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P. Lasarte, 10 ‘Mi piace’ e 9 ‘non mi piace’: una valutazione del Sinodo sull’Amazzonia

di Martin Lasarte

Il tema dei “viri probati” e delle “diaconesse” ha assorbito troppe energie, a scapito di molte altre tematiche sull’ecologia umana e su un’evangelizzazione integrale. Positivi gli interventi di papa Francesco, che chiede una “sovrabbondanza” nella missione e nella fede.  È mancata un’attenzione al mondo giovanile. Il bilancio di un mese di Sinodo dell’Amazzonia da parte di un padre sinodale.

Città del Vaticano (AsiaNews) –  A poche ore dalla conclusione del Sinodo sull’Amazzonia, presentiamo qui alcune importanti valutazioni di p. Martin Lasarte, fra i padri sinodali nominati da papa Francesco. P. Lasarte, è salesiano uruguaiano, già missionario in Angola, membro dell’équipe di animazione missionaria mondiale della Congregazione salesiana. In particolare, egli è responsabile dell’animazione missionaria in Africa e in America. Di lui, AsiaNews ha pubblicato un suo articolo sul Sinodo, in due parti: “Sinodo Amazzonia: I preti sposati sono davvero una soluzione? (Prima parte)” e “Sinodo Amazzonia: I nuovi cammini e le malattie pastorali (Seconda parte)”.

Il Sinodo è un prezioso strumento di comunione ecclesiale e di ascolto. Questo strumento di consultazione offrirà al Santo Padre alcune riflessioni e proposte. Per me, a titolo personale, è stata un'esperienza ricchissima in cui ho imparato molto da tanti fratelli e sorelle.  Faccio rapidamente una valutazione "a caldo", senza aver ricevuto ancora il documento finale del Sinodo che sarà votato domani.

Essendo io una persona positiva, metto 10 “mi piace” al Sinodo, cioè, cose che mi sono sembrate positive; e 9 “non mi piace” per segnalarne i limiti.

I 10 “mi piace”

1. È stata una grande opportunità per riflettere pastoralmente sull'Amazzonia, sulle grandi sfide di carattere universale.

2. Si è data molta visibilità alla regione, ai suoi problemi ecologici, sociali ed ecclesiali.

3. Il Sinodo ha contribuito a creare una consapevolezza regionale dell'Amazzonia, essendovi molte realtà ecclesiali, separate, non collegate tra loro.

4. Positivo è stato lo sforzo di ascoltare in modo capillare, e di avere iniziato un processo con le comunità amazzoniche. Senza dubbio, la cosa più importante del Sinodo è il processo che esso genererà nella regione.

5. Personalmente, ho potuto imparare molto da diverse Chiese locali: approfondire i problemi, come il traffico di droga, che è davvero preoccupante per il suo potere economico, politico e culturale. E' stato anche bello conoscere "buone pratiche", o esperienze pastorali di diverse chiese locali, così come belle testimonianze di dedizione e servizio…

6. Vi è stata una chiara presa di posizione della Chiesa a favore dell'ecologia integrale (non fondamentalista) e per le popolazioni indigene amazzoniche.

7. Nel corso del Sinodo si è data maggiore importanza al tema delle città, dei giovani, delle migrazioni, qualcosa che era apparso nell' Instrumentum Laboris, ma non con l'ampiezza necessaria. La visione è stata estesa anche alle popolazioni rurali e fluviali, così come alle comunità afro (quilombolas).

8. Si è fatta più evidente la dimensione Cristo-centrica nella Chiesa e nell’evangelizzazione.

9. Nell'assemblea generale e nei circoli minori, sono stati sollevati molti argomenti di grande interesse e rilevanza (non so fino a che punto essi saranno inclusi nel documento finale):

- Sono state presentate riflessioni approfondite, in particolare da parte di esperti, sulle problematiche ecologiche.

- L'importanza di un'istruzione di qualità per tutti e in particolare per le popolazioni indigene

- Vi è stata una riflessione sui vari processi migratori.

- Sulla cultura, l'interculturalità, l'inculturazione e il Vangelo.

- Sono state evidenziate situazioni disumane di tratta di persone, traffico di droghe, sfruttamento...

- L'importanza della ministerialità di tutta la Chiesa.

- L'importanza del catecumenato e dell'iniziazione cristiana.

- Una Evangelizzazione integrale.

- La formazione del clero e dei laici per la missione.

- La pietà popolare.

- Sulla missionarietà della Chiesa.

- È apparso chiaro che vari "pastori indigeni o altri pastori" non possono andare avanti in modo autosufficiente senza un collegamento con le Chiese locali.

- Si è data più importanza alla pastorale urbana ed - al suo interno - alla pastorale indigena.

10. Mi sono piaciuti molto i tre interventi spontanei del Papa: sì alla cultura (pietà popolare, inculturazione), no a un aboriginalismo; sì alla formazione del clero in modo più pastorale, meno rigido, e ai laici.  Ma no alla clericalizzazione dei laici. Attenzione alle congregazioni religiose che si ritirano in cerca di garanzie, e alla mancanza di passione dei più giovani per la missione. Prestare attenzione al clero latino americano che emigra nel Primo Mondo invece di optare per l'Amazzonia. Ha parlato della necessità di una sovrabbondanza nel Sinodo, che non intende disciplinare il conflitto, né risolvere le cose mettendoci delle pezze. C'è bisogno di una sovrabbondanza missionaria.

I 9 “non mi piace”

1. Energie eccessive dedicate a problemi intra-ecclesiali, in particolare quello dei "viri probati" e delle "diaconesse”. Sarebbe stata un'occasione senza pari per offrire un contributo qualificato e più profondo alla cura della casa comune attraverso un'ecologia integrale basata sull'etica cristiana. Invece il tema dell’ecologia umana è rimasto solo al capitolo V (su 6 capitoli del documento). Il tema dei “viri probati” e del diaconato femminile, in cui non vi era pieno consenso, ha consumato molte forze, sottraendo qualità a tutti gli altri aspetti consensuali.

2Auto-referenzialità regionale: Il concetto di sinodalità è una questione che si è rivelata molto adattabile secondo le convenienze: sinodalità con coloro che la pensano come me; autonomia e pluralismo con chi la pensa diversamente, come nel caso delle Chiese sorelle di Asia, Europa e Africa. Penso che il tema della sinodalità della Chiesa universale avrebbe dovuto essere più presente per quanto riguarda i ministeri ordinati, perché esso è un tema sensibile ed esistenziale in tutta la Chiesa universale.

