, fino a toccare Dio Padre. Le pecore – così come gli altri animali e tutti gli uomini della terra – appartengono al Dio che ci ha creati e ci ama, e ci vuole tenere stretti nella sua mano. Perché non ci perdessimo – come pecore lasciate in balìa di se stesse – Dio Padre ci affida al suo Figlio che è una sola cosa con lui e che si è fatto uomo perché lo potessimo vedere e seguire, percependo con le nostre orecchie una voce che ci ama e ci chiama per nome.

Abbiamo bisogno del pastore noi, uomini d’oggi, che rivendichiamo solitudine e indipendenza, proclamandoci single e autonomi, liberi e beati come il vento? Dov’è il pastore che merita di essere guardato e seguito, nel nostro mondo di capitani e padroni senza faccia, dall’identità spappolata nell’anonimato della piazza mediatica, delle imprese multinazionali, dei colossi finanziari, della invasione sessuale?

“Ma tu ti senti un pastore?” - domandava Paolo Rumiz, autore de ‘Il filo infinito’, a un monaco benedettino - “Io un pastore? – si è sentito rispondere - Il pastore è lassù. Io sono il cane pastore, quello che tiene insieme il gregge, che lo difende, che cerca le pecorelle smarrite”.

Vangelo secondo Giovanni 21,1-19

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

L’ALBA DI UN GIORNO NUOVO

Come in una sinfonia ampia e armoniosa, l’ultimo capitolo del Vangelo di Giovanni riprende fatti e personaggi di cui conosciamo il volto e la voce. Lo stesso gruppo di pescatori, con qualche nuovo adepto; ancora la barca di Pietro e una pesca miracolosa. Come la prima volta, un incontro ravvicinato tra Gesù e Pietro: colui che Gesù aveva proclamato ‘pescatore di uomini’, viene investito del compito di pastore.
Tra la prima pesca e la seconda, che cosa ci sta in mezzo? Tutto il dramma di Gesù, e conseguentemente il dramma di chi lo segue. La predicazione, i miracoli, le folle, i dubbi e le domande dei discepoli, le opposizioni degli avversari. Il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro, la cattura di Gesù, il tormento della passione e della croce, la morte. Infine, la risurrezione.
Coloro che hanno seguito il Signore incontrano un’alba nuova, una nuova pesca prodigiosa, fino a contare il numero di pesci. Fino a trovarsi a faccia a faccia con il Maestro, che riconoscono in lontananza come Giovanni o che raggiungono in fretta a riva come Pietro, che abbassa poi il capo nell’amaro pentimento per aver rinnegato il Maestro.
Tutto ricomincia, con una nuova chiamata, un nuovo amore, una nuova missione. Ancora, Cristo risorto dice a Pietro e a noi: “Seguimi!”

Vangelo secondo Giovanni 20,1-9

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

L’INCONTRO CON IL RISORTO

Prime, le donne. Prima che sorga l’alba, Maria Maddalena, e altre donne con lei, vanno al sepolcro. Dovranno ricomporre, lavare, profumare il corpo di Gesù dilaniato dalla passione e dal tormento della Croce, così come l’amore sospinge sempre a fare quando muore una persona tanto cara. Le donne custodiscono ancora vivo nel cuore il corpo di Gesù, che i loro occhi avevano visto morto.

Quel che segue è l’avvenimento più sconvolgente della storia. Dapprima, è la constatazione di un vuoto: il corpo non c’è più; sicuramente qualcuno l’avrà trafugato!

Pietro e Giovanni, che corrono al sepolcro risvegliati dal grido della Maddalena, non notano alcun segno di trafugamento: nel sepolcro, tutto, i teli e il sudario, sono ordinatamente afflosciati, lì dove contenevano il corpo di Gesù. Questo basta a Giovanni per credere – il primo - alla risurrezione di Gesù, confermando le scritture e le parole con le quali tante volte il Maestro aveva annunciato la sua risurrezione.

La sorpresa totale sarà quando, nella mattinata e nella serata dello stesso giorno e poi in seguito, la Maddalena e gli apostoli e altri testimoni, vedranno Gesù splendente di una vita nuova e indomabile. Da allora l’incontro con il Signore risorto attraversa i secoli e spalanca l’orizzonte del cielo.

