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GS. UN LUOGO DOVE DIRE IO CON VERITÀ

Quasi duemila ragazzi delle superiori della Lombardia si sono trovati per la Giornata di inizio anno di Gioventù Studentesca. Al mattino, il giocone al Parco Sempione di Milano. E nel pomeriggio, il dialogo con don Carrón... E anche a Chioggia... di Stefano Giorgi 

Domenica 7 ottobre ore 10, piazza Cadorna, a Milano, incomincia a riempirsi di ragazzi. Allegri si salutano, alcuni si abbracciano come se si ritrovassero dopo tanto tempo.

«Cosa c’è, una manifestazione sportiva?», chiede un passante incuriosito, «No, sono i ragazzi di Gioventù Studentesca che si trovano per la loro Giornata di inizio anno», «Ah». E rimane lì a guardare. Siamo quasi 1800 di Milano e Lombardia.

“Un luogo dove dire io con verità” è il titolo della giornata. «Se nella vita bisogna cercare questo luogo attraverso incontri, scoperte ed esperienze, allora nel gioco va messa a tema questa ricerca», spiega Matteo, insegnante di Educazione fisica e ideatore della caccia al tesoro al Parco Sempione. Le squadre sono state lanciate a cercare luoghi di arte e cultura e lì fare le prove.

I giessini di Milano radunati al Parco SempioneI giessini di Milano radunati al Parco Sempione

Il pomeriggio, al Teatro Dal VermeIl pomeriggio, al Teatro Dal Verme

Pronti, via! Poi il pranzo al sacco e i primi whatsapp di Marta: «Prof, come al solito io pensavo: che rottura giocare alle 11 di mattina, ma quel prof lì, con tutta la sua energia è stato un esempio di febbre di vita per cui il mio cuore è contento di aver trovato una compagnia dove posso vedere, toccare, ascoltare e vivere questa gioia... e poi i giochi: ognuno era una prova da superare per scoprire di più il proprio io».v

Finito il pranzo, ci si raduna davanti al teatro Dal Verme, per l’assemblea. La band di fiati di Giovanni, come al Triduo a Rimini, ci fa cantare nell’attesa che le porte si aprano.

Si entra: le note della Goccia di Chopin ci accolgono insieme alla proiezione del commento di don Giussani: «Quando un uomo si accorge di questa nota […] diventa come una fissazione. […] È la fissazione che fa l’uomo: il desiderio di felicità». Poi i canti e subito si entra nel vivo del dialogo tra tutti noi e don Julián Carrón. Un dialogo fatto di domande e contributi dei ragazzi, riportati da don Pigi, filmati (provocante lo spezzone del primo episodio della terza serie di Black Mirror, “Caduta libera”: la vita è rincorrere i like?), brani letterari e canzoni.

Carrón incalza subito: «Abbiamo voglia di riprendere perché abbiamo visto qualcosa di così affascinante da far venire la voglia di partecipare all’avventura del vivere o già cominciamo più stanchi di prima? La domanda che faccio a voi e a me stesso è quella che debbono affrontare tutti all’inizio del nuovo anno». Certo che abbiamo voglia. «Ma, come diceva don Giussani tanti anni fa: “Il grande problema del mondo oggi è: come si fa a vivere?”», incalza Pigi: «Come si fa, appunto, a vivere quando a volte prevale l’ansia del non riuscire ad essere come si vorrebbe, l’ansia del giudizio degli altri e, in fondo in fondo, una grande solitudine?».

 

...continua a leggere "Con gli occhi verso il Sìnodo sui GIOVANI"

MEETING DI RIMINI: AL CUORE DELLA DOMANDA UMANA

C'è una strana corrispondenza tra il libro di Giobbe e la ricerca dei pianeti che circondano le stelle. Giobbe, messo a dura prova per la perdita di ogni bene e la morte dei figli, rivolge a Dio disperate domande. Con decisione e pacatezza Dio lo interpella in una straordinaria sequenza: "Dov'eri tu quand'io ponevo le fondamenta della terra?...". Il mondo è ben più grande di quanto Giobbe possa immaginare, perché l'immensità dell'universo si proporziona con il Dio infinito. La domanda che agita il cuore di Giobbe e il cuore di ogni uomo è riconoscibile nello slancio di vita dei bambini che vediamo correre nei corridoi della Fiera di Rimini e nell'anelito di felicità che suscita ogni umana iniziativa. Nel Meeting il dramma di Giobbe e la profondità dell’universo indagato nella sua immensità e nel suo continuo sviluppo, diventano immagini, parole, spettacoli, incontri, e vanno a concretizzarsi nei volti delle persone e nei percorsi delle mostre. Le nuove misurazioni di galassie e pianeti vengono riproposte a ruota continua in una presentazione sempre frequentatissima.
Si potrà ammirare il Meeting per l'imponenza, la varietà e bellezza di tutto quanto viene presentato nei padiglioni, ma il vero punto di attrazione viene dallo sguardo sull'uomo e la sua storia, il suo desiderio e il suo dramma. “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l'uomo felice” recita il titolo del Meeting. Sono le forze che ci prendono e attirano nel destino di bene per il quale Dio ci ha creati. Ci specchiamo nel dramma di Giobbe, descritto in una grande mostra e delineato nel dialogo guidato da Monica Maggioni tra Julián Carrón e il filosofo laico Salvatore Natoli; ripercorriamo il cammino della vocazione e della missione di Papa Bergoglio e andiamo a scoprire l’ardimento della cupola di Brunelleschi nel Duomo di Firenze. La meraviglia dell’evento cristiano si comunica attraverso i fatti del passato, come il racconto di Mosè riproposto dalla sagace loquela del rabbino, e gli incontri del presente che riportano testimonianze di vita, come l’intervista autobiografica del Cardinal Scola, azioni di carità, proposte di lavoro, insieme con momenti di ristoro. 