3. È mancato un più profondo senso di autocritica ecclesiale. Naturalmente, vi è stato il consueto "mea culpa" sulla colonizzazione e sui limiti della Chiesa, la sua visione antropologica eurocentrica, la limitata coscienza sociale del passato. Ma io mi riferisco alla scarsa incidenza pastorale di questi ultimi 50 anni nelle diverse realtà ecclesiali amazzoniche. Quali sono le cause della sua povertà pastorale e della sua infertilità? A mio avviso, il tema della secolarizzazione, dell’antropologismo culturale, dell’ideologizzazione sociale del ministero pastorale, della mancanza di una testimonianza credibile, coerente e splendente di santità dei ministri (fenomeno di tanti abbandoni di vita religiosa e sacerdotale, o di vita ambigua) non sono stati sufficientemente toccati.

4. Toppe nuove a un vestito vecchio. A mio avviso, i problemi più profondi dell’evangelizzazione non sono stati focalizzati: le cause dell'infertilità vocazionale; la scarsa cura pastorale in generale; la mancanza di una migliore cura pastorale della famiglia; un catecumenato che fondi la fede e la vita; l'assoluta assenza di pastorale giovanile (l'espressione non compare nel documento): di conseguenza la cura pastorale delle vocazioni è nulla, e vi è una mancanza di vitalità delle piccole comunità cristiane. I movimenti ecclesiali, le nuove comunità non si menzionano. Come mai? Non esistono davvero in Amazzonia? Mi sembra che ci sia stata una mancanza di quel dinamismo che ha portato la Chiesa a considerare il tema della "nuova evangelizzazione": nuovi metodi, nuovo fervore. Quali sono le nuove vie proposte dal Sinodo? Solo nuove strutture e le ordinazioni di viri probati..... Mi sembra che questa novità sia enormemente povera: si tratta di toppe nuove su un vecchio abito. A mio modo di vedere, la nuova veste in cui dobbiamo rivestirci con nuovo fervore è un problema di "fede": indossare Cristo.

5. Si parla del "rito amazzonico" per la liturgia. Si rischia di cadere in un esperimento teorico di laboratorio pastorale. Le culture amazzoniche sono varie, la grande ricchezza e varietà della cultura pan-amazzonica non può essere omologata (fra le 390 lingue presenti, pensiamo solo alle grandi famiglie: Tupi-Guarani; Arawak, Tukano, Pano, Je', Jíbara, Yanomami, ecc). Non c'è dubbio che l'inculturazione del Vangelo nella liturgia e nella vita delle comunità cristiane amazzoniche sia indispensabile, ma questo deve essere fatto nella vita reale e a poco a poco, con un ragionevole adattamento e decantazione di ciò che è veramente autentico della cultura e riesce a trasmettere veramente il mistero cristiano con simboli ed espressioni originali, evitando una “folklorizzazione” superficiale e generica.

6. Clericalizzazione laica. Sarebbe stato possibile risolvere il problema di eventuali ordinazioni al sacerdozio di uomini sposati con le vie ordinarie già possibili e praticabili nella Chiesa: la dispensa dal celibato (CCC 1047): la possibilità di dispensa data dalla Santa Sede, con le opportune giustificazioni, come sapientemente proposto dal card. Gracias dall'India, essendo molto più semplice di una generalizzazione del viri probati. Sono state presentate esperienze da altre latitudini con gli stessi problemi e con la soluzione di ricchi ministeri laici, ma la proposta non è stata apprezzata. Purtroppo, il "tema" del Sinodo è stato l'ordinazione degli uomini sposati, mentre gli altri temi sono rimasti all'ombra. Mediaticamente e popolarmente questo Sinodo sarà proprio questo: il Sinodo dei viri probati.

7. Visione secolare dei ministeri, in particolare quella delle donne come "diaconesse ordinate". Quando questo tema viene toccato ovunque, compaiono motivazioni molto civili, ma non del tutto evangeliche: "Questo è il momento di ordinare le donne", "Abbiamo il diritto", "Le donne devono avere il potere” …. Questi sono discorsi validi in qualsiasi parlamento, ma non li vedo tanto in un sinodo di vescovi dove si vuole discernere alla luce del Vangelo, della Tradizione, del Magistero ecclesiale e delle sfide attuali; e non tanto sotto la forte pressione della cultura dominante. Mi è sembrato che fosse abbastanza presente un senso parlamentare e non tanto lo spirito sinodale che cerca il discernimento ("Siamo rappresentanti dei popoli amazzonici e dobbiamo portare avanti le proposte da loro avanzate").

8. Pericolo della “onganizzazione" della Chiesa (trasformata in ong). È molto bello che la Chiesa sia ben organizzata al servizio della carità, ma che non sia "onganizzata", cioè governata dai criteri pragmatici, laici e organizzativi di una Ong. Si riduce mistero, la vita e l'azione della Chiesa a varie attività di advocacy e di servizio sociale. Questa riduzione mi sembra molto presente nella sensibilità di diversi partecipanti al Sinodo. Insisto: solo con un'evangelizzazione integrale, dove il kerigma, la discepolanza, la diaconia, la koinonia e la liturgia si fondono in un progetto pastorale armonioso ed equilibrato, potremo avere una pastorale feconda.

9. L'atmosfera del Sinodo è stata abbastanza serena, fraterna e rispettosa, anche se alla fine, alcuni hanno presentato le cose in modo piuttosto dialettico: da una parte, il club fariseo che sarebbe legato alla dottrina, spaventato dal nuovo, quindi chiuso allo Spirito Santo; dall'altra, coloro che ascoltano il popolo (sensus fidei), senza paura, aperti al nuovo e quindi docili allo Spirito Santo…. C’è da ammirare uno Spirito Santo venuto così ben preparato e organizzato…

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Il pretesto è un articolo di giornale che riprende l’ipotesi delle tre donne concentrate in un’unica Maddalena: l’adultera salvata dal linciaggio, la donna che profuma i piedi a Gesù e li asciuga con i suoi capelli, la Maria di Magdala sotto la croce e al sepolcro. L’occasione è un incontro tra amiche, proprio nella festa di Maria Maddalena. Non le convince l’ipotesi di cui sopra: “Tutti scrivono sempre le stesse cose sulla Maddalena. Pare che l'unico problema sia scoprire se la Maria dei tre episodi era sempre lei. Che cosa mi colpisce di più della Maddalena? Non la resurrezione o che Cristo l'abbia liberata dai demoni, ma che è rimasta sotto la croce.” Così dice la prima intervenuta. E prosegue: “Gesù, non credo avrebbe resistito se non avesse avuto sua Madre e quei pochi amici lì sotto. Si sentiva abbandonato anche dal Padre, invece loro fisicamente erano lì sotto e Lui li vedeva. Gesù ha dato la vita avendo davanti quei volti e così ha potuto donare la vita per tutti.” Rèplica un’amica: “Deve essere stato tremendo stare sotto la croce, eppure la Maddalena non poteva staccarsi da Cristo neanche in quel momento in cui poteva benissimo tirarsi fuori come gli apostoli.”

