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P. Lasarte, 10 ‘Mi piace’ e 9 ‘non mi piace’: una valutazione del Sinodo sull’Amazzonia

di Martin Lasarte

Il tema dei “viri probati” e delle “diaconesse” ha assorbito troppe energie, a scapito di molte altre tematiche sull’ecologia umana e su un’evangelizzazione integrale. Positivi gli interventi di papa Francesco, che chiede una “sovrabbondanza” nella missione e nella fede.  È mancata un’attenzione al mondo giovanile. Il bilancio di un mese di Sinodo dell’Amazzonia da parte di un padre sinodale.

Città del Vaticano (AsiaNews) –  A poche ore dalla conclusione del Sinodo sull’Amazzonia, presentiamo qui alcune importanti valutazioni di p. Martin Lasarte, fra i padri sinodali nominati da papa Francesco. P. Lasarte, è salesiano uruguaiano, già missionario in Angola, membro dell’équipe di animazione missionaria mondiale della Congregazione salesiana. In particolare, egli è responsabile dell’animazione missionaria in Africa e in America. Di lui, AsiaNews ha pubblicato un suo articolo sul Sinodo, in due parti: “Sinodo Amazzonia: I preti sposati sono davvero una soluzione? (Prima parte)” e “Sinodo Amazzonia: I nuovi cammini e le malattie pastorali (Seconda parte)”.

Il Sinodo è un prezioso strumento di comunione ecclesiale e di ascolto. Questo strumento di consultazione offrirà al Santo Padre alcune riflessioni e proposte. Per me, a titolo personale, è stata un'esperienza ricchissima in cui ho imparato molto da tanti fratelli e sorelle.  Faccio rapidamente una valutazione "a caldo", senza aver ricevuto ancora il documento finale del Sinodo che sarà votato domani.

Essendo io una persona positiva, metto 10 “mi piace” al Sinodo, cioè, cose che mi sono sembrate positive; e 9 “non mi piace” per segnalarne i limiti.

I 10 “mi piace”

1. È stata una grande opportunità per riflettere pastoralmente sull'Amazzonia, sulle grandi sfide di carattere universale.

2. Si è data molta visibilità alla regione, ai suoi problemi ecologici, sociali ed ecclesiali.

3. Il Sinodo ha contribuito a creare una consapevolezza regionale dell'Amazzonia, essendovi molte realtà ecclesiali, separate, non collegate tra loro.

4. Positivo è stato lo sforzo di ascoltare in modo capillare, e di avere iniziato un processo con le comunità amazzoniche. Senza dubbio, la cosa più importante del Sinodo è il processo che esso genererà nella regione.

5. Personalmente, ho potuto imparare molto da diverse Chiese locali: approfondire i problemi, come il traffico di droga, che è davvero preoccupante per il suo potere economico, politico e culturale. E' stato anche bello conoscere "buone pratiche", o esperienze pastorali di diverse chiese locali, così come belle testimonianze di dedizione e servizio…

6. Vi è stata una chiara presa di posizione della Chiesa a favore dell'ecologia integrale (non fondamentalista) e per le popolazioni indigene amazzoniche.

7. Nel corso del Sinodo si è data maggiore importanza al tema delle città, dei giovani, delle migrazioni, qualcosa che era apparso nell' Instrumentum Laboris, ma non con l'ampiezza necessaria. La visione è stata estesa anche alle popolazioni rurali e fluviali, così come alle comunità afro (quilombolas).

8. Si è fatta più evidente la dimensione Cristo-centrica nella Chiesa e nell’evangelizzazione.

9. Nell'assemblea generale e nei circoli minori, sono stati sollevati molti argomenti di grande interesse e rilevanza (non so fino a che punto essi saranno inclusi nel documento finale):

- Sono state presentate riflessioni approfondite, in particolare da parte di esperti, sulle problematiche ecologiche.

- L'importanza di un'istruzione di qualità per tutti e in particolare per le popolazioni indigene

- Vi è stata una riflessione sui vari processi migratori.

- Sulla cultura, l'interculturalità, l'inculturazione e il Vangelo.

- Sono state evidenziate situazioni disumane di tratta di persone, traffico di droghe, sfruttamento...

