Vai al contenuto

Il Corriere di Bologna, che giovedì 6 giugno ne dà notizia con ampio risalto, lo fa nascere a ‘Palestrina’, ma noi sappiamo bene che è nato nella laguna veneta, nell’isola di Pellestrina. Ecco la grande notizia: Padre Olinto Marella sarà beato. Scrive il giornale: “L’attesissimo sì è arrivato martedì - 4 giugno 2019 – in tarda serata. All’unanimità. La commissione teologica della Santa Sede, composta da cardinali e vescovi, ha avallato definitivamente i risultati della commissione medica e quindi che il miracolo compiuto da Padre Marella con la guarigione improvvisa di Piero Nobilini, avvenuta nel 1985, è successo veramente”. Si prevede che l’annuncio ufficiale potrà essere comunicato dopo l’estate, insieme con la data della beatificazione. Il prossimo 6 settembre saranno cinquant’anni dalla morte di Padre Marella a Bologna, dove aveva fondato la città dei ragazzi e dove era conosciuto per il suo ‘cappello della carità’. Padre Marella ebbe una lunga, laboriosa e santa vita, che merita di essere raccontata, da Pellestrina, dov’era nato il 14 giugno 1882, alle varie peregrinazioni per l’Italia, fino all’ultima sua opera a Bologna.

 

CONQUISTATO DA CRISTO

In una magnifica cattedrale, che custodisce la memoria del popolo cristiano nei santi che ne hanno fatto la storia, riecheggia l’annuncio della santità di un uomo del nostro tempo, un uomo conosciuto, ci è passato vicino, la cui grazia ci ha toccato. 

L’ultima domenica di maggio partecipo in collegamento streaming alla Messa celebrata nella cattedrale di Modena dal vescovo Erio Castellucci, e ascolto l'omelia affidata al vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca. L'annuncio in diretta è una sorpresa che conferma l'aspettativa del cuore: a vent'anni dalla improvvisa morte viene avviata la causa di beatificazione di Enzo Piccinini. Ricordo in modo vivissimo la mattina in cui è squillata l’incredibile telefonata: "Stanotte Enzo Piccinini è morto in un incidente stradale". Quarantanove anni, chirurgo prestigioso, padre di quattro figli, suscitatore di comunità cristiane vive e di personalità vere.

...continua a leggere "Enzo Piccinini"

Lettere dal sito di Tracce
https://it.clonline.org/lettere/2019/02/27/multa-coppia-poliziotto

Un appuntamento importante per l'adozione di un figlio. Ma l'auto non ha la revisione, e lungo la strada una pattuglia li fa accostare per un controllo. Scatta il "fermo" della macchina. Solo che poi...

27.02.2019
Potete immaginare con quale trepidazione io e mia moglie siamo partiti quella mattina di qualche mese fa. Avevamo un importante appuntamento, decisivo nel nostro percorso di adozione che stiamo seguendo da diverso tempo. Come sarebbe andata? Avremmo avuto subito una risposta o avremmo dovuto attendere ancora? E cosa sarebbe successo "dopo"?

Ma poi, come spesso accade "per Grazia", ecco l'imprevisto a scompaginare i nostri piani. Una pattuglia della polizia ci ferma lungo la strada per un normale controllo. La mia auto non ha fatto la revisione. Risultato? Multa e fermo del veicolo, con la sola possibilità di proseguire fino ad una officina per la revisione immediata. Un vero disastro. Cerchiamo di spiegare ai poliziotti la nostra situazione, non possiamo tardare e rinviare...

E le nostre insistenze hanno successo: i poliziotti ci aiutano a trovare una officina aperta il sabato mattina (addirittura vicino al luogo dove stavamo andando...), permettendoci di non mancare l’appuntamento. Il giorno dopo, scriviamo una mail al comando di polizia, ringraziando per come eravamo stati aiutati. Per noi quello che era successo era già un piccolo miracolo, ma quello che è successo dopo lo ha incredibilmente superato.