La meraviglia si riaccende nell’incontro con le persone, che qui arrivano da tutte le regioni d’Italia e dai quattro angoli del mondo. Ci troviamo a pranzo con un prete e un drappello di donne indonesiane, professioniste e.o madri di famiglia, arrivate avendo superato uno slalom di ostacoli e dopo un lungo periodo di preparazione. Liete e vivaci, raccontano come imparano uno stile nuovo di vita e di servizio. In un rapido doppiaggio di linguaggi, si accendono domande e si svelano desideri, gli occhi si illuminano e i racconti si impennano. Si delinea il volto amico e familiare di Cristo che viene a incontrarci e a farci compagnia con pazienza e misericordia e condivide il dramma umano fino alla croce e alla risurrezione. La connessione della fede cristiana intreccia persone, popoli e culture e li accompagna in una storia della salvezza che continua nelle nostre vite. Di passaggio in passaggio, di volto in volto, scopriamo una storia che ci fa vivere.

Cristiani e Musulmani

Piccola Sorella GIULIANA tra Andrea Tornielli (a destra) e don Angelo Busetto

Testimonianza di Piccola Sorella Giuliana nella cattedrale di Chioggia.

Prima parte:

Seconda parte:

CORRENTI DI SANTITÀ

Il mondo è attraversato da tutte le correnti. Una corrente di commozione ci ha resi partecipi da quattro angoli della terra della vicenda dei ragazzini thailandesi liberati dalla grotta che li teneva prigionieri. Contemporaneamente sull’Europa e sull’Italia spirano correnti che chiudono le porte e i porti nei quali accogliere persone perdute nel 'mare nostrum', il Mediterraneo. Nel calendario cristiano continua a scorrere una sottile corrente di carità, richiamata dai santi del mese di luglio, con il giovane beato Piergiorgio Frassati che frequenta le soffitte dei poveri; San Camillo del Lellis che inventa i moderni ospedali; San Benedetto e la regola che accoglie gli stranieri come Cristo. Ci rinfreschiamo con l'acqua nuova dei santi. Senza arricciare il naso, schermendoci come chi dice: "Non sono mica santo...".
San Paolo non ha timore di chiamare santi gli ebrei e i pagani divenuti cristiani: gente che sperimenta la novità dell'incontro con Cristo nel vivere quotidiano, godendo la bellezza della fedeltà, la pace del perdono, il fascino della preghiera, nel contesto di un mondo chiuso e crudele. Piccoli gruppi in grandi città, nuclei di famiglie e comunità che si distinguono per una vita buona.
Com'è che in seguito si è arrivati a riconoscere come santi solo coloro che brillavano per la 'eroicità delle virtù', per la eccezionalità delle imprese, se non addirittura per la stranezza della forma di vita? Era mutato il contesto sociale; la sospirata libertà religiosa legalizzata da Costantino aveva allargato le maglie e tutti potevano diventare facilmente cristiani, fino a costituire una formale società cristiana. L'asticella si abbassava al livello di una fede qualunque e di una morale comune. Per considerare santo qualcuno, occorrevano ora persone eccezionali, o che avessero compiuto imprese straordinarie. Innalzandosi sopra gli altari, la santità si allontanava dalla pratica comune.