- L'importanza della ministerialità di tutta la Chiesa.

- L'importanza del catecumenato e dell'iniziazione cristiana.

- Una Evangelizzazione integrale.

- La formazione del clero e dei laici per la missione.

- La pietà popolare.

- Sulla missionarietà della Chiesa.

- È apparso chiaro che vari "pastori indigeni o altri pastori" non possono andare avanti in modo autosufficiente senza un collegamento con le Chiese locali.

- Si è data più importanza alla pastorale urbana ed - al suo interno - alla pastorale indigena.

10. Mi sono piaciuti molto i tre interventi spontanei del Papa: sì alla cultura (pietà popolare, inculturazione), no a un aboriginalismo; sì alla formazione del clero in modo più pastorale, meno rigido, e ai laici.  Ma no alla clericalizzazione dei laici. Attenzione alle congregazioni religiose che si ritirano in cerca di garanzie, e alla mancanza di passione dei più giovani per la missione. Prestare attenzione al clero latino americano che emigra nel Primo Mondo invece di optare per l'Amazzonia. Ha parlato della necessità di una sovrabbondanza nel Sinodo, che non intende disciplinare il conflitto, né risolvere le cose mettendoci delle pezze. C'è bisogno di una sovrabbondanza missionaria.

I 9 “non mi piace”

1. Energie eccessive dedicate a problemi intra-ecclesiali, in particolare quello dei "viri probati" e delle "diaconesse”. Sarebbe stata un'occasione senza pari per offrire un contributo qualificato e più profondo alla cura della casa comune attraverso un'ecologia integrale basata sull'etica cristiana. Invece il tema dell’ecologia umana è rimasto solo al capitolo V (su 6 capitoli del documento). Il tema dei “viri probati” e del diaconato femminile, in cui non vi era pieno consenso, ha consumato molte forze, sottraendo qualità a tutti gli altri aspetti consensuali.

2Auto-referenzialità regionale: Il concetto di sinodalità è una questione che si è rivelata molto adattabile secondo le convenienze: sinodalità con coloro che la pensano come me; autonomia e pluralismo con chi la pensa diversamente, come nel caso delle Chiese sorelle di Asia, Europa e Africa. Penso che il tema della sinodalità della Chiesa universale avrebbe dovuto essere più presente per quanto riguarda i ministeri ordinati, perché esso è un tema sensibile ed esistenziale in tutta la Chiesa universale.

3. È mancato un più profondo senso di autocritica ecclesiale. Naturalmente, vi è stato il consueto "mea culpa" sulla colonizzazione e sui limiti della Chiesa, la sua visione antropologica eurocentrica, la limitata coscienza sociale del passato. Ma io mi riferisco alla scarsa incidenza pastorale di questi ultimi 50 anni nelle diverse realtà ecclesiali amazzoniche. Quali sono le cause della sua povertà pastorale e della sua infertilità? A mio avviso, il tema della secolarizzazione, dell’antropologismo culturale, dell’ideologizzazione sociale del ministero pastorale, della mancanza di una testimonianza credibile, coerente e splendente di santità dei ministri (fenomeno di tanti abbandoni di vita religiosa e sacerdotale, o di vita ambigua) non sono stati sufficientemente toccati.

4. Toppe nuove a un vestito vecchio. A mio avviso, i problemi più profondi dell’evangelizzazione non sono stati focalizzati: le cause dell'infertilità vocazionale; la scarsa cura pastorale in generale; la mancanza di una migliore cura pastorale della famiglia; un catecumenato che fondi la fede e la vita; l'assoluta assenza di pastorale giovanile (l'espressione non compare nel documento): di conseguenza la cura pastorale delle vocazioni è nulla, e vi è una mancanza di vitalità delle piccole comunità cristiane. I movimenti ecclesiali, le nuove comunità non si menzionano. Come mai? Non esistono davvero in Amazzonia? Mi sembra che ci sia stata una mancanza di quel dinamismo che ha portato la Chiesa a considerare il tema della "nuova evangelizzazione": nuovi metodi, nuovo fervore. Quali sono le nuove vie proposte dal Sinodo? Solo nuove strutture e le ordinazioni di viri probati..... Mi sembra che questa novità sia enormemente povera: si tratta di toppe nuove su un vecchio abito. A mio modo di vedere, la nuova veste in cui dobbiamo rivestirci con nuovo fervore è un problema di "fede": indossare Cristo.