Qualche giorno fa riceviamo un’altra notizia importante per il nostro percorso adottivo. Ma, nello stesso giorno arriva una mail. È di uno dei due poliziotti. Eccola:

«Carissimi, non vi ho mai dimenticato. Certo non vi conosco, se non per quel breve momento in cui ci siamo incontrati, quel sabato mattina lungo la statale. Ma da quel giorno, qualcosa dentro di me si è mosso. O mi ha mosso... Sapete, con il lavoro che faccio non mi capita spesso di sentirmi dire grazie, se non in modo sarcastico. Di certo non mi è mai capitato di sentirmelo dire dopo una multa. Quante volte ho pensato a voi! Ho avuto davanti a me una famiglia, anzi una Famiglia, che sta facendo un "cammino e che spera avrà un esito positivo", come avete scritto... Cosa vorrà mai dire? Posso sembrare noioso citando molte delle vostre frasi. Ma le ho lette tante di quelle volte, rilette, e ancora... Sono così calde, così dense. Che mistero il cosmo, l'esistenza, la vita... “Mistero”: un'altra parola che trovo nella vostra lettera. Io, senza saperlo, ho "accompagnato in maniera misteriosa" una Famiglia. Verso dove? Perché? Che mistero quell'incontro! Un Mistero molto più grande di noi, delle stelle... E in quel momento il tempo si ferma, giusto l'attimo di un battito di ciglia, ma che marchia a fuoco la mia anima per sempre. Non sono qui in cerca di risposte a tutte le mie domande; non mi permetterei mai di entrare nel vostro privato. Ma certe parole, come dicevo, lasciano un segno indelebile e volevo condividere con voi ciò che involontariamente mi avete donato. E che dire del riferimento al Signore, con cui la lettera termina? Che meraviglia! Sono grato a Dio per avermi messo sulla vostra strada, in tutti i sensi... Spero con tutto il cuore che il vostro cammino "abbia avuto un esito positivo" e che possiate vivere in pienezza d'amore la vostra vita. Che il Signore vi dia tutto ciò di cui avete bisogno».

Lettera firmata

GS. UN LUOGO DOVE DIRE IO CON VERITÀ

Quasi duemila ragazzi delle superiori della Lombardia si sono trovati per la Giornata di inizio anno di Gioventù Studentesca. Al mattino, il giocone al Parco Sempione di Milano. E nel pomeriggio, il dialogo con don Carrón... E anche a Chioggia... di Stefano Giorgi 

Domenica 7 ottobre ore 10, piazza Cadorna, a Milano, incomincia a riempirsi di ragazzi. Allegri si salutano, alcuni si abbracciano come se si ritrovassero dopo tanto tempo.

«Cosa c’è, una manifestazione sportiva?», chiede un passante incuriosito, «No, sono i ragazzi di Gioventù Studentesca che si trovano per la loro Giornata di inizio anno», «Ah». E rimane lì a guardare. Siamo quasi 1800 di Milano e Lombardia.

“Un luogo dove dire io con verità” è il titolo della giornata. «Se nella vita bisogna cercare questo luogo attraverso incontri, scoperte ed esperienze, allora nel gioco va messa a tema questa ricerca», spiega Matteo, insegnante di Educazione fisica e ideatore della caccia al tesoro al Parco Sempione. Le squadre sono state lanciate a cercare luoghi di arte e cultura e lì fare le prove.

I giessini di Milano radunati al Parco SempioneI giessini di Milano radunati al Parco Sempione

Il pomeriggio, al Teatro Dal VermeIl pomeriggio, al Teatro Dal Verme

Pronti, via! Poi il pranzo al sacco e i primi whatsapp di Marta: «Prof, come al solito io pensavo: che rottura giocare alle 11 di mattina, ma quel prof lì, con tutta la sua energia è stato un esempio di febbre di vita per cui il mio cuore è contento di aver trovato una compagnia dove posso vedere, toccare, ascoltare e vivere questa gioia... e poi i giochi: ognuno era una prova da superare per scoprire di più il proprio io».v

Finito il pranzo, ci si raduna davanti al teatro Dal Verme, per l’assemblea. La band di fiati di Giovanni, come al Triduo a Rimini, ci fa cantare nell’attesa che le porte si aprano.

Si entra: le note della Goccia di Chopin ci accolgono insieme alla proiezione del commento di don Giussani: «Quando un uomo si accorge di questa nota […] diventa come una fissazione. […] È la fissazione che fa l’uomo: il desiderio di felicità». Poi i canti e subito si entra nel vivo del dialogo tra tutti noi e don Julián Carrón. Un dialogo fatto di domande e contributi dei ragazzi, riportati da don Pigi, filmati (provocante lo spezzone del primo episodio della terza serie di Black Mirror, “Caduta libera”: la vita è rincorrere i like?), brani letterari e canzoni.