Ma – ai nostri giorni - sembra che il sistema del vivere pagano ritorni a invadere il mondo. In una società non più cristiana, diventano eccezionali il saluto fraterno, l'ospitalità al povero e allo straniero, la fedeltà nel matrimonio, la dedizione nel lavoro, la cura dell'ambiente, l'onestà nella vita pubblica. Diventano eccezionali la vicinanza a chi soffre, l'accoglienza del bambino concepito, dell'anziano malato di Alzheimer e del profugo. Diventa eccezionale chi si lascia prendere da un solo amore, Cristo. La santità ritorna a scorrere nei rivoli della vita quotidiana e fiorisce nei campi seminati e nei giardini di casa. La novità del cristianesimo può venire nuovamente riconosciuta non più solo nei grandi personaggi e nelle grandi imprese, ma nella vita quotidiana dei nostri vicini di casa e degli amici di comunità e di parrocchia. San Paolo può ancora chiamarci santi, come i primi cristiani.
Guardiamo dunque ogni giorno il volto dei santi e troveremo ristoro nei loro discorsi, come suggerisce il primo catechismo cristiano, la Didachè. La santità brilla in modo nuovo quando si tratta di una donna, già rinomata peccatrice, come Maria Maddalena. Cosa c’è di eccezionale in questa donna, se non i suoi errori? Ha molto sbagliato, suscitando una fama che ha attraversato i secoli. A un certo momento incontra Cristo e lo riconosce come unico vero Amore. La corrente della sua santità continua a sorprendere e in qualche modo a scandalizzare chi si ritiene 'benpensante'. Maddalena riscatta il proprio passato, e guadagna il presente e il futuro.
Anche se pare non trattarsi della stessa persona, la immaginiamo nella donna gettata a terra dalle minacce di morte e dalle pietre degli uomini giusti; la vediamo nella donna che spende un patrimonio per procurarsi l'olio con il quale profumare i piedi di Gesù e in seguito spalmarne il corpo martoriato. La santità di Maddalena nasce dall'amore. Forse che la santità è qualcosa di diverso dall’amore a Cristo? Anche la carità verso i poveri nasce dallo stesso amore. Lo testimoniano santi di tutte le epoche e di tutte le levature, da Vincenzo de Paoli a Camillo de Lellis, da Madre Teresa a Piergiorgio Frassati.
La vita diventa un cammino nel quale ogni giorno si guarda avanti compiendo un passo verso Cristo. Il passo della Maddalena la mattina di Pasqua: è andata a cercare Gesù quando tutti lo sapevano morto e sepolto; non è andata da sola alla sua tomba, e non ha trattenuto per sé la notizia della sua risurrezione. Attratta da Cristo, diventa punto d'attrazione per altri. Una santità contagiosa. Non si diventa santi da soli, ma nella compagnia della Chiesa. Lo dicono anche gli altri santi del mese di Luglio, santa Brigida, san Giacomo, Gioacchino e Anna genitori di Maria, Aquila e Priscilla, tutti diversi tra loro eppure tutti coinvolti con tante altre persone, dèdicate all’amore di Dio e alla sua opera. Cordate di santi, amici e parenti, ciascuno divenuto pastore dell'amico!!
Ma chi è alla ricerca della santità al giorno d'oggi? Oggi si cerca il lavoro, la fidanzata, il successo; al massimo si cercano buone amicizie. Chi immagina che il cammino della santità coincida con il cammino alla felicità? Una strada che comincia dalla pianura dell'umiltà e della docilità; si evidenzia nei piccoli gesti e si rafforza nei rapporti interpersonali. Dalla Maddalena del primo secolo, a Chiara Corbella degli nostri anni. Dal passato al presente, fino al Paradiso.

Marina Corradi - Avvenire 8 giugno 2018

«Ho provato a credere» esordisce la vibrante lettera di un professore di filosofia. Segue il racconto di una vita segnata dal dolore...