5. Si parla del "rito amazzonico" per la liturgia. Si rischia di cadere in un esperimento teorico di laboratorio pastorale. Le culture amazzoniche sono varie, la grande ricchezza e varietà della cultura pan-amazzonica non può essere omologata (fra le 390 lingue presenti, pensiamo solo alle grandi famiglie: Tupi-Guarani; Arawak, Tukano, Pano, Je', Jíbara, Yanomami, ecc). Non c'è dubbio che l'inculturazione del Vangelo nella liturgia e nella vita delle comunità cristiane amazzoniche sia indispensabile, ma questo deve essere fatto nella vita reale e a poco a poco, con un ragionevole adattamento e decantazione di ciò che è veramente autentico della cultura e riesce a trasmettere veramente il mistero cristiano con simboli ed espressioni originali, evitando una “folklorizzazione” superficiale e generica.

6. Clericalizzazione laica. Sarebbe stato possibile risolvere il problema di eventuali ordinazioni al sacerdozio di uomini sposati con le vie ordinarie già possibili e praticabili nella Chiesa: la dispensa dal celibato (CCC 1047): la possibilità di dispensa data dalla Santa Sede, con le opportune giustificazioni, come sapientemente proposto dal card. Gracias dall'India, essendo molto più semplice di una generalizzazione del viri probati. Sono state presentate esperienze da altre latitudini con gli stessi problemi e con la soluzione di ricchi ministeri laici, ma la proposta non è stata apprezzata. Purtroppo, il "tema" del Sinodo è stato l'ordinazione degli uomini sposati, mentre gli altri temi sono rimasti all'ombra. Mediaticamente e popolarmente questo Sinodo sarà proprio questo: il Sinodo dei viri probati.

7. Visione secolare dei ministeri, in particolare quella delle donne come "diaconesse ordinate". Quando questo tema viene toccato ovunque, compaiono motivazioni molto civili, ma non del tutto evangeliche: "Questo è il momento di ordinare le donne", "Abbiamo il diritto", "Le donne devono avere il potere” …. Questi sono discorsi validi in qualsiasi parlamento, ma non li vedo tanto in un sinodo di vescovi dove si vuole discernere alla luce del Vangelo, della Tradizione, del Magistero ecclesiale e delle sfide attuali; e non tanto sotto la forte pressione della cultura dominante. Mi è sembrato che fosse abbastanza presente un senso parlamentare e non tanto lo spirito sinodale che cerca il discernimento ("Siamo rappresentanti dei popoli amazzonici e dobbiamo portare avanti le proposte da loro avanzate").

8. Pericolo della “onganizzazione" della Chiesa (trasformata in ong). È molto bello che la Chiesa sia ben organizzata al servizio della carità, ma che non sia "onganizzata", cioè governata dai criteri pragmatici, laici e organizzativi di una Ong. Si riduce mistero, la vita e l'azione della Chiesa a varie attività di advocacy e di servizio sociale. Questa riduzione mi sembra molto presente nella sensibilità di diversi partecipanti al Sinodo. Insisto: solo con un'evangelizzazione integrale, dove il kerigma, la discepolanza, la diaconia, la koinonia e la liturgia si fondono in un progetto pastorale armonioso ed equilibrato, potremo avere una pastorale feconda.

9. L'atmosfera del Sinodo è stata abbastanza serena, fraterna e rispettosa, anche se alla fine, alcuni hanno presentato le cose in modo piuttosto dialettico: da una parte, il club fariseo che sarebbe legato alla dottrina, spaventato dal nuovo, quindi chiuso allo Spirito Santo; dall'altra, coloro che ascoltano il popolo (sensus fidei), senza paura, aperti al nuovo e quindi docili allo Spirito Santo…. C’è da ammirare uno Spirito Santo venuto così ben preparato e organizzato…

...continua a leggere "SINODO SULL’AMAZZONIA"