Interviene una terza: “Credo che potesse annunciare la resurrezione solo chi aveva visto morire Cristo con i propri occhi. Certo Gesù poteva dare quel compito a Giovanni, ma una donna ha un cuore diverso. Comunque Giovanni è stato il primo ad arrivare al sepolcro anche se ha aspettato Pietro. Era tutto teso a Cristo anche Giovanni.” Una interlocutrice ricorda di aver letto in un libro scritto da una donna che solo le donne sanno prendersi cura del corpo, perché custodiscono un corpo per nove mesi nel grembo; aggiunge: “Ecco, per questo io credo che Maddalena si sia presa molto cura di Cristo anche nel momento della deposizione e della sepoltura e dopo è andata al sepolcro con gli unguenti. Ma si può avere cura di Cristo, di Dio? Può sembrare assurdo, perché è Dio che si prende cura di noi. Eppure credo che il compito di ogni donna e mamma sia di avere cura di Dio, avere a cuore Dio!”
Si finisce con leggere insieme il brano del Vangelo sulla resurrezione annunciata dalla Maddalena. Con commozione. “Come lei quel giorno, quante volte abbiamo cercato in lacrime il Signore domandando dov'era, e quante volte Lui si è fatto riconoscere. Quante volte credevo di aver perso il mio Signore, che mi avesse abbandonata e invece poi m’ha chiamata per nome. Quante volte ho raccontato agli amici di aver incontrato Cristo e poi l’hanno visto anche loro e l’hanno testimoniato a me. Quante volte ancora potremo dire "Rabbuni! Maestro caro!" come la Maddalena.”

La FOLLA E LE LUCI

La folla che segue Gesù viene registrata dai Vangeli, che ripetono: “Lo seguiva molta folla... Erano circa cinquemila uomini… Si radunavano tante persone da non esserci posto davanti alla porta… Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì sua una barca e insegnava loro…”.  E via di seguito. Nel tempo, la folla non diminuisce, e continua a invadere piazze e strade. Ne rimaniamo sorpresi in certe assemblee liturgiche, nel giro di alcune processioni, nelle parrocchie e nei santuari, nei pellegrinaggi di giorno e di notte dove camminano decine di migliaia di persone, senza contare i raduni in piazza San Pietro e altre piazze attorno al Papa, fino alle percentuali di chi ‘si avvale dell’ora di religione’.

Cos’è questo fenomeno che perdura come un’altalena che non cede, come un’acqua che cala per subito crescere, come una fame che rispunta pur dopo un vorace rimpinzamento? Vengono attraversati i deserti della secolarizzazione, i decadimenti e gli smarrimenti del cuore umano, i disorientamenti e le delusioni dei ministri di culto.  Ci sorprende il racconto della vita dei santi del nostro tempo, particolarmente quei giovani che la morte precoce per incidente o malattia ha messo sotto gli occhi di tutti. Dov’erano dunque? O meglio, dove eravamo noi, quando le nostre energie si esaurivano nella lamentela e nel rimpianto di un mondo perduto? In una scuola, in un gruppo di amici, in una vacanza, in una malattia, nell’accoglienza di un bambino malato, nel servizio in un luogo di missione, la vita fioriva. Spuntavano dal nulla nuovi carismi e movimenti che in un batter di pochi decenni hanno invaso il mondo.

Basta sedere in confessionale per essere raggiunti non solo dai peccati della gente, ma da sorprendenti fenomeni di grazia. Da dove vengono i due sposini arrivati freschi al matrimonio e ora in attesa del figlio, con quell’intensità di fede e la lieta testimonianza in paese e nel lavoro? E la donna tradita e offesa, eppure fedele? E i genitori pazienti nell’accoglienza e misericordia verso figli perduti? S’innalzano preghiere a Dio e alla Madonna nel silenzio di un tormento nascosto. Tanti giovani e adulti che dedicano uno spezzone dell’estate ai più piccoli, chi li ha generati? Le donne che pregano il vespero prima del lavoro nella festa patronale, quanto amano nostro Signore? Quanti ragazzi recuperati dal buio della depressione e della droga, da un nuovo carisma che percorre le strade della notte? Torrenti e rigagnoli e sorgenti e canali irrigano il mondo di un’acqua che viene dalla profondità del tempo e dall’altezza del cuore di Dio. Daremo qualche frammento di attenzione a scoprire le luci che illuminano città e campagne?

Don Angelo

 

 

 