Carrón incalza subito: «Abbiamo voglia di riprendere perché abbiamo visto qualcosa di così affascinante da far venire la voglia di partecipare all’avventura del vivere o già cominciamo più stanchi di prima? La domanda che faccio a voi e a me stesso è quella che debbono affrontare tutti all’inizio del nuovo anno». Certo che abbiamo voglia. «Ma, come diceva don Giussani tanti anni fa: “Il grande problema del mondo oggi è: come si fa a vivere?”», incalza Pigi: «Come si fa, appunto, a vivere quando a volte prevale l’ansia del non riuscire ad essere come si vorrebbe, l’ansia del giudizio degli altri e, in fondo in fondo, una grande solitudine?».

 

...continua a leggere "Con gli occhi verso il Sìnodo sui GIOVANI"

MEETING DI RIMINI: AL CUORE DELLA DOMANDA UMANA

C'è una strana corrispondenza tra il libro di Giobbe e la ricerca dei pianeti che circondano le stelle. Giobbe, messo a dura prova per la perdita di ogni bene e la morte dei figli, rivolge a Dio disperate domande. Con decisione e pacatezza Dio lo interpella in una straordinaria sequenza: "Dov'eri tu quand'io ponevo le fondamenta della terra?...". Il mondo è ben più grande di quanto Giobbe possa immaginare, perché l'immensità dell'universo si proporziona con il Dio infinito. La domanda che agita il cuore di Giobbe e il cuore di ogni uomo è riconoscibile nello slancio di vita dei bambini che vediamo correre nei corridoi della Fiera di Rimini e nell'anelito di felicità che suscita ogni umana iniziativa. Nel Meeting il dramma di Giobbe e la profondità dell’universo indagato nella sua immensità e nel suo continuo sviluppo, diventano immagini, parole, spettacoli, incontri, e vanno a concretizzarsi nei volti delle persone e nei percorsi delle mostre. Le nuove misurazioni di galassie e pianeti vengono riproposte a ruota continua in una presentazione sempre frequentatissima.
Si potrà ammirare il Meeting per l'imponenza, la varietà e bellezza di tutto quanto viene presentato nei padiglioni, ma il vero punto di attrazione viene dallo sguardo sull'uomo e la sua storia, il suo desiderio e il suo dramma. “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l'uomo felice” recita il titolo del Meeting. Sono le forze che ci prendono e attirano nel destino di bene per il quale Dio ci ha creati. Ci specchiamo nel dramma di Giobbe, descritto in una grande mostra e delineato nel dialogo guidato da Monica Maggioni tra Julián Carrón e il filosofo laico Salvatore Natoli; ripercorriamo il cammino della vocazione e della missione di Papa Bergoglio e andiamo a scoprire l’ardimento della cupola di Brunelleschi nel Duomo di Firenze. La meraviglia dell’evento cristiano si comunica attraverso i fatti del passato, come il racconto di Mosè riproposto dalla sagace loquela del rabbino, e gli incontri del presente che riportano testimonianze di vita, come l’intervista autobiografica del Cardinal Scola, azioni di carità, proposte di lavoro, insieme con momenti di ristoro. 

La meraviglia si riaccende nell’incontro con le persone, che qui arrivano da tutte le regioni d’Italia e dai quattro angoli del mondo. Ci troviamo a pranzo con un prete e un drappello di donne indonesiane, professioniste e.o madri di famiglia, arrivate avendo superato uno slalom di ostacoli e dopo un lungo periodo di preparazione. Liete e vivaci, raccontano come imparano uno stile nuovo di vita e di servizio. In un rapido doppiaggio di linguaggi, si accendono domande e si svelano desideri, gli occhi si illuminano e i racconti si impennano. Si delinea il volto amico e familiare di Cristo che viene a incontrarci e a farci compagnia con pazienza e misericordia e condivide il dramma umano fino alla croce e alla risurrezione. La connessione della fede cristiana intreccia persone, popoli e culture e li accompagna in una storia della salvezza che continua nelle nostre vite. Di passaggio in passaggio, di volto in volto, scopriamo una storia che ci fa vivere.

Cristiani e Musulmani

Piccola Sorella GIULIANA tra Andrea Tornielli (a destra) e don Angelo Busetto

Testimonianza di Piccola Sorella Giuliana nella cattedrale di Chioggia.

