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Che cosa sa dire chi vede con le mani
di Ferdinando Camon, Avvenire sabato 1 aprile 2017

C’è una foto tra le tante e tutte molto belle di Francesco tra i ciechi di un centro romano, la foto di una bimba che abbraccia il Papa, che mi emoziona. Stavo per dire "mi commuove", ma è troppo poco.
C’è una foto tra le tante e tutte molto belle di Francesco tra i ciechi di un centro romano, la foto di una bimba che abbraccia il Papa, che mi emoziona per tante ragioni. Stavo per dire "mi commuove", ma "mi commuove" è troppo poco, non include la quantità della reazione. Ne include solo la parte sentimentale, ma qui c’è anche una parte razionale.
C’è molto da sentire, ma anche molto da capire. Per la bambina cieca, abbracciare il Papa è un modo per "vederlo". I ciechi vedono "tastando".
Dunque, la piccola "tasta il Papa". Ma lei è piccola, come fa a tastarlo? Nella foto che sta su giornali e siti internet non si vede chiaramente, perché la foto inquadra le due teste, ma la didascalia che sta sotto ce lo spiega: la piccola si alza sulla punta dei piedi. C’è abituata, sa che con i grandi deve fare così. Alzata sui piedi, alza ancora più in alto le braccia, e tasta con le mani. ...continua a leggere "L’emozionante foto d’una bimba col Papa."

di Francesco Lambiasi *Vescovo di Rimini*

Lettera ad Avvenire
Caro direttore,
scrivo di getto perché ho una cosa bella da raccontarti, di quelle che si confidano con il “tu”, sottovoce, tra amici. È una storia bella, bellissima, perché autentica, ardente di amicizia, contagiosa di perfetta letizia. È per questo che l’affido a te, perché diventi come una pagina di quel “quinto evangelo” che potranno gustare in molti. Mercoledì scorso, qui a Rimini, mi è morto un prete, don Giuseppe. Quando ho detto prete, ho detto tutto.

Non era un clericale: era proprio un prete–prete. Lo era con tutto se stesso: mite, battagliero, trasparente e innamorato, forte e tenerissimo. Aveva capito che per amare le persone, bisogna imparare a perdere. Per questo voleva bene a tutti, senza mai legare nessuno a sé. Ed era contento. Spesso diceva: «Non saprei immaginarmi diverso da quello che sono».

Che miracolo, un prete contento! Domenica scorsa ho concelebrato la Messa con lui. Prima di cominciare siamo rimasti da soli per un minuto. Gli ho chiesto: «Lo sai, vero, che per te questa è l’ultima Messa? Come la vuoi celebrare?». Mi ha risposto con un lampo negli occhi: «Come la prima». Dopo il Vangelo – era quello della triplice domanda di Gesù a Simone di Giovanni: «Mi ami?» – quando gli ho spalmato le palme delle mani con l’olio degli infermi, mi sono sentito investito da ondate di profumo che venivano dal crisma della sua ordinazione.

Alla fine ci ha lasciato il suo testamento: «Ogni volta che ho celebrato la Messa – era arrivato al suo quarantacinquesino anno di ministero – mi sono sempre fermato su quelle parole: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”». E calcando l’aggettivo “mio”, mi è sembrato volesse dire: “In questo momento, non perché io sia bravo, ma perché il Signore mi ha scelto e amato, il suo amore è in me e io sono in lui. Ho qui tra le mie mani la sua vita che diventa la mia, e la mia che diventa la sua”. L’Eucaristia fa della vita del prete un corpo donato, che continua a perdere sangue... In molti avevamo chiesto la grazia della sua guarigione, affidandola alla preghiera di don Giussani e del nostro don Benzi, ma lui rispondeva: «Non chiediamo al Signore di fare la nostra volontà. Chiediamogli la grazia di essere umili e disponibili a fare la sua».

Comunque, il miracolo c’è stato, eccome. Il miracolo di non aver vissuto la morte come una disgrazia, uno scacco matto, ma come un incontro, come l’inizio di una festa senza fine. Un giorno mi ha voluto confidare la sua preghiera. L’aveva imparata da una parrocchiana, tutta paralizzata: «Gesù, io sono tuo». Ed era felice quando gli chiedevamo di farcela ripetere. Caro direttore, adesso prega con me e con tanti che ci stanno leggendo: ora che il Signore lo ha preso, che ce ne mandi almeno un altro.