L’UNIVERSO DI DIO

Come una sorgente che sgorga dal profondo della terra e irriga i campi; come l’oceano che invade gli abissi e bagna i continenti; come uno sguardo aperto all’infinito oltre la siepe; come un cuore proteso a un amore totale: così e ben più di così il mistero di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo avvolge il mondo e invade i cuori. Dio percorre l’universo delle galassie e penetra il frammento invisibile, conforma la realtà e si protende a toccare il dito dell’uomo creato. Si specchia nella figura del maschio e della femmina, germoglia nella vita suscitata nel grembo della madre, conforma le dimensioni di tutti i rapporti umani: l’amore coniugale e paterno e materno e filiale, l’amicizia con l’amico privilegiato e la carità verso il povero e affamato, fino al gesto supremo del dono della vita.
Astronomi e scienziati, filosofi e matematici, uomini e donne che guardano il cielo e scrutano il cammino della luna e delle stelle, annusano il fiorire delle piante e odono il ronzio degli insetti, intuiscono il misterioso rapporto che connette gli esseri. La legge della relatività scopre la penetrante relazione di tutti nel tutto.
Dio Uno e Trino solca con l’orma del suo passo e blandisce col fiato della sua bocca ogni essere grande e minuto, noto e ignoto. Quale dunque la distanza tra cielo e terra, tra materiale e spirituale, tra piccolo e grande? Tutto è attraversato dalla potenza di Dio e abbracciato dall’Amore che muove il sole e le altre stelle, come intuisce Dante al termine del suo percorso tra cielo e terra.
E’ aperta la strada per conoscere chi è Dio e chi è l’uomo, che cos’è il presente e dove va il futuro, dove abita la felicità e dove vince la giustizia, dove fermenta l’amore e dove la vita è eterna.
Non restiamo più fermi sulla riva dell’oceano, bloccati sulla frontiera della non conoscenza. Dio prende il naviglio e attraversa il mare infinito, giunge alla nostra riva e si mostra nel volto umano del Figlio nato a Betlemme e vissuto a Nazaret, Cafarnao, Gerusalemme.
Per tutto il tempo pasquale, Gesù con insistenza imbarazzante ci percuote le orecchie e il cuore raccontando il suo rapporto con il Padre nell’eternità e nel tempo, ed effonde sugli uomini l’Amore costitutivo dello Spirito Santo.
Alla fine, Gesù ci attrae all’unità del Padre e del Figlio, nello Spirito Santo che, nella pazienza del tempo, ci conduce alla verità tutta intera. L’universo e tutti gli esseri, ogni uomo e ogni donna, vibrano nell’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Don Angelo

Mattarella: “L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi e curarsi di più delle persone”

L’intervista del Capo dello Stato italiano con i media vaticani: “Affiorano atteggiamenti di intolleranza, ma in Italia prevale ancora la solidarietà”. “La Dichiarazione sulla Fratellanza umana di Francesco e del Grande Iman di Al Azhar è di grande importanza per rimuovere le basi della predicazione di odio del terrorismo”

Andrea Tornielli e Andrea Monda

Anche se «affiorano, rumorosamente, atteggiamenti di intolleranza, di aggressività, di chiusura alle esigenze altrui», e bisogna evitare che certi fenomeni si saldino tra loro «a livello internazionale», in Italia sono ancora prevalenti «iniziative e comportamenti di grande solidarietà». Per questo, anche seguendo l’invito del Papa, è bene che il Vecchio Continente ritrovi lo spirito dei suoi fondatori: «L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi. Deve curarsi di più della sorte delle persone». Lo ha affermato il Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, nel corso di un’intervista a tutto campo con i media vaticani (L’Osservatore Romano, Radio Vaticana, Vatican News). Il Capo dello Stato ha parlato delle relazioni «ottime sotto ogni profilo» tra l’Italia e la Santa Sede, del ruolo della Chiesa cattolica nel Paese, dell’importanza del dialogo tra le religioni per la pace nel mondo in relazione alla Dichiarazione di Abu Dhabi firmata da Francesco e dal Grande Imam di Al Azhar.

Presidente, colpisce la dimensione esistenziale presente nei suoi discorsi, nei quali emerge sempre il senso dell'urgenza rispetto alla crisi delle relazioni: il tessuto sociale appare spesso sfibrato, i legami spezzati, la solitudine la cifra distintiva delle nostre città. È questa secondo lei una priorità rispetto ai problemi del Paese e una questione che la politica deve affrontare?

Sì, è questa la principale preoccupazione che credo occorra nutrire: un’Italia che recuperi appieno il senso e il valore del sentirsi comunità di vita. L’Italia registra, al suo interno, una gran quantità di iniziative, e comportamenti, di grande solidarietà; e questa realtà è nettamente prevalente. Ma affiorano, rumorosamente, atteggiamenti di intolleranza, di aggressività, di chiusura alle esigenze altrui. Sono fenomeni minoritari, sempre esistiti, in realtà, ma sembrano attenuate le remore che prima ne frenavano la manifestazione. Non si tratta di una condizione peculiare del nostro Paese: appare così in tutta Europa e anche in altri Continenti. Vi si aggiunge un aspetto, diverso, e da non confondere con quello che ho appena indicato: le conseguenze del profondo disagio sociale, provocato dalla crisi economico-finanziaria del decennio passato e, a ben riflettere determinato, non soltanto in Italia, anche dal trasferimento di risorse, sempre più ingenti dall’economia reale alla finanza speculativa; dal forte aumento della distanza tra i molto ricchi e la gran parte della popolazione. Anche i mutamenti nel mondo del lavoro, conseguenti alla globalizzazione e alle nuove tecnologie – entrambe, peraltro, condizioni, per tanti aspetti, positive – contribuiscono a far sorgere incertezza, e insicurezza, nel tessuto sociale. Si sono generate, come dicono gli studiosi, periferie esistenziali, non soltanto territoriali. Ambiti di sofferenza e di disagio, frutto dello smarrimento che viene avvertito diffusamente. Smarrimento accentuato dal venir meno di soggetti aggreganti in vari versanti della società – dalle varie realtà associative ai partiti politici - o dalla loro diminuita capacità di attrazione e rappresentanza. È necessario evitare che questi fenomeni, così diversi fra di loro, si possano saldare, determinando situazioni di paura, di avversione reciproca, di conflittualità tra persone, tra gruppi sociali, tra territori all’interno di ciascun Paese. Condizione che, come già qualche segnale indica, si trasferirebbe in ambito internazionale. A fronte di tutto questo però, vorrei ripetere, vi è la fiducia ispirata da quanto di positivo si registra, ed è ampio, nella nostra società.

Come definirebbe oggi i rapporti fra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano? Qual è secondo lei il contributo che la Chiesa dà alla vita della nazione?