Prima parte:

Seconda parte:

CORRENTI DI SANTITÀ

Il mondo è attraversato da tutte le correnti. Una corrente di commozione ci ha resi partecipi da quattro angoli della terra della vicenda dei ragazzini thailandesi liberati dalla grotta che li teneva prigionieri. Contemporaneamente sull’Europa e sull’Italia spirano correnti che chiudono le porte e i porti nei quali accogliere persone perdute nel 'mare nostrum', il Mediterraneo. Nel calendario cristiano continua a scorrere una sottile corrente di carità, richiamata dai santi del mese di luglio, con il giovane beato Piergiorgio Frassati che frequenta le soffitte dei poveri; San Camillo del Lellis che inventa i moderni ospedali; San Benedetto e la regola che accoglie gli stranieri come Cristo. Ci rinfreschiamo con l'acqua nuova dei santi. Senza arricciare il naso, schermendoci come chi dice: "Non sono mica santo...".
San Paolo non ha timore di chiamare santi gli ebrei e i pagani divenuti cristiani: gente che sperimenta la novità dell'incontro con Cristo nel vivere quotidiano, godendo la bellezza della fedeltà, la pace del perdono, il fascino della preghiera, nel contesto di un mondo chiuso e crudele. Piccoli gruppi in grandi città, nuclei di famiglie e comunità che si distinguono per una vita buona.
Com'è che in seguito si è arrivati a riconoscere come santi solo coloro che brillavano per la 'eroicità delle virtù', per la eccezionalità delle imprese, se non addirittura per la stranezza della forma di vita? Era mutato il contesto sociale; la sospirata libertà religiosa legalizzata da Costantino aveva allargato le maglie e tutti potevano diventare facilmente cristiani, fino a costituire una formale società cristiana. L'asticella si abbassava al livello di una fede qualunque e di una morale comune. Per considerare santo qualcuno, occorrevano ora persone eccezionali, o che avessero compiuto imprese straordinarie. Innalzandosi sopra gli altari, la santità si allontanava dalla pratica comune.
Ma – ai nostri giorni - sembra che il sistema del vivere pagano ritorni a invadere il mondo. In una società non più cristiana, diventano eccezionali il saluto fraterno, l'ospitalità al povero e allo straniero, la fedeltà nel matrimonio, la dedizione nel lavoro, la cura dell'ambiente, l'onestà nella vita pubblica. Diventano eccezionali la vicinanza a chi soffre, l'accoglienza del bambino concepito, dell'anziano malato di Alzheimer e del profugo. Diventa eccezionale chi si lascia prendere da un solo amore, Cristo. La santità ritorna a scorrere nei rivoli della vita quotidiana e fiorisce nei campi seminati e nei giardini di casa. La novità del cristianesimo può venire nuovamente riconosciuta non più solo nei grandi personaggi e nelle grandi imprese, ma nella vita quotidiana dei nostri vicini di casa e degli amici di comunità e di parrocchia. San Paolo può ancora chiamarci santi, come i primi cristiani.