LA SPOSA BELLA

(Francesco Ferrari, da Fraternità e Missione)

La santità della Chiesa, riflesso del volto di Cristo, è ciò che rende santi i cristiani e che salva dal male. Una riflessione di Francesco Ferrari

Sant’Ambrogio diceva che la Chiesa è come la luna, che non brilla di luce propria ma di quella del sole: così la Chiesa brilla ed è raggiante perché è riflesso della luce di Cristo.
È un’immagine ricca e affascinante, che ci aiuta a riguardare la bellezza originaria della Chiesa. È possibile oggi parlare di una Chiesa bella, di una Chiesa santa?
La Chiesa è composta da uomini peccatori, e il peccato non ha nulla di bello. Certo ci sono anche tante esperienze positive, ma l’amore alla Chiesa non può reggersi su un equilibrio in cui i buoni sono più dei cattivi.
Penso che la strada sia riconquistare un giudizio chiaro su che cosa sia la santità, e quindi quale sia la bellezza della Chiesa.
Sempre di più, principalmente a causa di slogan mediatici, si fa strada in noi un equivoco: valutiamo la santità della Chiesa a partire dalla bontà o dalla malvagità dei suoi membri. Un po’ come valuteremmo una squadra di calcio a partire dalla bravura dei giocatori. Ma è una logica troppo mondana, che porta con
sé aspetti disastrosi. Innanzitutto, nasconde un’idea di santità ridotta a perfezione morale, a irreprensibilità, una sorta di santità senza Cristo che non ha nulla di affascinante. Di conseguen­za, riduce la santità della Chiesa alla ca­pacità dei fedeli. Se la Chiesa è santa perché i cristiani sono buoni o coerenti, si aprono due alternative: o neghiamo la santità della Chiesa perché ci sono troppi peccati, oppure la riduciamo a una associazione destinata a uomini perfetti, già salvati.
La santità della Chiesa non nasce dalla nostra santità. Ha un’altra origine. La Chiesa è santa perché Cristo l’ha scelta. Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei (Ef 5,25). La santità non è una conquista della coerenza umana, ma un dono di Dio che sceglie alcuni uomini. San Paolo usa l’immagine del matrimonio per spiegare questo legame definitivo tra Cristo e la Chiesa. La Chiesa è la sposa di Cristo. È da lui che trae la sua santità e quindi la sua bellezza. Come la luna, che brilla della luce del sole. ...continua a leggere "CHIESA SANTA"

Catechesi sui Comandamenti, 11/A: Non commettere adulterio

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel nostro itinerario di catechesi sui Comandamenti arriviamo oggi alla Sesta Parola, che riguarda la dimensione affettiva e sessuale, e recita: «Non commettere adulterio».

Il richiamo immediato è alla fedeltà, e in effetti nessun rapporto umano è autentico senza fedeltà e lealtà.

Non si può amare solo finché “conviene”; l’amore si manifesta proprio oltre la soglia del proprio tornaconto, quando si dona tutto senza riserve. Come afferma il Catechismo: «L’amore vuole essere definitivo. Non può essere “fino a nuovo ordine”» (n. 1646). La fedeltà è la caratteristica della relazione umana libera, matura, responsabile. Anche un amico si dimostra autentico perché resta tale in qualunque evenienza, altrimenti non è un amico. Cristo rivela l’amore autentico, Lui che vive dell’amore sconfinato del Padre, e in forza di questo è l’Amico fedele che ci accoglie anche quando sbagliamo e vuole sempre il nostro bene, anche quando non lo meritiamo.

L’essere umano ha bisogno di essere amato senza condizioni, e chi non riceve questa accoglienza porta in sé una certa incompletezza, spesso senza saperlo. Il cuore umano cerca di riempire questo vuoto con dei surrogati, accettando compromessi e mediocrità che dell’amore hanno solo un vago sapore. Il rischio è quello di chiamare “amore” delle relazioni acerbe e immature, con l’illusione di trovare luce di vita in qualcosa che, nel migliore dei casi, ne è solo un riflesso. ...continua a leggere "PAPA FRANCESCO UDIENZA GENERALE Piazza San Pietro Mercoledì, 24 ottobre 2018"

 

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE  Mercoledì, 13 dicembre 2017

La Santa Messa - 4. Perché andare a Messa la domenica?