Caro direttore,
io ho provato a credere in Dio. Mille e mille volte da quando sono nato. Ho cominciato da bambino, quando all’oratorio un frate ci ripeteva le Ave Marie. Ci raccontava di un asino, di un bue, di una fuga in Egitto, e di Erode che non era riuscito a decapitare Cristo in culla. Mille volte stavo per dire sì, ci credo. Poi capitava sempre qualcosa... La prima volta è stata la mia nonna a convincermi dell’esistenza di Dio. La sua bontà, il suo sorriso uscito da una fotografia d’altri tempi, le sue mani che sapevano di borotalco e mi carezzavano la fronte. Vivevo abbracciato a lei. Mi sembrava di volare rispetto alla banalità dei miei coetanei. Loro razzolavano nei cortili, sulle spiagge, e io a volare con mia nonna. Poi mia nonna è rimasta paralizzata: la sua bocca si è stortata. Da angelo, l’ho vista satana: un’espressione sadica, un sorriso terribile, e un occhio più basso dell’altro, tirato da una parte. L’hanno portata via una notte in barella. Non l’avrei più rivista. E quando penso a lei, ancora oggi, la ricordo storta, nella maschera finale. Non riesco più a ritrovare i suoi occhi chiari, le sue mani di borotalco. Allora ho detto no a Dio, agli angeli. Mi sono sposato con un rito civile, e dopo due anni di matrimonio, mia moglie ha messo al mondo una creatura meravigliosa, uscita da un quadro di Renoir. Gli stessi colori di pelle rosa e i capelli biondi e ricci. Somigliava a mia nonna. Nascendo, aveva cancellato quel ghigno sul viso di mia nonna, e l’aveva fatta sorridere. Era lei. Lui era lei. Per un istante ho ripreso in mano tutto ciò che mi parlava di Cristo. Sono arrivato a pregare perché lui non s’ammalasse mai, perché le durezze del mondo lo risparmiassero almeno nei primi anni, e lo aggredissero dopo, più tardi, quando lui avesse fatto i muscoli dentro e fuori. E invece ancora una volta la mazzata del destino. Un attacco violento di una febbre sconosciuta. Una corsa all’ospedale, l’ossigeno che non bastava più... Se quel Dio c’era, in qualche modo ce l’aveva con me. S’accaniva, mi respingeva non appena io mi avvicinavo. E così avanti, fino a oggi. Oggi che insegno filosofia. Tante teorie, tante idee e marchingegni, per giustificare l’amarezza delle nostre esistenze. Quando mi capita di interrogare ragazzi che si dichiarano cattolici, li ascolto con grande attenzione. Cerco di capire i loro meccanismi cerebrali, i loro rapimenti, in fondo ai quali riescono a trovare Dio. Sono ateo. Mi costa dirlo. Fatico a dirlo. Mi vergogno a dirlo. Soprattutto davanti ai giovani, che hanno il diritto di sperare, il diritto di sognare un mondo migliore. Il diritto di volare, in questo terzo millennio, dove non conti soltanto il denaro, la raccomandazione, dove conti invece e soprattutto la dignità, il rispetto e anche la bontà. Che non è una forma di educazione per dare spazio a tutti, ma un atteggiamento per carezzare i cervelli degli altri, per non inquinarli, per non plagiarli mai. Per questo io chiedo scusa persino allo specchio del mio ateismo. Una strada dove la solitudine è la prima regola. Dove quello che otterrò fino all’ultimo istante di vita sarà il mio paradiso o il mio inferno. Così, mi ritrovo a passare i fine settimana negli agriturismo. Osservo la natura. Ma il gatto che corre davanti alla fattoria, finirà sotto un autobus. L’ho visto freddo, sull’asfalto, irriconoscibile. E quei cavalli nel galoppatoio? Come sono irascibili, eccitati. Si ribellano alla frusta, hanno delle impennate d’orgoglio. Ma poi s’ammalano, e muoiono. Anche loro immobili, irriconoscibili. E poi osservo i fiori dai colori sgargianti, che ti fanno pensare a qualcuno di superiore, a una mano che li ha inventati, creati. Ma basta una notte di pioggia, e li ritrovi melma, già nella terra, già preda di insetti. Siamo come fiori colorati e dischiusi, e inseguiamo il sole. Duriamo troppo poco. Il tempo di intuire questo misterioso malessere che non ci fa nemmeno riscaldare. Arriva già il vento, ogni anno più freddo dell’anno prima. Ho provato a volare mille volte, e sempre qualche sciagura incontrollata mi ha ributtato a terra. Penso che se Dio ci fosse stato, almeno un volo sarebbe arrivato alla meta. Ma non mi lamento, aspetto gli anni a venire, e voglio viverli istante dopo istante. Non chiedo pietà, e nemmeno tenerezza. Sono un fiore, finché c’è il sole. Poi comincerà a piovere. Per una malattia o per un altro dolore che non sopporterò, finirò mischiato al fango. Chissà chi mi calpesterà per primo.

Pino Enzo Beccaria

P.S. Scrivere questa lettera non è stato né semplice né facile. Un ateo che scrive ad “Avvenire”... Ma io al mattino, nella mia “mazzetta” voglio anche questo giornale perché lo trovo davvero confezionato più che bene.