Guardiamo dunque ogni giorno il volto dei santi e troveremo ristoro nei loro discorsi, come suggerisce il primo catechismo cristiano, la Didachè. La santità brilla in modo nuovo quando si tratta di una donna, già rinomata peccatrice, come Maria Maddalena. Cosa c’è di eccezionale in questa donna, se non i suoi errori? Ha molto sbagliato, suscitando una fama che ha attraversato i secoli. A un certo momento incontra Cristo e lo riconosce come unico vero Amore. La corrente della sua santità continua a sorprendere e in qualche modo a scandalizzare chi si ritiene 'benpensante'. Maddalena riscatta il proprio passato, e guadagna il presente e il futuro.
Anche se pare non trattarsi della stessa persona, la immaginiamo nella donna gettata a terra dalle minacce di morte e dalle pietre degli uomini giusti; la vediamo nella donna che spende un patrimonio per procurarsi l'olio con il quale profumare i piedi di Gesù e in seguito spalmarne il corpo martoriato. La santità di Maddalena nasce dall'amore. Forse che la santità è qualcosa di diverso dall’amore a Cristo? Anche la carità verso i poveri nasce dallo stesso amore. Lo testimoniano santi di tutte le epoche e di tutte le levature, da Vincenzo de Paoli a Camillo de Lellis, da Madre Teresa a Piergiorgio Frassati.
La vita diventa un cammino nel quale ogni giorno si guarda avanti compiendo un passo verso Cristo. Il passo della Maddalena la mattina di Pasqua: è andata a cercare Gesù quando tutti lo sapevano morto e sepolto; non è andata da sola alla sua tomba, e non ha trattenuto per sé la notizia della sua risurrezione. Attratta da Cristo, diventa punto d'attrazione per altri. Una santità contagiosa. Non si diventa santi da soli, ma nella compagnia della Chiesa. Lo dicono anche gli altri santi del mese di Luglio, santa Brigida, san Giacomo, Gioacchino e Anna genitori di Maria, Aquila e Priscilla, tutti diversi tra loro eppure tutti coinvolti con tante altre persone, dèdicate all’amore di Dio e alla sua opera. Cordate di santi, amici e parenti, ciascuno divenuto pastore dell'amico!!
Ma chi è alla ricerca della santità al giorno d'oggi? Oggi si cerca il lavoro, la fidanzata, il successo; al massimo si cercano buone amicizie. Chi immagina che il cammino della santità coincida con il cammino alla felicità? Una strada che comincia dalla pianura dell'umiltà e della docilità; si evidenzia nei piccoli gesti e si rafforza nei rapporti interpersonali. Dalla Maddalena del primo secolo, a Chiara Corbella degli nostri anni. Dal passato al presente, fino al Paradiso.