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Riprendendo il cammino di catechesi sulla Messa, oggi ci chiediamo: perché andare a Messa la domenica?               La celebrazione domenicale dell'Eucaristia è al centro della vita della Chiesa (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2177). Noi cristiani andiamo a Messa la domenica per incontrare il Signore risorto, o meglio per lasciarci incontrare da Lui, ascoltare la sua parola, nutrirci alla sua mensa, e così diventare Chiesa, ossia suo mistico Corpo vivente nel mondo.

Lo hanno compreso, fin dalla prima ora, i discepoli di Gesù, i quali hanno celebrato l’incontro eucaristico con il Signore nel giorno della settimana che gli ebrei chiamavano “il primo della settimana” e i romani “giorno del sole”, perché in quel giorno Gesù era risorto dai morti ed era apparso ai discepoli, parlando con loro, mangiando con loro, donando loro lo Spirito Santo (cfr Mt 28,1; Mc16,9.14; Lc 24,1.13; Gv 20,1.19), come abbiamo sentito nella Lettura biblica. Anche la grande effusione dello Spirito a Pentecoste avvenne di domenica, il cinquantesimo giorno dopo la risurrezione di Gesù. Per queste ragioni, la domenica è un giorno santo per noi, santificato dalla celebrazione eucaristica, presenza viva del Signore tra noi e per noi. E’ la Messa, dunque, che fa la domenica cristiana! La domenica cristiana gira intorno alla Messa. Che domenica è, per un cristiano, quella in cui manca l’incontro con il Signore? ...continua a leggere "A MESSA, PERCHE’ ? Ce lo spiega Papa Francesco"

PAPA FRANCESCO - UDIENZA GENERALE - Mercoledì, 8 novembre 2017

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Iniziamo oggi una nuova serie di catechesi, che punterà lo sguardo sul “cuore” della Chiesa, cioè l’Eucaristia. È fondamentale per noi cristiani comprendere bene il valore e il significato della Santa Messa, per vivere sempre più pienamente il nostro rapporto con Dio.
Non possiamo dimenticare il gran numero di cristiani che, nel mondo intero, in duemila anni di storia, hanno resistito fino alla morte per difendere l’Eucaristia; e quanti, ancora oggi, rischiano la vita per partecipare alla Messa domenicale. Nell’anno 304, durante le persecuzioni di Diocleziano, un gruppo di cristiani, del nord Africa, furono sorpresi mentre celebravano la Messa in una casa e vennero arrestati. Il proconsole romano, nell’interrogatorio, chiese loro perché l’avessero fatto, sapendo che era assolutamente vietato. Ed essi risposero: «Senza la domenica non possiamo vivere», che voleva dire: se non possiamo celebrare l’Eucaristia, non possiamo vivere, la nostra vita cristiana morirebbe.
In effetti, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,53-54). ...continua a leggere "La Santa Messa – 1. Introduzione"

Andrea Tornielli scrive: 

L'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi ha ricordato il precedente di Padre Marella, candidato agli altari, che negli anni Cinquanta e Sessanta offriva da mangiare in chiesa a chi non ne aveva

«Posso capire chi si è scandalizzato. È chiaro che c’è un punto importante che riguarda la sacralità del luogo. Ma quello che è successo non significa desacralizzare anzi ci aiuta a capire ancora meglio e a sentire ancora più umana l’eucarestia», ha detto l’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, in un'intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche italiane, commentando le polemiche seguite alla decisione di accogliere in San Petronio un migliaio di poveri per il pranzo con Papa Francesco.