Le relazioni sono ottime sotto ogni profilo e - come recita la Costituzione - ciascuno nel proprio ordine. La collaborazione è piena, in ogni ambito e settore in cui le attività, della Santa Sede e quelle dello Stato italiano, si incontrano, in sede interna e in sede internazionale. Per quanto riguarda il contributo della Chiesa alla vita dell’Italia, occorre, naturalmente, distinguere, come soggetti e come operatività, le due, diverse dimensioni in cui si presenta la Santa Sede e la Chiesa italiana. Sul primo versante, il magistero di Papa Francesco riceve grande attenzione ed esercita influenza significativa sui nostri cittadini, anche per l’affetto che questi nutrono nei suoi confronti. Francesco è subito diventato un punto di riferimento per gli italiani. Per parte sua la Chiesa italiana fornisce un contributo, di grandi dimensioni, alla società del nostro Paese, non soltanto sul piano spirituale, concorrendo al raggiungimento degli obiettivi, indicati dalla nostra Carta costituzionale. La presenza della Chiesa italiana nella dimensione culturale, educativa e sociale è motivo di riconoscenza. Le innumerevoli iniziative di diocesi, parrocchie, realtà associative, in favore dei più deboli, degli emarginati, di chi chiede ascolto e accoglienza sono concrete ed evidenti; e costituiscono un richiamo costante all’esigenza di aiuto reciproco nella vita quotidiana, per rafforzare la coesione della nostra comunità.

Papa Francesco all'inizio di questo 2019 ha compiuto già due viaggi in Paesi a maggioranza musulmana. Negli Emirati Arabi ha firmato con il Gran Imam di Al Azhar una impegnativa Dichiarazione sulla Fratellanza umana. Quanto è importante questo dialogo tra le religioni per la pace nel mondo?

Le religioni rivestono un ruolo crescente sulla ribalta internazionale. Se questo è sempre avvenuto in altri Continenti, oggi lo si vede accresciuto anche in Europa. Questo aumento di influenza è di grande rilievo per assicurare al mondo comprensione reciproca e pace. I leader religiosi godono di prestigio e hanno un forte seguito nelle varie popolazioni. Il rispetto reciproco e il dialogo tra le diverse fedi - che parlano di pace e di fratellanza - rappresentano condizioni essenziali; e costituiscono il principale antidoto all’estremismo che cerca di strumentalizzare il sentimento religioso. Sono sempre esistiti questi tentativi di strumentalizzarlo a fini politici e di potere. Il terrorismo di matrice islamista fa parte di questo antico fenomeno, purtroppo amplificato dagli strumenti moderni, nelle conseguenze della sua strategia e attività criminale; che ha colpito, ancora, negli ultimi giorni in Burkina Faso, in Iraq, in Afghanistan. Ad esso si aggiungono violenze e attentati di stampo suprematista, come quello di Christchurch, in Nuova Zelanda, contro fedeli musulmani. La Dichiarazione sulla Fratellanza umana firmata da Papa Francesco e del Grande Iman di Al Azhar è di grande importanza, sul piano dei principi e su quello concreto, per rimuovere le basi della predicazione di odio del terrorismo, che evoca abusivamente motivazioni religiose. Così come lo è stato il gesto di Papa Francesco a Bangui: far salire con sé, sulla papamobile, l’Imam di quella città, nel corso della sua visita nella Repubblica Centrafricana, in occasione dell’apertura del Giubileo. È stato un grande gesto, di grande efficacia comunicativa e di grande apertura. Esortare a riscoprire le radici autentiche, e profonde, delle fedi religiose - e operare perché tra esse ci sia un clima di dialogo e di fraternità - significa lavorare, concretamente, per la costruzione della pace nel mondo e per la sicurezza di tutti. La forza degli Stati contro il terrorismo è necessaria e può contrastarlo efficacemente ma è la formazione delle coscienze e delle mentalità che può cancellarlo definitivamente.

Papa Francesco ha detto: «Il primo, e forse più grande, contributo che i cristiani possono portare all'Europa di oggi è ricordarle che essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone». Quanto è importante ritrovare il senso dell'Europa come comunità e che cosa si può fare perché le nuove generazioni lo riscoprano?

Nel mese di gennaio, a Berlino, il Presidente tedesco Steinmeier mi ha prospettato l’idea di un appello per la partecipazione al voto nelle prossime elezioni per il Parlamento europeo: ho subito aderito a questa sua iniziativa e, nei giorni scorsi, è apparso questo documento, firmato da tutti i presidenti delle Repubbliche dell’Unione. Vi è scritto che quella dell’integrazione europea è la migliore idea che abbiamo mai avuto nel nostro Continente. Questa affermazione così decisa muove dalla convinzione che l’Unione non è un comitato di interessi economici, regolato dal criterio del dare e dell’avere, ma è una comunità di valori. Questa convinzione è l’unica che corrisponda, davvero, alla storica scelta dei fondatori dei primi organismi comunitari. Questo viene percepito, forse talvolta inconsapevolmente, ma con effettività, soprattutto da due generazioni: i più anziani, che ricordano qual era la condizione dell’Europa prima di quella scelta, e i più giovani, che possono viaggiare liberamente da Trapani a Helsinki e da Lisbona a Stoccolma. Vede, tutti dovrebbero riflettere cosa hanno provocato due atroci guerre mondiali, combattute soprattutto in Europa; e cosa rappresentava vivere in un’Europa divisa in due dalla cortina di ferro, dal muro di Berlino, dall’angoscia, sempre presente, di un conflitto nucleare devastante. Da giovane sono stato a Berlino, era ancora divisa. Mia moglie e io desideravamo visitare uno splendido museo, il Pergamon, che si trovava a Berlino Est: abbiamo attraversato la frontiera, il muro e nel mio ricordo è incancellabile il senso di oppressione che si provava; e come si percepisse la grave lacerazione della città. Talvolta si dimentica il valore delle condizioni in cui ci troviamo e quel che sono costate di fatica e di sacrifici: bisogna sempre pensare che queste condizioni, per quanto imperfette, sono da preservare e da consolidare; e non sono scontate e irreversibili. Credo che questo sia ben compreso dalle nuove generazioni, quelle dei nativi digitali, del roaming europeo, dei voli low cost e dell’Erasmus. Giovani che, anche senza dichiararlo, si sentono europei oltre che cittadini ciascuno del proprio Paese. Avvertono questa “Casa comune”. Questo non vuol dire che nell’Unione tutto vada bene. La percezione delle sue istituzioni, da parte di larghe fasce di elettorato europeo, non sempre è positiva, anche se è spesso l’egoismo degli Stati – e non quindi quelle istituzioni – a frenare il sogno europeo. Per qualche aspetto l’andamento della vita dell’Unione - anche per il freno posto da parte di alcuni Paesi - dà l’impressione di essersi fermata, come in ordinaria amministrazione; quasi appagata dalla condizione raggiunta, come se il disegno europeo fosse già compiuto. Questo ha, sensibilmente, appannato il disegno storico, la prospettiva e la tensione ideale dell’integrazione. Papa Francesco, con saggezza, indica il centro della questione. L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi. Deve curarsi di più della sorte delle persone. Deve garantire sempre maggior collaborazione, uguaglianza di condizioni, crescita economica, ma questo si realizza realmente soltanto con una crescita culturale civile, morale.