 

Vangelo secondo Luca 19,28-40

In quel tempo, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”».
Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno».
Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:
«Benedetto colui che viene,
il re, nel nome del Signore.
Pace in cielo
e gloria nel più alto dei cieli!».
Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».

I GIORNI DELLA STORIA

Entrata trionfale: su un puledro d’asino! Gesù sembra giocare sul registro dell’ironia, quasi a misurarsi di fronte alla drammatica realtà che incombe, e a rendere consapevoli i discepoli e la folla che la gloria di questo momento è fugace come un colpo di vento. In tal modo - come accadrà anche di fronte a Pilato - Gesù dichiara apertamente la sua condizione di discendente e successore del grande re Davide, principe e promotore di pace e di gloria.
L’ingresso a Gerusalemme introduce nei giorni dell’Ultima Cena, della cattura nell’Orto degli Ulivi, la condanna, la via dolorosa verso il Calvario, la crocifissione, la morte e la sepoltura.
Il racconto evangelico, che oggi nelle chiese risuona con tre lettori, riporta in modo sorprendentemente analitico gli ultimi giorni, ed esprime con intensità narrativa la condizione umana di Gesù e il livello divino della sua personalità, che verrà compiutamente svelato nella risurrezione del terzo giorno.
Siamo messi di fronte a un fatto ‘piccolo e occasionale’, come poteva essere in quei tempi una condanna a morte. Nello stesso tempo, partecipiamo a un fatto che dà una svolta alla storia, non solo per le persone che credono in Cristo, ma anche per tutti coloro che entrano nella storia umana. Gesù, l’uomo libero che si è consegnato alla morte ed è risuscitato il terzo giorno, segna il destino dell’intera umanità.

Vangelo secondo Giovanni 8,1-11

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

GESU’ E LA DONNA

L’unica scrittura che Gesù ha fatto, l’ha tracciata con il dito per terra: subito cancellata dalla sabbia o da una scarpata. Quella che invece resta incisa nel Vangelo e nella storia degli uomini è l’immagine di quella donna circondata da un giro di uomini pronti a condannarla e a eseguire la condanna; e insieme, l’immagine di Gesù, che si china e scrive per terra, si alza e interpella la cerchia di scribi e farisei. Un flusso di ghiaccio deve aver percorso le vene degli astanti, che uno dopo l’altro escono dalla fila degli accusatori. Restano in mezzo Gesù e la donna. Dobbiamo continuare a guardarli.

Nella donna riconosciamo la nostra condizione, quando pecchiamo e quando siamo percossi dalle umiliazioni della vita. Abbiamo mai sperimentato il giudizio degli altri, la loro minaccia, la loro condanna?

In Gesù ritroviamo lo sguardo e la voce di cui abbiamo bisogno ogni giorno per tornare a vivere, a muoverci e ad amare. In Gesù troviamo Colui che ci ridona speranza. Una speranza per noi e per tutti, per ciascun uomo e ciascuna donna che abita questo nostro mondo disperso e disperato.

Vangelo secondo Luca 15,1-3.11-32

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

LIBERTA’ DI FIGLI

Chi percorre la strada della libertà?
Il figlio minore recupera in anticipo la sua eredità e in qualche modo ‘uccide’ il padre; se ne va per strade sue, disperde il denaro e perde se stesso.
Il figlio maggiore rimane in casa come servo obbediente, ma non sa godere dell’affetto del padre e della compagna degli amici e in seguito nemmeno del fratello.
Il figlio che esce di casa in cerca di libertà, snobba il padre ma rimane libero anche nel suo decadimento: riconosce il suo male, rinnova il desiderio della casa del Padre, riprende il cammino e si apre a un rinnovato rapporto con il Padre che lo fa vivere. La libertà è riconoscere il rapporto che ti costituisce e che ti permette di essere e ritrovare te stesso.
Il secondo figlio vive un rapporto formale con il padre, si chiude al rapporto con il fratello e rompe con il padre. Rinuncia ad essere figlio e ad essere fratello.
La vera questione, quindi, non è se i nostri figli – o noi stessi - scappano di casa o sbagliano. Ma se, dopo essere scappati di casa, o magari rimanendovi, i nostri figli – o noi stessi - vivono o ritrovano il rapporto con il Padre e con i fratelli. Vale per la famiglia, vale per la vita.