Marina Corradi - Avvenire 8 giugno 2018

«Ho provato a credere» esordisce la vibrante lettera di un professore di filosofia. Segue il racconto di una vita segnata dal dolore...

Caro direttore,
io ho provato a credere in Dio. Mille e mille volte da quando sono nato. Ho cominciato da bambino, quando all’oratorio un frate ci ripeteva le Ave Marie. Ci raccontava di un asino, di un bue, di una fuga in Egitto, e di Erode che non era riuscito a decapitare Cristo in culla. Mille volte stavo per dire sì, ci credo. Poi capitava sempre qualcosa... La prima volta è stata la mia nonna a convincermi dell’esistenza di Dio. La sua bontà, il suo sorriso uscito da una fotografia d’altri tempi, le sue mani che sapevano di borotalco e mi carezzavano la fronte. Vivevo abbracciato a lei. Mi sembrava di volare rispetto alla banalità dei miei coetanei. Loro razzolavano nei cortili, sulle spiagge, e io a volare con mia nonna. Poi mia nonna è rimasta paralizzata: la sua bocca si è stortata. Da angelo, l’ho vista satana: un’espressione sadica, un sorriso terribile, e un occhio più basso dell’altro, tirato da una parte. L’hanno portata via una notte in barella. Non l’avrei più rivista. E quando penso a lei, ancora oggi, la ricordo storta, nella maschera finale. Non riesco più a ritrovare i suoi occhi chiari, le sue mani di borotalco. Allora ho detto no a Dio, agli angeli. Mi sono sposato con un rito civile, e dopo due anni di matrimonio, mia moglie ha messo al mondo una creatura meravigliosa, uscita da un quadro di Renoir. Gli stessi colori di pelle rosa e i capelli biondi e ricci. Somigliava a mia nonna. Nascendo, aveva cancellato quel ghigno sul viso di mia nonna, e l’aveva fatta sorridere. Era lei. Lui era lei. Per un istante ho ripreso in mano tutto ciò che mi parlava di Cristo. Sono arrivato a pregare perché lui non s’ammalasse mai, perché le durezze del mondo lo risparmiassero almeno nei primi anni, e lo aggredissero dopo, più tardi, quando lui avesse fatto i muscoli dentro e fuori. E invece ancora una volta la mazzata del destino. Un attacco violento di una febbre sconosciuta. Una corsa all’ospedale, l’ossigeno che non bastava più... Se quel Dio c’era, in qualche modo ce l’aveva con me. S’accaniva, mi respingeva non appena io mi avvicinavo. E così avanti, fino a oggi. Oggi che insegno filosofia. Tante teorie, tante idee e marchingegni, per giustificare l’amarezza delle nostre esistenze. Quando mi capita di interrogare ragazzi che si dichiarano cattolici, li ascolto con grande attenzione. Cerco di capire i loro meccanismi cerebrali, i loro rapimenti, in fondo ai quali riescono a trovare Dio. Sono ateo. Mi costa dirlo. Fatico a dirlo. Mi vergogno a dirlo. Soprattutto davanti ai giovani, che hanno il diritto di sperare, il diritto di sognare un mondo migliore. Il diritto di volare, in questo terzo millennio, dove non conti soltanto il denaro, la raccomandazione, dove conti invece e soprattutto la dignità, il rispetto e anche la bontà. Che non è una forma di educazione per dare spazio a tutti, ma un atteggiamento per carezzare i cervelli degli altri, per non inquinarli, per non plagiarli mai. Per questo io chiedo scusa persino allo specchio del mio ateismo. Una strada dove la solitudine è la prima regola. Dove quello che otterrò fino all’ultimo istante di vita sarà il mio paradiso o il mio inferno. Così, mi ritrovo a passare i fine settimana negli agriturismo. Osservo la natura. Ma il gatto che corre davanti alla fattoria, finirà sotto un autobus. L’ho visto freddo, sull’asfalto, irriconoscibile. E quei cavalli nel galoppatoio? Come sono irascibili, eccitati. Si ribellano alla frusta, hanno delle impennate d’orgoglio. Ma poi s’ammalano, e muoiono. Anche loro immobili, irriconoscibili. E poi osservo i fiori dai colori sgargianti, che ti fanno pensare a qualcuno di superiore, a una mano che li ha inventati, creati. Ma basta una notte di pioggia, e li ritrovi melma, già nella terra, già preda di insetti. Siamo come fiori colorati e dischiusi, e inseguiamo il sole. Duriamo troppo poco. Il tempo di intuire questo misterioso malessere che non ci fa nemmeno riscaldare. Arriva già il vento, ogni anno più freddo dell’anno prima. Ho provato a volare mille volte, e sempre qualche sciagura incontrollata mi ha ributtato a terra. Penso che se Dio ci fosse stato, almeno un volo sarebbe arrivato alla meta. Ma non mi lamento, aspetto gli anni a venire, e voglio viverli istante dopo istante. Non chiedo pietà, e nemmeno tenerezza. Sono un fiore, finché c’è il sole. Poi comincerà a piovere. Per una malattia o per un altro dolore che non sopporterò, finirò mischiato al fango. Chissà chi mi calpesterà per primo.