Non trova che l'Italia sia un Paese che talvolta viene rappresentato male dai mass-media e anche dalle istituzioni? Può dirci come vede il nostro Paese dal suo punto di vista privilegiato?

Per il mio ruolo, svolgo molte visite in altri Paesi e ricevo al Quirinale molti capi di stato. Registro sempre, ovunque, un gran desiderio di Italia, una richiesta di collaborazione fortemente insistita. Questa riguarda ogni campo: culturale, scientifico, politico, economico, anche militare per la difesa della pace. Il nostro contingente più ampio è in Libano, apprezzato da tutte le parti fra loro contrapposte, cui garantisce l’assenza di violenze. L’immagine dell’Italia e l’opinione che se ne ha all’estero sono di gran lunga più positive di quanto noi stessi nutriamo. Ma quel che vorrei sottolinearle soprattutto è la sensazione, incoraggiante, che ricevo dalla nostra società, nelle tante visite, che compio nelle nostre città e nei nostri territori, e nelle numerose occasioni di incontro che ho giorno per giorno qui al Quirinale. È un punto di osservazione privilegiato e completo. Il nostro Paese è pieno di energie, comportamenti, iniziative, impegni positivi; di solidarietà, di abnegazione generosa, di senso del dovere, di disponibilità e attitudine a occuparsi dell’interesse generale, del bene comune. Naturalmente, come ovunque, vi è anche ben altro. Vi sono, come accennavo all’inizio, comportamenti gravi e da censurare con severità. Ma, tra i piatti della bilancia, è di gran lunga prevalente quello della generosità e del proprio dovere. Motivo, questo, per cui sono riconoscente ai nostri concittadini.

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DOPO GLI AUGURI di PASQUA

Quante strade percorrono gli auguri di Pasqua? La più breve conduce dall'altare a un lieto e rapido abbraccio con i fedeli giù dei gradini al termine della Veglia Pasquale. Le strade più intrigate e fantasiose percorrono tutte le fibre dei social. Solo qualche raro biglietto spunta nella mazzetta di giornali e riviste che il postino consegna qualche giorno prima di Pasqua. Occhieggiano sorridenti e malinconici alcuni messaggi che quasi si confondono con la pubblicità pasquale, luminosi di belle promesse fatte di pulcini, colombe, cioccolata, fiorellini e fantasie esotiche. La Pasqua si trasforma in una buona tazzina di caffè o nella sorpresa dell'uovo di cioccolato: tutto bello, simpatico e ...vuoto. Pare sia fuori moda e fuori contesto il riferimento a Gesù risorto e all'avvenimento della Pasqua cristiana: ben se ne guarda anche qualche fedele cristiano e non solo.

Ma la Pasqua di Gesù c’è! Dagli auguri di tutte le specie spunta bellissimo il quadro del Cristo che sorge imponente dal sepolcro in Piero della Francesca; si protendono con levità le mani della Maddalena verso Gesù nel dipinto di Giotto; si slanciano con desiderio le mani di un drappello di discepoli verso il braccio del Signore, scovate in una chiesa di Laggio di Cadore e riprodotte nel volantone degli auguri di Comunione e Liberazione. La Pasqua cristiana esce di Chiesa, percorre le strade della vita e illumina le pareti di casa. Cristo risorto è il punto da cui tutto ricomincia. Con Gesù anche i discepoli e le discepole risorgono dalla paura e dall'incertezza, e si mettono in cammino per le strade del mondo: "Andate e annunciate". Lo richiama uno scrittore francese che non si rassegnava al suo ateismo: Cristo, "almeno lui, ci è permesso ammirarlo e amarlo senza farci troppe domande sulla sua realtà. Se qualcuno ha lasciato una traccia sfolgorante nella mente e nel cuore degli uomini, è proprio Gesù Cristo" (D'Ormesson, Avvenire 21.4.2019). Gesù Cristo è venuto a toccare la nostra vita, a condividere la passione dei suoi fratelli nuovamente percossi e dilaniati dagli attentati proprio nel giorno della sua Pasqua, lanciati nella carità e commossi di misericordia ogni giorno della vita, feriti dai peccati e sanati dalla sua croce, risuscitati nella speranza e viventi per Dio e per i fratelli. Come sarebbe possibile vivere, sperare, generare figli e tirarli su con fiducia, se Cristo non ci prendesse per mano ogni mattina e non si accompagnasse con noi come con i discepoli che tonavano ad Emmaus delusi? Il suo volto brilla negli amici che credono, nei poveri che sperano, nei cristiani che patiscono persecuzione, nei fratelli e sorelle che gli donano la vita.

 

Per libri, giornali e siti, si invoca il Pronto Soccorso degli esperti in scienze umane, persone sagge e navigate, chiamate a sostenere chi viene coinvolto in situazioni drammatiche, come incidenti, terremoti, attentati. Una competenza di cui ha bisogno il mondo dei ragazzi, giovani, fidanzati, famiglie, e non so chi altro. Tuttavia le pur necessarie competenze mostrano la corda di fronte al mistero dell’uomo che supera ogni misura e travolge tutte le proporzioni; il gran lago del cuore umano arriva a profondità insondabili e si estende per meandri impenetrabili alla sapienza umana, arrivando a toccare l’Infinito di cui è immagine e di cui conserva nostalgia. I fiori e i lumini sui luoghi delle stragi e degli incidenti, le sfilate e le fiaccolate per ricordare le vittime o per commemorare eventi drammatici – come il decennale del terremoto de L’Aquila, con la lenta scansione dei nomi delle persone travolte dalle macerie - diventano premessa a un’invocazione che spinge più in là. Anche se la sfilata non si conclude con una preghiera corale, c’è da scommettere che tante persone si lascino andare a una silenziosa invocazione al Signore e alla Madonna, come al tempo in cui si era bambini, e come ancora accade in qualche chiesa.