Caro Beccaria,
il direttore mi ha affidato il difficile compito di rispondere alla sua bella lettera, la lettera di un professore di filosofia che si rammarica di essere ateo. Io sono una giornalista, non ho gli strumenti per dibattere con lei su un piano filosofico. Semplicemente le risponderò come farei con un amico che a tavola, una sera dopo cena, mi parlasse come parla lei. Non avendo la pretesa di convincerla, né di catechizzarla. Soltanto dialogando come con qualcuno che ti è caro. C’è stato un momento della mia vita, in cui avrei potuto scrivere parole simili alle sue. Attorno ai vent’anni. Non ero credente, come lei. Venivo da una famiglia sofferente e divisa. Noto perfino una singolare simmetria fra ciò che lei ricorda di sua nonna, e i miei primi anni con mia madre. Anche io ho passato la prima infanzia abbracciata a mia madre. Quasi ubriacata dalla sua straordinaria tenerezza. Felice, fra le sue braccia, come in un Eden. Anche io come lei, professore, ho visto quel volto amato trasfigurare, straziato da un lutto, e poi da una follia ingenerata dal dolore. Mia madre non era più la stessa, e io, sbigottita, ero stata cacciata dal mio Eden. Lei accenna a un figlio perduto; io sono marchiata dal ricordo di una sorella di quattordici anni, pallida, la treccia bruna su una spalla, il petto che si alzava a fatica in un respiro affannoso, nell’ultima lotta con una malattia mortale. E così, professore, una volta cresciuta io somigliavo un po’ a lei. Non riuscivo più a credere in un Dio buono, in un Dio che mi volesse bene. Se Dio c’era, pensavo, io non gli interessavo. Aveva le galassie e l’immensità dell’Universo cui badare, del resto, cosa mai poteva importargli di me. Quindi, caro Beccaria, io la capisco. E anche quando poi, adulta, dopo molti travagli, ho ritrovato la fede, non ho dimenticato o ripudiato quella ragazzina che si credeva dimenticata da Dio. Ogni tanto ancora si fa viva, discute con me, e io devo trovare le ragioni per convincerla. Purtroppo non godo di una fede pacificata, corazzata. Ogni volta che vedo il dolore – e soprattutto il dolore innocente, l’intollerabile dolore dei bambini – sono attraversata da una ribellione. Pretenderei spiegazioni, vorrei poter vedere il senso di tanta sofferenza. La ragazza che ero è ancora in me, con le sue domande brucianti. Ma in verità, e ormai sono quasi vecchia, il senso del dolore degli innocenti io non l’ho capito mai. È un mistero grande. Davanti al quale una volta maledivo – e ora, invece, prego. Lei, professore, scrive di un “malessere” che vede nella natura, perfino nella sofferenza e nella morte di poveri animali. Anche qui siamo simili: l’agonia di un animale, gli occhi sbarrati di un cane travolto sull’asfalto, mi turbano, perché quella creatura non sa nulla, nemmeno ha una coscienza, nemmeno può sperare. Lei certo conoscerà quella famosa poesia di Montale che recita: “Spesso il male di vivere ho incontrato:/ era il rivo strozzato che gorgoglia/ era l’incartocciarsi della foglia riarsa/ era il cavallo stramazzato...” C’è davvero, il misterioso malessere che lei vede nei cavalli inerti a terra, e che anche a me dà pena. Ma, da quando ho ritrovato la fede in Cristo, mi pare di riconoscere in quel male di vivere l’eco oscura di uno schianto che frantumò l’Eden. Di un peccato originale che ha marchiato il Creato, il quale pure, scrive Paolo nella Lettera ai Romani, “geme ed è in travaglio”. In sofferente attesa. Così come gli uomini attendono di essere liberati dal male e dal dolore: sapendolo, oppure anche negandolo. Non bastano certo poche righe su un giornale, per rispondere a una lettera come la sua. Né posso qui raccontare come sono tornata cristiana. Mi sono convinta negli anni però, come scrisse Emmanuel Mounier, che “Dio passa attraverso le ferite”. Che proprio le lacerazioni che la vita provoca in noi sono le fessure per cui Dio può raggiungerci – attraverso la nostra corazza di orgoglio. Il bel volto straziato di mia madre, il petto ansante della mia sorella quasi ancora bambina, sono stati, sì, dei solchi come di aratro in me. Ma, senza, io non avrei avvertito infine un così affannoso bisogno di Cristo. Senza quei solchi, non avrei mai capito che occorre, a un certo punto, arrendersi, e inginocchiarsi. E poi riprendere il cammino. E domandare che venga, colui che ha traversato la notte del Sabato santo. Che è sceso nel profondo della morte e del dolore, di tutto il dolore del mondo, e ne è tornato vivo, risorto – perché tutti noi possiamo vivere davvero, un giorno. La ventenne che sono stata si segnò un giorno su un quaderno, meravigliata, una frase di Pascal citata da Giovanni Paolo II in un’udienza: “Consolati, tu non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato”. Lei, professore, che si guarda allo specchio e rimpiange la sua mancanza di fede, e insistentemente interroga gli studenti credenti, cercando di capirne le ragioni: chissà che quella frase, professore, non riguardi anche lei.