Una decisione che poteva essere legittimamente discussa sulla sua opportunità e magari criticata, ma che da alcuni è stata presentata come una vera e propria «profanazione». Siamo di fronte a un esempio di una delle malattie del nostro tempo amplificate dai social: si è smarrito il significato delle parole. Così, la presenza dei poveri a tavola in chiesa diventa una «profanazione», termine che si sarebbe dovuto usare per un'offesa grave nei confronti dell'eucaristia, per un omicidio avvenuto in chiesa, per uno show delle Femen che interrompe una messa.  Il Codice di Diritto canonico (1211), a proposito di profanazioni, recita: «I luoghi sacri sono profanati se in essi si compiono con scandalo azioni gravemente ingiuriose, che a giudizio dell'Ordinario del luogo sono tanto gravi e contrarie alla santità del luogo da non essere più lecito esercitare in essi il culto finché l'ingiuria non venga riparata con il rito penitenziale, a norma dei libri liturgici». È evidente che la mensa per i poveri una tantum, come è avvenuto nei secoli scorsi, anche nella basilica di San Pietro, o come faceva quotidianamente san Gregorio Magno, non rientra affatto in questa categoria. L'incontinenza verbale di cui stiamo parlando è in fondo la stessa che trasforma un dissenso e una critica per alcune parole o atteggiamenti dell'attuale Pontefice in accusa di “eresiaˮ (come è accaduto per la nota "correctio filialisˮ). L'arcivescovo Zuppi, nell'intervista a InBlu Radio ha anche ricordato un precedente recente e bolognese di poveri accolti in chiesa per dar loro da mangiare.

«Qui a Bologna – ha detto - padre Marella, un uomo che negli anni Cinquanta e Sessanta ha animato la carità della città, tutte le domeniche celebrava la messa e faceva un offertorio al contrario: invece di raccogliere distribuiva ai poveri. E quindi mangiava in chiesa insieme a loro, una specie di colazione-pranzo con cui continuava l’agape fraterna. La gioia e la bellezza di questa immagine ci aiuta a capire e contemplare in maniera più religiosa l’unità tra le due mense».

Giuseppe Olinto Marella, nato a Pellestrina (Venezia) nel 1882 e morto a Bologna nel 1969, aveva studiato all’Apollinare di Roma, l’Istituto superiore di studi ecclesiastici, avendo compagno di corso Angelo Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII. Laureatosi in Teologia e Filosofia, ordinato prete nel 1904, aveva inaugurato a Pellestrina un Ricreatorio popolare per raccogliere ed educare i bambini della parrocchia. Sono gli anni della lotta senza quartiere al modernismo condotta da Pio X e nel 1909 Marella viene sospeso “a divinisˮ per aver dato ospitalità al suo amico e compagno di seminario Romolo Murri, prete fondatore del cristianesimo sociale in Italia e fautore del partito dei cattolici, scomunicato quello stesso anno per essersi fatto eleggere alla Camera dei Deputati (la scomunica sarà tolta nel 1943 da Pio XII). Don Marella è costretto a lasciare la sua terra e inizia a peregrinare per tutta l'Italia come insegnante. Nel 1924 approda a Bologna come docente di storia e filosofia nei prestigiosi licei. Il 2 febbraio 1925, festa della “Presentazione al Tempio”, il cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca di Corneliano, da tre anni arcivescovo della città, toglie a don Olinto Marella la sospensione “a divinisˮ, lo riabilita e lo incardina nella diocesi di Bologna, dove può finalmente tornare a fare il prete. Diventa per tutti “Padre Marellaˮ, sceglie di vivere nella periferia della città tra i poveri e i derelitti. Negli anni Trenta trasforma in piccole cappelle alcune cantine dei palazzoni appena costruiti detti degli “umili”. Ospita a casa sua bambini orfani e perseguitati politici. Don Marella sceglie di farsi mendicante, chiedendo lui stesso l'elemosina per i suoi poveri fuori dai cinema o alla stazione, tenendo il suo vecchio basco nero ai passanti. Costruisce nuove chiese e nel Dopoguerra offre accoglienza nelle sue case rifugio a tantissimi orfani, poveri, sbandati. La sua fama di santità cresce tra la gente, come attestano anche le parole di Indro Montanelli (non propriamente un baciapile né un simpatizzante del progressismo) che lo ebbe come insegnante di filosofia e rimase legato a lui. Nel 1960 Giovanni XXIII scrive una lettera al cardinale Giacomo Lercaro, dal 1952 arcivescovo di Bologna, a favore dell’«Opera assistenziale del mio carissimo amico e Padre Marella», inviando l’offerta di un milione.   Nel settembre 1996 il cardinale Giacomo Biffi ha aperto il processo per la beatificazione di padre Marella. L'iter diocesano è stato chiuso il 17 dicembre 2005 dall'arcivescovo Carlo Caffarra, che nell'ottobre 2008 ha concluso anche il processo per il miracolo attribuito all'intercessione di Marella.