Non possiamo ridurci alla dimensione orizzontale: la salvezza invocata supera ogni umana competenza e capacità, e non trova risposta nemmeno quando case e contrade vengono ripristinate – cosa peraltro così lontana dall’essere portata a compimento.

L’intervento delle scienze umane viene invocato e praticato anche nell’affronto dei problemi di una comunità cristiana o di una fraternità religiosa. Rimanendo persone umane, con livelli psicologici e intrecci sociologici, veniamo istruiti e indirizzati sulle dinamiche che ci strutturano e ci attraversano. Purtuttavia, una sottile tentazione pelagiana può insinuarsi come serpente: ‘Ci bastano le nostre tecniche e competenze per uscire dal buco’. Il laboratorio delle invenzioni e genialità basterebbe a risolvere i problemi della famiglia, le crisi del prete, le attese dei giovani. Metodologie e tecniche si contendono la piazza nei gruppi convocati, lasciando in superficie l’annuncio della fede, mentre l’efficacia della grazia viene svilita e la preghiera appare intimistica e inutile. Quando l’attrattiva cristiana abbassa l’asticella, svanisce l’immagine di Cristo che salva e perdona, fa rinascere i cuori e fa nuove tutte le cose. Più che di esperti, abbiamo bisogno di accoglienza e perdono. Allora il cuore salta oltre la siepe, invoca la tenerezza di Dio e mèndica il suo abbraccio. Il bisogno di essere accolti e perdonati va ad affiancarsi ai testimoni del passato e del presente, percorrendo le vie misteriose delle acque della grazia, agitate dal vento dello Spirito.

 

IL CENTRO

Trovarsi da soli, tu e Lui con l’Eucaristia, càpita a volte durante l’anno e si ripete a brevi sprazzi nel corso delle 24 Ore per il Signore. Il grande ostensorio che ospita il cerchio bianco di pane, illumina di chiarore l’altare e tutt’intorno le colonne, i muri, le vetrate, i panconi, le panche, nelle grandi cattedrali e nelle chiese moderne, dove vengono a concentrarsi a raggera persone di varie comunità e provenienze ecclesiali. Il segno del pane è impressionantemente esile, tanto più quando lo prendi in mano e quando lo spezzi in due o in quattro per consegnarne appena un frammento a una persona anziana, in famiglia o in casa di riposo. Attorno a questo segno minimale, come alla sottile asse della sfera del mondo, continua a girare l’universo della Chiesa, si svolge il ritmo della vita delle persone, viene coordinato il cammino delle comunità. C’è chi si ritaglia tenacemente - tra casa e lavoro - lo spazio della messa quotidiana, mentre le comunità contemplative segnano le ore della giornata sulla cadenza dei momenti di preghiera e di adorazione. Qua e là spuntano comunità parrocchiali che proseguono l’adorazione eucaristica di giorno e di notte, per tutti i giorni dell’anno. Ma come fanno??!! Con quale fede, con quale amore, con quale cuore e mente guardano l’Ostia consacrata? Se non fosse che le parole pronunciate distintamente ad ogni celebrazione da ciascun sacerdote, fanno risuonare la voce stessa di Gesù nell’ultima cena ed evocano la compagnia dei dodici e delle donne e degli inservienti; se non fosse che vedi vibrare il suo corpo, il suo medesimo corpo che pende dalla croce, davanti ai soldati e davanti alla Madre e al piccolo gruppo di discepoli; se non fosse che – come la Maddalena al sepolcro – tendi le braccia e il cuore per toccare il suo corpo risorto; se non fosse che il fiume dei secoli e il vento dello Spirito trasportano a questa chiesa il grano e l’uva; se non fosse che la fede di nostra madre e forse di nostro padre ci conduceva da bambini a buttare un bacio al crocifisso e al tabernacolo; se non fosse per la Messa della prima Comunione, per il Matrimonio celebrato nella Messa, e pure il funerale e prima ancora il Battesimo; se non fosse per l’unica mensa e l’unico corpo nel quale si compone il popolo cristiano; se non fosse… Chi potrebbe credere, riconoscere, adorare, sperare, amare Gesù in un segno così povero e indifeso, immoto e silenzioso? Come un atomo irradiante, come un sole splendente, un pane fragrante, un vino inebriante, l’Eucaristia si colloca al cuore della vita del cristiano e di tutta la Chiesa. Al centro del mondo.

La RISCOPERTA del PADRE

1. Chi sei?
La liturgia quaresimale ci mette davanti agli occhi la domanda che Mosè rivolge a Dio sul monte Oreb: “Chi sei?” Esodo 3,13-15
Mosè disse a Dio: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?».  Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». Poi disse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi». Dio aggiunse a Mosè: «Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.

“Io sono colui che sono”. In questo nome non c’è filosofia, ma piuttosto storia. In quel nome c’è la storia di un’alleanza. Io Sono significa: Io Sono qui, Io ci sono e ci sarò, Io Sono Presente. Sono Fuoco che brucia e non divora, sono Luce che rivela e non acceca.
“Io sono colui che sono” Il Dio dei padri, che manda Mosè a salvare il popolo.
Io sono la pienezza dell’essere. Chi è – che cos’è questo Dio che trabocca di vita, e la effonde, come un vino spumeggiante, come un fiume che irrora di canali e ruscelli la campagna del mondo. Che vita ha questo Dio, come fa ad essere quello che noi vediamo? Perché lo chiamiamo Padre?
Noi vediamo la primavera che sboccia, vediamo la luna piena come non l’abbiamo vista mai. Noi vediamo il volto e il sorriso di un bambino che cresce. Vediamo la vita che si agita dentro di noi. Noi vediamo l’opera dell’uomo nella genialità dell’arte e delle imprese ingegneristiche o nelle profondità del laboratorio.