 

COME LE RADICI DELL’ALBERO

Nel giro a Bologna con un gruppo di famiglie, la proposta di andare a visitare il monastero è una sorpresa, sbucata quando è svanita l’idea di salire al santuario della Madonna di San Luca dopo la visita all’Opera Marella, per la coincidenza del ‘ritorno a casa’ dell’icona della Madonna, che era stata portata in città nella settimana precedente.
In questo mese di maggio Maria ci ha fatto incrociare la sua immagine nel volto di persone vive in un monastero di clausura; gran parte degli adulti che sono con noi non hanno mai messo piede in un luogo così; per i bambini, la novità è totale. Veniamo accolti nella chiesa del monastero, e ci disponiamo accanto alla grata, sulla quale si affacciano due giovani monache. Suor Veronica si chiamava prima Valeria e qualcuno della nostra comitiva la conosce dal tempo della sua giovinezza nella nostra città. Suor Teresa Francesca viene dal sud. Per primi, sono i bimbi a domandare alle due monache come e perché hanno pensato a entrare in monastero e come fanno a vivere al chiuso. I volti lieti delle due non mostrano alcun impaccio. Non descrivono appena l’andamento della casa e la struttura della comunità, ma vibrano di un moto di libertà e di un accento di amore. Raccontano della famiglia, della parrocchia, dell’università, degli amici che le guardavano e delle persone che le hanno accompagnate nei passaggi di una laboriosa e vivace decisione. In un intreccio di circostanze che sembrano rincorrersi a caso – fatto di incontri, attese, prove, malattie dei familiari, lavoro, spostamenti da un luogo all’altro – si dipana il filo che conduce ciascuna delle due a riconoscere questo luogo come ‘casa propria’, dove le attende lo sposo amato e dove la vita diventa preghiera, si sviluppa in carità e si allarga al mondo. Anche i parenti, con discrezione e dedizione, si inseriscono nella vita del monastero, fino al punto che l’anziana mamma di Suor Francesca ne è diventata ospite permanente, i fratelli di Suor Veronica diventano familiari con le monache, e persone di varia provenienza domandano momenti di condivisione nella preghiera e nel silenzio. Bambini e adulti seguiamo con attenzione i volti e le parole delle due monache. Scopriamo un bosco nuovo nel grande continente della Chiesa, fino a scorgere le radici degli alberi sui quali fiorisce la Chiesa, nella carità e nella missione. L’opera di Dio raccoglie vite diverse, componendo carità e preghiera, contemplazione e azione. La comunione fermentata dalla presenza di Dio, unisce persone diverse e sconosciute; dal seme della grazia vediamo germogliare il frutto della letizia.

I VOLTI DELLA RICONOSCENZA

Per quanto tempo permane un sentimento di riconoscenza? L’uomo che abbiamo di fronte, ben attestato sugli ottant’anni, parla con voce convinta e commossa. Figlio di ragazza madre, morta quando lui aveva 5 anni, perché la penicillina non spettava ai poveri, vagò per un’intera estate sulle sponde del fiume, insieme con altri ragazzi. Non veniva accolto dai collegi, perché, “chi pagava la retta?”. Lo accolse Padre Marella, che non badava alle rette perché andava a raccoglierle lui stesso porgendo il cappello a un angolo di strada di Bologna, all’uscita di teatri e cinema. Romano Verardi racconta la sua storia davanti a un gruppo di famiglie, nella chiesetta in cui Padre Marella, morto nel 1969 è sepolto. Padre Olinto Marella, originario dell’isola di Pellestrina, costruì questa chiesa a forma ottagonale, sul modello del tempio della Madonna del’Apparizione nella sua isola. Aveva raggiunto Bologna dopo un lungo giro per i licei d’Italia, dove insegnava filosofia. A Bologna cominciò ad accogliere i ragazzi sperduti, rendendoli responsabili della struttura che li ospitava e collaboratori della educazione che ricevano. Ricordando chi ha fatto da padre a lui e ad altri ottomila ragazzi, il signor Romano, già imprenditore e ora presidente dell’Opera, ci travolge con un’ondata di commozione, comunicandoci il sentimento di riconoscenza che ha percorso tutta la sua esistenza. “La Chiesa lo farà santo quando vorrà – dice – ma per noi è già santo”.

L’Opera Marella che siamo venuti a visitare ci accoglie con l’immediatezza e la semplicità dei suoi ospiti e ci manifesta un’immagine di carità diretta, come un padre con i i figli, attraverso il metodo della libertà con la quale Cristo ci ha liberati – come dice la scritta sul frontone dell’edificio, ripresa da san Paolo - e della carità con la quale Cristo ama ciascuno personalmente. Le foto che spuntano qua e là nei vari ambienti dell’Opera a San Lazzaro di Savena nei pressi di Bologna, mostrano il volto anziano del Padre avvolto dalla lunga barba e illuminato da uno sguardo di bontà. Padre Marella appare spesso circondato da una schiera di bimbetti che lo guardano attenti o mentre parla con qualche giovanotto cresciutogli accanto, o con  qualche signore venuto a visitarlo. Padre Marella non ha avuto propriamente un successore al quale consegnare la sua Opera, che è stata presa in carico dai padri francescani ed è cresciuta con la collaborazione di alcuni suoi figli. Seguendo l’evoluzione del tempo, l’Opera Marella, dislocata in vari siti, accoglie ora poveri, emarginati, stranieri. Mentre ci servono a tavola o si dialoga insieme, vediamo brillare sui volti la stessa riconoscenza del nostro amico Romano.