 

 

 

 

È stata pubblicatAmoris Laetitiaa l'8 aprile l'esortazione apostolica post-sinodale sull'amore nella famiglia Amoris laetitia, datata 19  marzo 2016, Festa di San  Giuseppe. Fa seguito ai due Sinodi sulla famiglia del 2014  e  2015. Consta di nove capitoli, 325 paragrafi e 264 pagine complessive.

Comincia così:

1. La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa. Come hanno indicato i Padri sinodali, malgrado i numerosi segni di crisi del matrimonio, «il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani, e motiva la Chiesa». Come risposta a questa aspirazione «l’annuncio cristiano che riguarda la famiglia è davvero una buona notizia». ...continua a leggere "LA GIOIA DELL’AMORE AMORIS LAETITIA"

 

Il buio sembrava coprire come un telo nero ogni cosa in quella cella umida, inghiottendo tutto intorno, fino ad assorbire il mondo intero che palpitava fuori.

         “Pietro, non hai paura?”

         “La paura mi penetra fino alle midolla, come il freddo di questa cella.”

         “E cosa ti fa essere così in pace, se hai paura?”

         “Lo sguardo di quella volta che mi perdonò, quando lo tradii.”

         “Ma non fu Giuda a tradirlo?”

         “Oh, sì, fu Giuda certamente all’inizio della storia. Fu lui l’origine di tutto quello che seguì. Inevitabilmente eppure in piena libertà: lui iniziò tutto perché doveva essere così.”

         “Ma allora, di quale tradimento parli, Pietro?”

         “Del mio tradimento, che fu più grave e terribile, perché io Lo amavo.”

         “E come fu che lo tradisti?”

         “La mia memoria ha perso i tratti precisi di quel momento e ne rimangono solo alcune tracce sparse qua e là.”

         “Che cosa ricordi, allora?”

         “Ricordo quella gente che aveva preso Gesù e tutta la rabbia che generò in me il modo in cui lo trattarono. Poi qualcuno di loro mi riconobbe, anche se stavo ben in guardia. Volevo vederlo da lontano, seguirlo senza farmi prendere. Qualcuno, non ricordo se uomo o donna, mi chiese se ero uno di quelli che stavano con Lui. Avrei voluto rispondere «Sì, io sono uno dei suoi, uno di quelli che darebbe la vita per Lui! Io sono suo!» e, invece, risposi che non Lo conoscevo, che non sapevo nemmeno di chi stessero parlando.

Era come se il mio cuore mi fosse tolto dal corpo, come se di colpo fossi stato svuotato. In un attimo tutte le cose grandiose che Lui aveva fatto e che mi avevano fatto sussultare il cuore fossero svanite, rispondendo a quella domanda.”

         “Ti lasciarono andare?”

         “Sì, ma fu per poco, perché rimasi nei paraggi e qualcun altro mi riconobbe, rifacendomi quella domanda maledetta: «Ma tu non sei uno di quelli che lo seguivano?».

E ancora una volta fu come se il mio stesso essere si spezzasse in due: da una parte il cuore, che avrebbe urlato al mondo «Lo capite o no che io sono suo?»; dall’altra la mia mente, che diede la risposta vera, «Non lo conosco». Ebbi paura.”

         “Poi te ne andasti?”

         “No, volevo vederlo. Ero lì per quello. Sapevo che non avrei potuto fare niente per lui ma volevo vederlo, per capire dai suoi occhi se tutto quello che ci aveva promesso e tutto quello che avevamo visto stesse crollando sul serio, stesse svanendo come vapore al sole.”

         “Riuscisti a vederlo?”

         “Non subito, lo dovetti rinnegare una terza volta, prima di poterlo vedere. Fu la più terribile, perché avevo marchiate dentro di me le ferite delle prime due risposte date; tutto il loro peso gravava sul fondo del mio cuore come piombo. Ero sanguinante di dolore ma essi insistevano contro di me: la domanda risuonò lancinante per una terza volta, come la vibrazione di un terremoto, profonda e densa di tragedia. «Costui è uno di quelli, lo si capisce anche da come parla! Sei uno dei suoi?». Fu in quell’istante che urlai come se tutto il mondo dovesse sentirmi: «Non conosco quell’uomo!».