2. Io sono: Com’è questo Io sono? Dio, come è fatto??
Esprimendoci con il realismo e l’approssimazione del linguaggio umano, possiamo dire che l’essere di Dio ‘si espande’ in una triplice personalità: Padre – Figlio – Spirito Santo. Le parole umane sono inadeguate, ma contengono comunque la verità, come un catino contiene la qualità dell’acqua dell’immenso oceano.
“In un libro di catechesi tedesco si legge questo racconto. Un insegnante pone a una bambina la domanda: “Il Padre celeste è Dio. Gesù Cristo è Dio, lo Spirito Santo è Dio. Come vanno insieme queste cose?” La bambina pensa un momento e poi risponde: “Dio sarà il nome della famiglia”. La classe ride, ma l’insegnante resta pensierosa…”(T.Spidlik, Noi nella Trinità, Ed Lipa p11)
Anche noi rimaniamo pensierosi. Dio è una realtà viva, un fiume che scorre, un sole che promana luce e calore, un albero che produce frutto. Dio è una ‘famiglia’ di persone. Buttiamoci a tuffo nel gran mare di Dio:
“Il Padre genera dall’eternità il Figlio, cioè gli comunica liberamente la sua natura divina. Dato che questa è indivisibile, Egli dà se stesso integralmente, senza riserve. D’altra parte, il Figlio accetta questa natura divina dal Padre liberamente e senza riserve.” (Spidlik p 55)
La persona – divina e anche umana - nasce dalla relazione con un’altra persona. Ogni figlio può dire alla madre e al padre: “Tu sei, quindi io sono. Senza di te non esisto, non posso esistere”. “Io sono tu che mi fai”: ripeteva con una frase folgorante don Giussani. Non solo mi hai fatto, mi stai facendo ora. Il Figlio eterno può dire al Padre: “Io sono tu che mi generi”
Il Padre conosce il Figlio, il Figlio conosce il Padre; la figura si riflette nello specchio che ha di fronte; conoscenza, logos, verbo, parola.
Ma la conoscenza non si limita a conoscere. Per entrare nel mistero di una persona, occorre che si svolga un processo di reciproca fiducia e di amore. Conosci una persona quando le vuoi bene. Allora ‘entri’ nell’altro. La conoscenza reciproca avviene tra l’amante e l’amata, tra padre-madre e figlio, tra l’amico e l’amico. La comunicazione, la conoscenza vera avviene in ambito affettivo, accade nel reciproco amore. In Dio, la perfetta conoscenza esiste nel perfetto amore. La conoscenza è più di una conoscenza: è una relazione, è un legame, è una comunicazione. La conoscenza puramente intellettuale è un ‘sapere le cose’ e non costituisce un vero rapporto personale. La conoscenza in senso biblico è addirittura il rapporto intimo tra uomo e donna.
“Colui che contempla e ammira, colui che costituisce il mutuo amore del Padre e del Figlio è lo Spirito Santo. Contemplando, egli costituisce se stesso come terza persona divina, egli diventa ciò che vede, personifica l’amore mutuo tra le persone divine. Lo Spirito è Spirito d’amore” (Spidlik p 55)
Ecco la Trinità, Padre che è l’inizio, il Figlio che è lo specchio, lo Spirito che è il legame amoroso. Questa realtà divina corrisponde alla realtà umana, perchè anche noi siamo fatti così: l’acqua contenuta nel piccolo bicchiere è la stessa del grande oceano. Anche noi siamo fatti dalla relazione, siamo relazione.
Un inno dei Primi Vespri della solennità della Santissima Trinità delle monache trappiste di Vitorchiano esprime con intensità lo svolgimento della vita divina:
“O Trinità infinita
cantiamo la tua gloria in questo vespro,
perché nel Cristo tu ci hai resi figli
e i nostri cuori sono tua dimora.
Eterno senza tempo,
sorgente della vita che non muore,
a te la creazione fa ritorno
nell’incessante flusso dell’Amore.
Noi ti cantiamo, o Immenso,
in questo breve sabato del tempo
che annuncia il grande giorno senza sera
in cui vedremo te, vivente luce.
A te la nostra lode,
o Trinità dolcissima e beata
che sempre sgorghi e sempre rifluisci
nel quieto mare del tuo stesso Amore. Amen.” ...continua a leggere "Meditazione di Quaresima 2019"

LA FEDE TAGLIATA

La Trinità è difficile e non merita tempo di spiegarla. Gesù non è da nominare perché se no i ragazzi scappano. La Chiesa è piena di peccati e lasciamola stare. Il Battesimo è una imposizione e lo riceverà da grande se vuole. La Confessione, mi confesso da solo. Il Matrimonio si può fare anche in spiaggia mescolando il mucchio di sabbia verde con quella gialla..... E via sventolando stracci di parole e di opinioni, ciascuno la sua.

Una fede tagliata, snervata, abolita. Il cristianesimo messo da parte, ingessato e raggelato come una montagna d'oro sepolta dalla neve, dove non si va più a scavare. Al massimo, precipitose scivolate fino a valle.

Dimmi cos’è il cristianesimo. Dimmi cosa c’entra Cristo con la vita. Dimmi dove trovi una mano che te lo porga, una voce che te ne parli, un cuore che te lo consegni.

Nella piazza del mercato delle religioni, come Diogene con la fiaccola accesa di giorno, vai cercando un Volto fra tutti i volti. Tra la folla dispersa e oppressa, dopo le fantasie del carnevale e dentro le abitudini della Quaresima, emerge il bisogno di una risposta, l’esigenza di una compagnia per arrivare a Lui, cercando di individuare il cammino della sua croce e lo splendore della sua carne di risorto. Trovi aperta la porta della Chiesa, spalancato il libro della sua parola, sussurrato il mormorio della preghiera. Di comunità in comunità, di stagione in stagione, cerchiamo l’incedere dei suoi passi, il suono della sua voce, lo slancio della sua chiamata. Veniamo introdotti nel mistero della sua vita, per poter svelare il mistero del nostro essere al mondo, il nostro anelito di infinito come sul colle di Leopardi, non per naufragare nel mare del nulla, ma per navigare nel profondo della vita, scorgendo all’orizzonte la meta. Navigazione non solitaria, con il capitano che guida la barca.

Cerchiamo qualcuno che ci consegni la fede con tutti i suoi connotati e ci introduca nella storia nella quale e entrato Dio, Padre che crea e ama, Figlio che diventa uomo, Spirito che lancia nella vita. Cerchiamo una comunità di persone affascinate dal suo amore, attratte dalla sua chiamata, sospinte al largo della missione. L’oscurità si schiarisce, il peccato viene lavato, l’oppressione viene liberata. Chiamati a risorgere ogni giorno, a fiorire ad ogni primavera, a portare i frutti dell’estate e dell’autunno. Ritroviamo fratelli che arrivano da tutte le strade, accogliamo la grazia che ci avvolge da tutti i punti cardinali. Una fede di volti e persone. Il volto di Dio, la storia delle persone.