Foto: 'abbiamo rotto l'uovo di Pasqua' regalato ai ragazzi in visita all'Opera Marella

SANTA MESSA di Domenica di Pasqua, 1° aprile 2018

Piazza San Pietro

Dopo l’ascolto della Parola di Dio, di questo passo del Vangelo, mi vengono da dire tre cose.

Primo: l’annuncio. Lì c’è un annuncio: il Signore è risorto. Quell’annuncio che dai primi tempi dei cristiani andava di bocca in bocca; era il saluto: il Signore è risorto. E le donne, che sono andate per ungere in corpo del Signore, si sono trovate davanti ad una sorpresa. La sorpresa … Gli annunci di Dio sono sempre sorprese, perché il nostro Dio è il Dio delle sorprese. È così fin dall’inizio della storia della salvezza, dal nostro padre Abramo, Dio ti sorprende: “Ma, vai, vai, lascia, vattene dalla tua terra e va”. E Sempre c’è una sorpresa dietro l’altra. Dio non sa fare un annuncio senza sorprenderci. E la sorpresa è ciò che ti commuove il cuore, che ti tocca proprio lì, dove tu non lo aspetti. Per dirlo un po’ con il linguaggio dei giovani: la sorpresa è un colpo basso; tu non te lo aspetti. E Lui va e ti commuove. Primo: l’annuncio fatto sorpresa.

Secondo: la fretta. Le donne corrono, vanno di fretta a dire: “Ma, abbiamo trovato questo!”. Le soprese di Dio ci mettono in cammino, subito, senza aspettare. E così corrono per vedere. E Pietro e Giovanni corrono. I pastori, quella notte di Natale, corrono: “Andiamo a Betlemme a vedere questo che ci hanno detto gli angeli”. E la Samaritana, corre per dire alla sua gente: “Questa è una novità: ho trovato un uomo che mi ha detto tutto quello che io ho fatto”. E la gente sapeva le cose che questa aveva fatto. E quella gente, corre, lascia quello che sta facendo, anche la casalinga lascia le patate nella pentola – le troverà bruciate -, ma l’importante è andare, correre, per vedere quella sorpresa, quell’annuncio. Anche oggi succede. Nei nostri quartieri, nei villaggi quando succede qualcosa di straordinario, la gente corre a vedere. Andare di fretta. Andrea, non ha perso tempo e di fretta è andato da Pietro a dirgli: “Abbiamo trovato il Messia”. Le sorprese, le buone notizie, si danno sempre così: di fretta. Nel Vangelo c’è uno che si prende un po’ di tempo; non vuole rischiare. Ma il Signore è buono, lo aspetta con amore, è Tommaso. “Io crederò quando vedrò le piaghe” dice. Anche il Signore ha pazienza per coloro che non vanno così di fretta.

L’annuncio-sorpresa, la risposta di fretta e il terzo che io vorrei dirvi oggi è una domanda: “E io? Ho il cuore aperto alle sorprese di Dio, sono capace di andare di fretta o sempre con quella cantilena: “Ma, domani vedrò, domani, domani?”. Cosa dice a me la sorpresa? Giovanni e Pietro sono andati di corsa al sepolcro. Di Giovanni il Vangelo ci dice: “Credette”. Anche Pietro: “Credette”, ma a suo modo, con la fede un po’ mischiata con il rimorso di aver rinnegato il Signore. L’annuncio fatto sorpresa, la corsa\andare di fretta, e la domanda: “E io, oggi, in questa Pasqua 2018, io che faccio? Tu, che fai?