Pino Enzo Beccaria

P.S. Scrivere questa lettera non è stato né semplice né facile. Un ateo che scrive ad “Avvenire”... Ma io al mattino, nella mia “mazzetta” voglio anche questo giornale perché lo trovo davvero confezionato più che bene.

Caro Beccaria,
il direttore mi ha affidato il difficile compito di rispondere alla sua bella lettera, la lettera di un professore di filosofia che si rammarica di essere ateo. Io sono una giornalista, non ho gli strumenti per dibattere con lei su un piano filosofico. Semplicemente le risponderò come farei con un amico che a tavola, una sera dopo cena, mi parlasse come parla lei. Non avendo la pretesa di convincerla, né di catechizzarla. Soltanto dialogando come con qualcuno che ti è caro. C’è stato un momento della mia vita, in cui avrei potuto scrivere parole simili alle sue. Attorno ai vent’anni. Non ero credente, come lei. Venivo da una famiglia sofferente e divisa. Noto perfino una singolare simmetria fra ciò che lei ricorda di sua nonna, e i miei primi anni con mia madre. Anche io ho passato la prima infanzia abbracciata a mia madre. Quasi ubriacata dalla sua straordinaria tenerezza. Felice, fra le sue braccia, come in un Eden. Anche io come lei, professore, ho visto quel volto amato trasfigurare, straziato da un lutto, e poi da una follia ingenerata dal dolore. Mia madre non era più la stessa, e io, sbigottita, ero stata cacciata dal mio Eden. Lei accenna a un figlio perduto; io sono marchiata dal ricordo di una sorella di quattordici anni, pallida, la treccia bruna su una spalla, il petto che si alzava a fatica in un respiro affannoso, nell’ultima lotta con una malattia mortale. E così, professore, una volta cresciuta io somigliavo un po’ a lei. Non riuscivo più a credere in un Dio buono, in un Dio che mi volesse bene. Se Dio c’era, pensavo, io non gli interessavo. Aveva le galassie e l’immensità dell’Universo cui badare, del resto, cosa mai poteva importargli di me. Quindi, caro Beccaria, io la capisco. E anche quando poi, adulta, dopo molti travagli, ho ritrovato la fede, non ho dimenticato o ripudiato quella ragazzina che si credeva dimenticata da Dio. Ogni tanto ancora si fa viva, discute con me, e io devo trovare le ragioni per convincerla. Purtroppo non godo di una fede pacificata, corazzata. Ogni volta che vedo il dolore – e soprattutto il dolore innocente, l’intollerabile dolore dei bambini – sono attraversata da una ribellione. Pretenderei spiegazioni, vorrei poter vedere il senso di tanta sofferenza. La ragazza che ero è ancora in me, con le sue domande brucianti. Ma in verità, e ormai sono quasi vecchia, il senso del dolore degli innocenti io non l’ho capito mai. È un mistero grande. Davanti al quale una volta maledivo – e ora, invece, prego. Lei, professore, scrive di un “malessere” che vede nella natura, perfino nella sofferenza e nella morte di poveri animali. Anche qui siamo simili: l’agonia di un animale, gli occhi sbarrati di un cane travolto sull’asfalto, mi turbano, perché quella creatura non sa nulla, nemmeno ha una coscienza, nemmeno può sperare. Lei certo conoscerà quella famosa poesia di Montale che recita: “Spesso il male di vivere ho incontrato:/ era il rivo strozzato che gorgoglia/ era l’incartocciarsi della foglia riarsa/ era il cavallo stramazzato...” C’è davvero, il misterioso malessere che lei vede nei cavalli inerti a terra, e che anche a me dà pena. Ma, da quando ho ritrovato la fede in Cristo, mi pare di riconoscere in quel male di vivere l’eco oscura di uno schianto che frantumò l’Eden. Di un peccato originale che ha marchiato il Creato, il quale pure, scrive Paolo nella Lettera ai Romani, “geme ed è in travaglio”. In sofferente attesa. Così come gli uomini attendono di essere liberati dal male e dal dolore: sapendolo, oppure anche negandolo. Non bastano certo poche righe su un giornale, per rispondere a una lettera come la sua. Né posso qui raccontare come sono tornata cristiana. Mi sono convinta negli anni però, come scrisse Emmanuel Mounier, che “Dio passa attraverso le ferite”. Che proprio le lacerazioni che la vita provoca in noi sono le fessure per cui Dio può raggiungerci – attraverso la nostra corazza di orgoglio. Il bel volto straziato di mia madre, il petto ansante della mia sorella quasi ancora bambina, sono stati, sì, dei solchi come di aratro in me. Ma, senza, io non avrei avvertito infine un così affannoso bisogno di Cristo. Senza quei solchi, non avrei mai capito che occorre, a un certo punto, arrendersi, e inginocchiarsi. E poi riprendere il cammino. E domandare che venga, colui che ha traversato la notte del Sabato santo. Che è sceso nel profondo della morte e del dolore, di tutto il dolore del mondo, e ne è tornato vivo, risorto – perché tutti noi possiamo vivere davvero, un giorno. La ventenne che sono stata si segnò un giorno su un quaderno, meravigliata, una frase di Pascal citata da Giovanni Paolo II in un’udienza: “Consolati, tu non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato”. Lei, professore, che si guarda allo specchio e rimpiange la sua mancanza di fede, e insistentemente interroga gli studenti credenti, cercando di capirne le ragioni: chissà che quella frase, professore, non riguardi anche lei.

 