Infine, sempre a proposito delle polemiche per i poveri a tavola in San Petronio, sul web domenica 1° ottobre è circolata la presunta notizia di bagni chimici che sarebbero stati montati all'interno della basilica per l'occasione, che ha provocato notevole indignazione. Si trattava perà di una notizia falsa. Alcuni bagni chimici erano stati infatti predisposti, ma all'esterno di San Petronio.

 

 

Consiglio agli amici preti e anche agli amici laici, di leggere questo testo del vescovo Camisasca.  Aiuta a riposare e a lavorare.... 

 

Nell’immagine: V. Van Gogh, Mezzogiorno: riposo dal lavoro, 1890

Meditazione del vescovo Massimo Camisasca

sul senso autentico del riposo

settembre 2017

L’esperienza del riposo è, paradossalmente, un’esperienza difficile da vivere in modo equilibrato e sano per la maggior parte dei preti e forse oggi per moltissimi uomini e donne.
La vita del prete, infatti, è, nei nostri tempi, assediata da molte richieste e perciò da molte attività. Sembra che non ci debba essere posto per il riposo. Anche perché i giorni tradizionalmente assegnati al riposo, quelli che oggi sono chiamati coMn termine laico week-end, e che nella tradizione cristiana sono piuttosto l’inizio della settimana, costituiscono in realtà un tempo di grande occupazione per la maggior parte dei sacerdoti.
Come uscire da questa difficoltà? Innanzitutto occorre riprendere coscienza del significato e del posto del riposo nella nostra vita. In secondo luogo occorre mettere in atto tutto ciò che serve per custodirlo e per viverlo nella sua giusta dimensione. ...continua a leggere "Il riposo che desideriamo"

A Villa Nazaret, sabato 18 giugno, il Papa Francesco ha risposto ad alcune domande. Mi pare formidabile la prima risposta.

Il coraggio della scelta - Domanda di Valentina Piras

Santo Padre, prima di maestri, noi giovani abbiamo bisogno di testimoni credibili. Sovente abbiamo la consapevolezza di abitare una realtà complessa nella quale non ci sono punti di riferimento costanti e dove vengono proposte esperienze senza sostanza. A volte siamo ragazzi e adulti ‘parcheggiati’ nella vita, preda dell’illusione del successo e del culto del proprio ego, incapaci di donarci agli altri. Santo Padre, noi vorremmo che Lei ci desse una parola che ci aiuti a far luce sulle tenebre che sovrastano i nostri cuori. Come possiamo ridestare la grandezza e il coraggio di scelte di ampio respiro, di slanci del cuore per affrontare sfide educative e affettive?

Papa Francesco:

Grazie. Una parola-chiave è: “Noi giovani abbiamo bisogno di testimoni credibili”. E questa è proprio la logica del Vangelo: dare testimonianza. Con la propria vita, il modo di vivere, le scelte fatte… Ma testimonianza di che? Di diverse cose. Testimonianza, noi cristiani, di Gesù Cristo che è vivo, ci ha accompagnato: ci ha accompagnato nel dolore, è morto per noi, ma è vivo. Detto così, sembra troppo clericale. Ma io capisco qual è la testimonianza che i giovani cercano: è la testimonianza dello “schiaffo”. Lo schiaffo è una bella testimonianza quotidiana! Quella che ti sveglia, ti dice: “Guarda, non farti illusioni con le idee, con le promesse…”. Anche illusioni più vicine a noi. L’illusione del successo: “No, io vado per questa strada e avrò successo”. Del culto del proprio ego. Oggi, tutti lo sappiamo, lo specchio è di moda! Guardarsi. Il proprio ego, quel narcisismo che ci offre la cultura di oggi. E quando non abbiamo testimonianze, forse la vita ci va bene, guadagniamo bene, abbiamo una professione, c’è un bel posto di lavoro, una famiglia…, ma tu hai detto una parola molto forte: “Siamo uomini e donne parcheggiati nella vita”, cioè che non camminano, che non vanno. Come i conformisti: tutto è abitudine, un’abitudine che ci lascia tranquilli, abbiamo il necessario, non manca niente, grazie a Dio… “Come possiamo ridestare la grandezza e il coraggio di scelte di ampio respiro, di slanci del cuore per affrontare sfide educative e affettive?”. La parola l’ho detta tante volte: rischia! Rischia. Chi non rischia non cammina. “Ma se sbaglio?”. Benedetto il Signore! Sbaglierai di più se tu rimani fermo, ferma: quello è lo sbaglio, lo sbaglio brutto, la chiusura. Rischia. Rischia su ideali nobili, rischia sporcandoti le mani, rischia come ha rischiato quel samaritano della parabola. Quando noi nella vita siamo più o meno tranquilli, c’è sempre la tentazione della paralisi. Non rischiare: stare tranquilli, quieti… “Come possiamo ridestare la grandezza e il coraggio di scelte di ampio respiro”, hai domandato, “di slanci del cuore per affrontare sfide educative e affettive?”. Avvicinati ai problemi, esci da te stesso e rischia, rischia. Altrimenti la tua vita lentamente diventerà una vita paralitica; felice, contenta, con la famiglia, ma lì, parcheggiata – per usare la tua parola. E’ molto triste vedere vite parcheggiate; è molto triste vedere persone che sembrano più mummie da museo che esseri viventi. Rischia! Rischia. E se sbagli, benedetto il Signore. Rischia. Avanti! Non so, questo mi viene di dirti.

Parole di un Ratzinger trentatreennne....

“È invece il pane del pellegrino che Dio ci porge in questo mondo, che ci porge dentro la nostra debolezza”. Così scriveva nel 1960 Joseph Ratzinger. “Idee fondamentali del rinnovamento eucaristico del XX secolo” è un saggio tratto da una conferenza dell’allora giovane professore di teologia. Il testo, anticipato dal quotidiano «Avvenire» apre il primo dei due tomi del volume 7 dell’Opera omnia che raccoglie gli scritti sul Concilio e sarà pubblicato in autunno dalla Libreria Editrice Vaticana
JOSEPH RATZINGER – VATICAN INSIDER 29/05/2016
Negli ultimi tre/quattro secoli, in modo alquanto unilaterale, era stato posto l’ accento sul fatto che nell’ ostia consacrata è presente Dio stesso. È, senza dubbio, qualcosa di molto importante e grande, in fin dei conti è comprensibile che tutta l’ attenzione si concentrasse su questo punto. E tuttavia non è la cosa decisiva in questo sacramento, e soprattutto non è quello che Cristo con la sua istituzione in realtà si proponeva. Il risultato della concezione di un tempo era stato che l’ Eucaristia veniva intesa soprattutto come sacramento da adorare: Dio è presente, dunque bisogna adorarlo. L’ ostensorio fu arricchito sempre più (esiste solo dal tardo Medioevo), il tabernacolo divenne sempre più maestoso, coprendo quasi del tutto la mensa dell’ altare, nacquero le processioni e le preghiere per l’ adorazione eucaristica. Ma soprattutto non si osava quasi più comunicarsi. Dio lo si può adorare: ma lo si può anche ricevere? ...continua a leggere "“La Comunione non è un premio per chi è virtuoso”. J.Ratzinger"

Gli amici riferiscono di un messaggio lasciato negli ultimi giorni da Marco Pannella ai militanti radicali: «Ragazzi, niente tristezza, alla fine abbiamo vinto noi». Vinto, un piccolo partito sempre sul limite della sopravvivenza, sempre lontano dalle stanze del potere? Eppure sì, c’è molto di vero in questo bilancio, e soprattutto pensando al Pannella degli anni Settanta e inizio Ottanta, quello delle battaglie per divorzio e aborto – meno, purtroppo, se ci si riferisce ad altre sue – queste sì belle e condivisibili – lotte: contro la pena di morte, la fame nel mondo, per un carcere sempre umano. ...continua a leggere "Pannella e la libertà, ma quella vera"