IL CELLULARE E IL VANGELO

I cinesi li trovi un po’ dappertutto, e riscontri che sono bravissimi ad rammendare indumenti e ad aggiustare oggetti, come si usava una volta nei paesi, secondo l’abilità di tante brave donne e di esperti artigiani. I cinesi sono avanti anche nel risanamento dei cellulari slabbrati, feriti, annegati. Vieni accompagnato a scovare i cinesi nel cantuccio del bottegone dove si vende di tutto; un giovanotto armeggia con il computer sul tavolino ingombro di ogni confusione, e in pochi minuti ti dice la malattia del tuo aggeggio, il rimedio e il costo. Intanto, l’amichetto che gli sta accanto chiede – chissà perché – se sei sposato. “No.”. Come mai? Non ami? “Amo soprattutto Gesù”. Non capisce; non sa chi è Gesù o non capisce il senso. Dico che la vita di Gesù è raccontata nel Vangelo e allora ai due si illuminano gli occhi. Del Vangelo hanno sentito parlare e dicono: Luca… Già: Matteo, Marco, Luca, Giovanni hanno scritto la vita di Gesù. Domanda cruciale: Cristiani e cattolici sono la stessa cosa? Risposta flash: “I cattolici sono quelli che seguono il Papa, Papa Francesco”. Altro assenso dei due. L’operazione oggetto-da-aggiustare si sbriga presto e il congedo avviene con una promessa: “Torno un’altra volta e vi porto il libro del Vangelo”. Ricambiano con un sorriso. Rimango sorpreso dell’occasione offerta da un piccolo incidente al cellulare. Non tutti i cinesi saranno così curiosi, ma certo questa è una spia che si accende. Dai tempi di Francesco Saverio – il santo missionario che ricordiamo ai primi di dicembre – in India, in Giappone e alle porte della Cina, ne è passata di acqua sotto i ponti di Chioggia. Dai tempi in cui il gesuita Matteo Ricci si vestiva da mandarino e catturava l’attenzione della corte del principe con gli accenti della sapienza cristiana, sono passati secoli di distanze e di vicinanze, di martirio e di missione. Ora in Cina i nostri giovani ci vanno per lavoro, e i commercianti per vendere e comperare, e da noi i cinesi invadono piazze, negozietti e supermercati collaborando a risolverci una miriade di problemini più o meno casalinghi. Portano affari e curiosità, sorriso e mistero. Incontrano le nostre facce e i nostri usi, la nostra religione e la nostra indifferenza. Non sarà questa l’occasione in cui il cristianesimo si può presentare senza forzature, senza proselitismi, senza pretese, anche aggiustando un cellulare? Con l’evidenza del sorriso e di una vita buona. Con un Vangelo regalato, una pizza condivisa, un saluto ricambiato. Le vie del Signore sono infinite. Le puoi percorrere anche senza attraversare i mari. Forse si intercetta una domanda, una curiosità, un bisogno. Cristo è all’opera.

Dopo la Colletta Alimentare 2017

Certe cose non ci passano nemmeno per la testa. Stimi, apprezzi, proponi un gesto bello e utile, ma poi tu non arrivi a farlo. Come un predicatore dal pulpito. Capita per tante cose, e in questi giorni è capitato per la Colletta Alimentare. Mai che ti fosse venuta l’idea di parteciparvi personalmente come volontario, mettendoti all’ingresso di un supermercato come tante persone amiche e sconosciute, pettorina al petto e sorriso splendente: “Signora, è il giorno della Colletta Alimentare. Una piccola spesa per i poveri”, quindi la consegna di sacchettino giallo e volantino. Di buon mattino partecipavi al fischio di inizio, al breve raduno nella piazzetta della Chiesa, con la preghiera dell’Angelus e le ultime indicazioni operative. Nel corso della giornata, facevi un salto al supermercato senza varcarne la soglia, davi un caloroso saluto agli amici appostati all’ingresso, e consegnavi una sommetta con la raccomandazione-scusa: “Fate la spesa della Colletta al posto mio; voi sapete scegliere i prodotti!”. E via.

Quest’anno ti ritrovi a indossare la pettorina gialla e ad appostarti all’ingresso del supermercato; trovi altre persone ‘nuove’ e sai di ragazzini, suore e genitori appostati in varie località. Lieti tutti  di intercettare i volti della gente, e più lieti ancora di essere riconosciuti: semplicità e cordialità e quasi entusiasmo, qualche spiegazione, qualche rapida confidenza, come accade quando si cammina in strada; appena qualche cliente scivola via con passo veloce e viso rabbuiato.

La decisione di condividere la Colletta facendola, è spuntata da sola e si è fatta ritrovare da diverse persone come il sole al risveglio del mattino. Dev’essere maturata in una sorta di contaminazione positiva: gli amici, la gente più varia, il diffuso clima di partecipazione, l’evidenza del vantaggio che ne deriva ai poveri, il consenso esplicito della Chiesa, fino al vescovo e fino al Papa, hanno fatto diventare ‘naturale’ questo gesto.

A questo punto sorge una domanda: quanti passi occorrono per la conversione? Questa volta si trattava di un gesto piccolissimo, che comportava un passaggio minimo. E quando è in gioco un cambiamento di vita? Quanti passi, quale maturazione, quali benefici influssi, quale moto del cuore occorre? Desideriamo e invochiamo che il figlio, il marito, l’amico e l’amica, l’alunno, il collega, facciano un passo di conversione verso la fedeltà, verso la missione, verso un ravvedimento e una ripresa. Dalla conversione di Zaccheo al pentimento di Pietro, dall’uscita fuori del vizio fino al coinvolgimento in un’opera di carità, ci insegue la paziente misericordia di Dio e la sua generosa bontà. E finalmente vedi sbocciare un frutto buono e nuovo dalla pianta antica.