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Vangelo secondo Matteo 9,9-13

In quel tempo, mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

SGUARDI

Cosa vede Gesù in Matteo per chiamarlo appena lo vede al banco delle imposte che egli riceve per conto dei dominatori romani? Che cosa vede Matteo in Gesù per alzarsi e seguirlo? Mistero di sguardi umani e mistero di grazia. La chiamata di Gesù non prevede alcuna premessa, se non l’incontro personale e forse una reciproca straordinaria simpatia umana. Chiamando Matteo alla sequela e alla missione, Gesù lo salva, da pubblicano peccatore che era. La misericordia è la più grande azione di recupero.

 

Vangelo secondo Luca 7,31-35

In quel tempo, il Signore disse:
«A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:
“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.
È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”.
Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».

IL CAPRICCIO E IL BISOGNO

Quante volte giudichiamo in base al nostro capriccio? ‘Mi piace, non mi piace’. Spesso è appena l’impressione del momento, che cambia con il cambiare del vento o gli umori della stagione.
C’è un bisogno più profondo del cuore, con il quale valutare i fatti della vita e verificare quello che ci corrisponde. C’è un rispetto della realtà, un’attenzione a ciò che accade, come opportunità e non come ostacolo. Occorre domandare il dono della sapienza per riconoscere Colui che ci viene incontro.

Vangelo secondo Luca 7,11-17

In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

IL MIRACOLO DELLA VICINANZA

Stiamo a guardare Gesù che si ferma accanto alla bara del figlio morto e dice alla madre: “Donna non piangere”. Prima del miracolo, una presenza che sostiene e fa vivere, una parola che dice vicinanza e partecipazione. Questo miracolo continua ad accadere. Non possiamo evitare la morte delle persone care, anziane o giovani. Non possiamo pretenderne la risurrezione anticipata. Il miracolo vero è la presenza di Gesù, realizzata attraverso persone che ci accompagnano a riconoscerlo.

 

Vangelo secondo Luca 7,1-10

In quel tempo, Gesù, quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao.
Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga».
Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».
All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

IO NON SONO DEGNO

Le parole del centurione risuonano nelle liturgie eucaristiche. Dicono la nostra distanza dal Signore e nello stesso tempo la nostra fiducia in lui. Gesù non è entrato nella casa del centurione, ed ha guarito il servo a distanza. Egli invece entra nella nostra casa, e diventa pane di vita. L’eucaristia permette al Signore Gesù di estendere la sua presenza e di comunicare personalmente e sacramentalmente con noi. Domandiamo l’umiltà e la fede del centurione, con la semplicità e la decisione del santo di oggi.

Vangelo secondo Matteo 18,21-3518,21-35

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

NUOVA FAMILIARITA’

In quali luoghi e dentro quali rapporti si può applicare la logica del perdono? In famiglia, padre e madre perdonano mille volte al figlio, bambino piccolo, adolescente, giovane. Dove c’è amore vero, ci si perdona ogni giorno tra marito e moglie, si accoglie con pazienza il genitore anziano, si accudisce la persona malata.
Pietro domanda a Gesù quante volte potrà perdonare al ‘suo fratello’. Gesù risponde che il perdono va dato senza conteggi. Egli non ha in mente solo i rapporti familiari, ma anche l’ambito del lavoro e della società: la parabola del Vangelo parla del rapporto tra re e servo e dei servi tra loro. Sarà possibile vivere con gli altri lo stesso perdono che si dà ai familiari? Gesù inaugura tra gli uomini una comunità nuova, nella quale diventiamo amici e fratelli e sorelle. Questo è il principio dell’amore fraterno e della misericordia.

Vangelo secondo Luca 6,43-49

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.
L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?
Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene.
Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».

DAL SEME AL FRUTTO

Prima l’essere, poi l’operare: piantare un buon seme, coltivare la pianta, gettare le fondamenta, edificare l’edificio; educare e far crescere. Il resto, i frutti e le opere, vengono di conseguenza. Prima uomini veri, cristiani ben impostati, comunità fedeli e inserite nel corpo della Chiesa. Alla ripresa della vita pastorale delle comunità e dei gruppi ecclesiali, e anche della vita ‘normale’ delle famiglie con la scuola e il lavoro, da cosa ripartire, se non dalla semente che è Cristo presente nella Chiesa?

 

Vangelo secondo Giovanni 19,25-27

In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

SOTTO LA CROCE

L’amore e il coraggio della Madre, l’amore e il coraggio delle donne e del discepolo amato, Giovanni! Nel suo Vangelo Giovanni riproduce con tocchi essenziali la scena che ha impressa nel cuore, avendo poi accolto con sé Maria. L’avvenimento drammaticamente umano della Croce, conduce a guardare Cristo per portare insieme con Lui la nostra croce e condividere quella dei nostri fratelli. Insieme con Maria e i fratelli, stare sotto la Croce di Cristo apre a vita e salvezza.

 

Buon inizio dell’anno scolastico!!

Vangelo secondo Luca 6, 20-26

In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.

DI FRONTE AL MONDO

Dopo la chiamata degli apostoli e l’ incontro con la folla, Gesù annuncia: Beati voi poveri, voi affamati, voi che piangete, voi perseguitati. Lo ribadisce anche al rovescio: Guai a voi ricchi, sazi, allegri, lodati. Perché? Solo chi è cosciente del proprio bisogno, incontra la risposta di Cristo. Solo chi sperimenta un vuoto, si apre a domandare. Solo chi è ‘povero’ potrà godere della beatitudine promessa da Cristo. Chi crede di avere già tutto, rimane nella propria ‘sufficiente’ tristezza.

 

Occhi vivi e cuore aperto per ascoltare la chiamata….

Vangelo secondo Luca 6,12-19

In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

I DODICI

Accompagnati dall’evangelista Luca, seguiamo i passi di Gesù. Dopo una notte di preghiera di fronte a Dio Padre, Gesù compie la grande scelta che apre il futuro della sua presenza e della sua azione tra gli uomini: la chiamata dei dodici apostoli. E’ come porre il fondamento della casa, come aprire il primo rigagnolo del fiume che è la Chiesa. D’ora in poi, tutta la vita di Gesù si svolge in compagnia dei ‘dodici’. Inizia la missione che ha raggiunto e coinvolto anche noi.

 

Il dono di una nuova settimana!! Vivere con responsabilità e condivisione...

Vangelo secondo Luca 6,6-11

Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo.
Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo.
Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita.
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.

LA MISURA DELLA CARITA'

La controversia sul riposo del sabato, che impediva ogni azione ‘lavorativa’, offre ogni volta a Gesù l’occasione di dichiarare il valore della persona e di attuare il precetto della carità. Con un filo di ironia, Gesù sottolinea che il male si può pur fare di sabato; perché dunque non fare il bene? Perché non salvare una vita e non aiutare a vivere? Gesù supera ogni legge che limita la carità. Egli ci dona la misura per vagliare ogni legge umana e ogni comportamento considerato ‘legale’.