Vangelo secondo Luca 1,26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

L’INIZIO

Arriva agli inizi della primavera la festa bellissima dell’inizio del cristianesimo: Gesù, Figlio di Dio, entra nel mondo, con l’umana concezione nel grembo della vergine Maria, e prima di tutto nel suo cuore e nella sua volontà, nella sua decisione e nella sua adesione. Questa donna ‘dà forma’ all’umanità del Signore, lo accoglie e custodisce, lo ama e protegge, lo dà alla luce del sole, lo accompagna nella crescita, guarda e medita il suo mistero. Maria è l’immagine della Chiesa e di ogni cristiano che accoglie Gesù.

Vangelo secondo Luca 13,1-9

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

COME UN ALBERO NEL TERRENO

Viene riferito a Gesù un drammatico fatto di cronaca. Per mantenere il potere, gli antichi romani non esitavano ad andare giù duro. La gente si scandalizza che Dio non abbia protetto i ribelli. Erano dunque peccatori? Gesù taglia corto e arriva al fondo della questione: se non cambiamo vita e non percorriamo la via del bene, andiamo a finire male tutti. Può accadere già in questa vita; certamente accadrà nell’altra.  Ed ecco, ci viene donato tutto il tempo per convertirci. Dio non ci ha creato perché ci perdessimo, ma per portare frutti di vita e di felicità per noi e per tutti. Ogni giorno ci concede il tempo per vivere e mille occasioni di bene. Ci offre il terreno su cui siamo piantati, ed è la storia buona nella quale affondano le nostre radici, fatta di santi e di imprese positive; ci dona il vento con il polline della fioritura, e la pioggia che la fermenta, ed è la compagnia di persone che ci premono intorno e ci provocano. In un tale contesto, rinasce ogni giorno la voglia di vivere e di crescere.

Vangelo secondo Luca 9,28-36

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

UN VOLTO SPLENDIDO

Non è dunque solo penitenza e sacrificio, deserto e tentazioni la Quaresima! In questa domenica la Quaresima cambia faccia e vestito. Sul monte solitario, identificato con l’altura isolata del Tabor, Gesù conduce i tre prediletti testimoni delle sue vicende più personali. Il suo volto cambia d’aspetto e la sua veste diventa candida e sfolgorante. La compagnia si allarga a Mosè ed Elia che si mettono a parlare con Gesù circa il suo esodo. Quale Esodo? Nella nostra terra, dove è venuto ad abitare, Gesù si trova in esilio e sospira il ritorno al Padre, nel quale anche tutta l’umanità potrà raggiungere la patria felice; nell’esodo laborioso della passione e della morte, l’obbedienza e il sacrificio del Figlio riscatteranno gli uomini dalla loro lontananza.
Sul Tabor i discepoli sperimentano un anticipo di questa nuova terra; con i loro occhi vedono la bellezza trasfigurata, ascoltano la voce del Padre che mostra il Figlio e invita ad ascoltarlo. “E’ bello per noi essere qui”: insieme con loro, anche noi percorriamo il cammino laborioso della vita, portando negli occhi e nel cuore la memoria dello splendido volto del Signore Gesù.

Vangelo secondo Luca 4,1-13

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

DAL DESERTO ALLA LIBERTA’

Nel deserto, che immaginiamo come luogo di silenzio e di contemplazione, Gesù viene tentato da satana. Che ci fa quest’uomo tutto solo, che digiuna e prega per quaranta giorni? E’ una preda troppo golosa per il nemico di Dio, che lo affronta di petto. Anzi, di stomaco. La fame è senza remissione: o vi rispondi, o crolli. Quale fame? Senza la parola e la presenza che fanno vivere, nemmeno il pane sazia. L’uomo Gesù è sorretto dal rapporto vitale con Dio; ne richiama la parola ad ogni passo, ad ogni inciampo, ad ogni tentazione. Riconosce che Dio vale più di tutti i regni della terra; merita dedizione e adorazione; non possiamo sostituirci a lui, dettandogli regole e scadenze. Possiamo dedicargli la vita, le intenzioni e le opere; possiamo desiderare e domandare la sua volontà di bene, di salvezza e redenzione, di riscatto dal male, dalla violenza e dall’orgoglio che uccide. E’ la missione di Gesù, che esce libero dal deserto delle tentazioni. Questo è il tratto di strada che Gesù ci chiama a compiere dietro a lui in Quaresima: liberi dal male per servire il suo Regno.