COME LE RADICI DELL’ALBERO

Nel giro a Bologna con un gruppo di famiglie, la proposta di andare a visitare il monastero è una sorpresa, sbucata quando è svanita l’idea di salire al santuario della Madonna di San Luca dopo la visita all’Opera Marella, per la coincidenza del ‘ritorno a casa’ dell’icona della Madonna, che era stata portata in città nella settimana precedente.
In questo mese di maggio Maria ci ha fatto incrociare la sua immagine nel volto di persone vive in un monastero di clausura; gran parte degli adulti che sono con noi non hanno mai messo piede in un luogo così; per i bambini, la novità è totale. Veniamo accolti nella chiesa del monastero, e ci disponiamo accanto alla grata, sulla quale si affacciano due giovani monache. Suor Veronica si chiamava prima Valeria e qualcuno della nostra comitiva la conosce dal tempo della sua giovinezza nella nostra città. Suor Teresa Francesca viene dal sud. Per primi, sono i bimbi a domandare alle due monache come e perché hanno pensato a entrare in monastero e come fanno a vivere al chiuso. I volti lieti delle due non mostrano alcun impaccio. Non descrivono appena l’andamento della casa e la struttura della comunità, ma vibrano di un moto di libertà e di un accento di amore. Raccontano della famiglia, della parrocchia, dell’università, degli amici che le guardavano e delle persone che le hanno accompagnate nei passaggi di una laboriosa e vivace decisione. In un intreccio di circostanze che sembrano rincorrersi a caso – fatto di incontri, attese, prove, malattie dei familiari, lavoro, spostamenti da un luogo all’altro – si dipana il filo che conduce ciascuna delle due a riconoscere questo luogo come ‘casa propria’, dove le attende lo sposo amato e dove la vita diventa preghiera, si sviluppa in carità e si allarga al mondo. Anche i parenti, con discrezione e dedizione, si inseriscono nella vita del monastero, fino al punto che l’anziana mamma di Suor Francesca ne è diventata ospite permanente, i fratelli di Suor Veronica diventano familiari con le monache, e persone di varia provenienza domandano momenti di condivisione nella preghiera e nel silenzio. Bambini e adulti seguiamo con attenzione i volti e le parole delle due monache. Scopriamo un bosco nuovo nel grande continente della Chiesa, fino a scorgere le radici degli alberi sui quali fiorisce la Chiesa, nella carità e nella missione. L’opera di Dio raccoglie vite diverse, componendo carità e preghiera, contemplazione e azione. La comunione fermentata dalla presenza di Dio, unisce persone diverse e sconosciute; dal seme della grazia vediamo germogliare il frutto della letizia.

I VOLTI DELLA RICONOSCENZA

Per quanto tempo permane un sentimento di riconoscenza? L’uomo che abbiamo di fronte, ben attestato sugli ottant’anni, parla con voce convinta e commossa. Figlio di ragazza madre, morta quando lui aveva 5 anni, perché la penicillina non spettava ai poveri, vagò per un’intera estate sulle sponde del fiume, insieme con altri ragazzi. Non veniva accolto dai collegi, perché, “chi pagava la retta?”. Lo accolse Padre Marella, che non badava alle rette perché andava a raccoglierle lui stesso porgendo il cappello a un angolo di strada di Bologna, all’uscita di teatri e cinema. Romano Verardi racconta la sua storia davanti a un gruppo di famiglie, nella chiesetta in cui Padre Marella, morto nel 1969 è sepolto. Padre Olinto Marella, originario dell’isola di Pellestrina, costruì questa chiesa a forma ottagonale, sul modello del tempio della Madonna del’Apparizione nella sua isola. Aveva raggiunto Bologna dopo un lungo giro per i licei d’Italia, dove insegnava filosofia. A Bologna cominciò ad accogliere i ragazzi sperduti, rendendoli responsabili della struttura che li ospitava e collaboratori della educazione che ricevano. Ricordando chi ha fatto da padre a lui e ad altri ottomila ragazzi, il signor Romano, già imprenditore e ora presidente dell’Opera, ci travolge con un’ondata di commozione, comunicandoci il sentimento di riconoscenza che ha percorso tutta la sua esistenza. “La Chiesa lo farà santo quando vorrà – dice – ma per noi è già santo”.

L’Opera Marella che siamo venuti a visitare ci accoglie con l’immediatezza e la semplicità dei suoi ospiti e ci manifesta un’immagine di carità diretta, come un padre con i i figli, attraverso il metodo della libertà con la quale Cristo ci ha liberati – come dice la scritta sul frontone dell’edificio, ripresa da san Paolo - e della carità con la quale Cristo ama ciascuno personalmente. Le foto che spuntano qua e là nei vari ambienti dell’Opera a San Lazzaro di Savena nei pressi di Bologna, mostrano il volto anziano del Padre avvolto dalla lunga barba e illuminato da uno sguardo di bontà. Padre Marella appare spesso circondato da una schiera di bimbetti che lo guardano attenti o mentre parla con qualche giovanotto cresciutogli accanto, o con  qualche signore venuto a visitarlo. Padre Marella non ha avuto propriamente un successore al quale consegnare la sua Opera, che è stata presa in carico dai padri francescani ed è cresciuta con la collaborazione di alcuni suoi figli. Seguendo l’evoluzione del tempo, l’Opera Marella, dislocata in vari siti, accoglie ora poveri, emarginati, stranieri. Mentre ci servono a tavola o si dialoga insieme, vediamo brillare sui volti la stessa riconoscenza del nostro amico Romano.

Foto: 'abbiamo rotto l'uovo di Pasqua' regalato ai ragazzi in visita all'Opera Marella