E invece lo conoscevo eccome, e Lui conosceva me più di me stesso. Lui lo sapeva, lui mi conosceva, lui scrutava ogni frammento di me con il suo sguardo e lo sapeva, sapeva tutto. Sapeva persino che in quel preciso istante si sarebbe sentito, lontano, lontano ma forte come un tuono dentro le mie orecchie, il canto mattutino di un gallo. Uno di quei suoni che ti fanno presentire che qualcosa di nuovo sta per iniziare, una bella giornata, l’avventura di un giorno di lavoro, incontri, gioie, cose belle e nuove. Invece quella volta era il sigillo del mio tradimento.”

         “Lui sapeva che tu lo avresti tradito, quindi?”

         “Sì, Lui me lo disse un giorno, ma io non ci feci caso. Diceva tante cose che suonavano strane ai miei orecchi. Non ci feci semplicemente caso, per niente. Ma me l’aveva detto.”

         “E poi che accadde? Se sei qui, in attesa di essere messo a morte nel suo nome, qualcosa deve essere successo ancora.”

         “Lui apparve pochi istanti dopo. Sbucò da un angolo oscuro del luogo in cui ci trovavamo, spinto dalle guardie. Non si poteva guardare da come l’avevano ridotto. Non era più lui. Se non per quello sguardo.”

         “Quale sguardo?”

         “Lo sguardo che mi rivolse, subito. Appena girato l’angolo, guardava già verso di me, come se sapesse che io ero lì, proprio lì, in quel posto esatto. Girato l’angolo, in quella maschera di sangue che era divenuta il suo volto, emergeva solo il suo sguardo su di me. Guardò me, capisci? Guardò me e basta. E non fu uno sguardo di delusione, non mi guardò come si guarda un figlio che non ha fatto le cose per bene come tu volevi. No. Non mi guardò come qualcuno che vuole ferirti perché tu hai ferito lui. Mi guardò amandomi. Non serve che ti spieghi: avrai ricevuto anche tu una volta lo sguardo di chi ti ama, inconfondibile. Uno sguardo che è una carezza. Da quel volto insanguinato, una carezza.

In quello sguardo c’era tutto di Lui e tutto di me insieme. C’era tutto quello che di Lui mi aveva colpito e tutto quel poco che ero io. C’erano la sua misericordia e la mia miseria, plasmate insieme. Tutto in quello sguardo, di perdono, ne sono sicuro.”

         “E tu?”

         “Lo portarono via in un secondo, e non lo vidi più, fino a quando non l’appesero a quella croce. Appena sparì dalla vista, sentii la burrasca del mio tradimento emergere impetuosa, finalmente consapevole e senza freni. Mi girai e me ne andai in fretta in un angolo buio e feci ciò che non avevo fatto mai: piansi. Piansi come mai mi era accaduto nella vita: io ero Simone, quello duro, quello che aveva sempre le risposte giuste, che non cedeva mai, che si buttava nelle cose, che sfidava il mondo per seguirlo. Ma piangevo perché, con quello sguardo, era come se tutto il mio tradimento fosse stato lavato via, come se non esistesse più. Non che non fosse successo, ma che anche se successo, non era l’ultima parola su di me. Ero sicuro che avrei tradito ancora, ma non finiva più tutto al mio tradimento. Quello sguardo mi diceva che non importava, che si sarebbe sistemato tutto, se solo avessi continuato a guardare Lui.”

         “E’ per questo, allora, che sei qui?”

         “Solo per questo sguardo che ha solcato la mia esistenza, riempiendola di un amore così grande che le parole non sono abbastanza per raccontarlo. Sono qui per questo, solo per questo. Ho vissuto la mia vita per questo, ho guardato te solo per questo.”

    Il rumore del chiavistello della cella fu un fragore insopportabile in quel silenzio oscuro. Il cigolio del cancello di ferro fu una sentenza di condanna.

         “Pietro, è ora. Andiamo”

         “Vengo”, disse senza esitazione, docile.

Dal corridoio illuminato malamente dalle torce delle guardie intravidi lo sguardo di quell’uomo che si voltava verso di me.

         “Solo per quello sguardo”, mi disse ancora una volta mentre lo portavano via.