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Pannella e la libertà, ma quella vera

Gli amici riferiscono di un messaggio lasciato negli ultimi giorni da Marco Pannella ai militanti radicali: «Ragazzi, niente tristezza, alla fine abbiamo vinto noi». Vinto, un piccolo partito sempre sul limite della sopravvivenza, sempre lontano dalle stanze del potere? Eppure sì, c’è molto di vero in questo bilancio, e soprattutto pensando al Pannella degli anni Settanta e inizio Ottanta, quello delle battaglie per divorzio e aborto – meno, purtroppo, se ci si riferisce ad altre sue – queste sì belle e condivisibili – lotte: contro la pena di morte, la fame nel mondo, per un carcere sempre umano.

Ma se riandiamo con il pensiero alle strade delle nostre città ai tempi dei due referendum che sono stati per la società italiana un nodo epocale, ai comizi, alle rivendicazioni femministe in tema di legge 194, è evidente che Pannella, con la sua eloquenza e il suo physique du rôle da combattente, protagonista indiscusso.

Pannella fu l’uomo che scosse un’Italia ancora, magari più in apparenza che nella sostanza, massicciamente “cattolica”, e propose nuovi modelli e nuovi ideali: la libertà dell’individuo al di sopra di qualsiasi altro bene, e la coniugazione di nuovi diritti – di rompere un matrimonio, di abortire legalmente un figlio non voluto. Cose che ai padri apparivano inimmaginabili, in pochissimi anni sono diventate per i figli un’ovvietà: che sia legittimo divorziare e abortire, è ormai assodato nella nostra società, e quasi nessuno oserebbe rimettere in discussione questi pilastri attorno ai quali, poi, si è fatta, disfatta e conformata la vita privata di milioni di italiani.

Il Paese di oggi è altro, irriconoscibile, da quello degli anni Sessanta, e un alfiere di questa metamorfosi è stato proprio Giacinto Pannella detto Marco. Per cui nella sostanza ha avuto ragione, il leader radicale, a dire ai suoi: contenti, abbiamo vinto. Lo stesso paesaggio sociologico che si va disegnando oggi sotto ai nostri occhi, la battaglia di quanti non sono paghi delle unioni civili appena varate e reclamano per le persone omosessuali “matrimonio egualitario” e adozioni, la fecondità assistita deregolata, addirittura fino all’utero in affitto, è figlia di quella esaltazione dei diritti individuali di cui Pannella, con il suo carisma, è stato un grande motore. Una “vittoria” passata nel Dna degli italiani, o almeno di buona parte di loro. Una vittoria che a noi non piace, e di cui vediamo gli esiti: una grande quantità di persone sole, famiglie divise dopo pochissimi anni di matrimonio, figli cresciuti in questi fallimenti, oppure nemmeno venuti al mondo, in una cultura individualista in cui la maternità tacitamente confligge con i desideri e la autonomia dei futuri genitori.

Di modo che quando sentiamo dire di Pannella che era un «leone della libertà», restiamo perplessi: quale libertà, libertà di che cosa? Poi, certo, c’è il Pannella appassionato e coraggioso degli scioperi della fame, delle battaglie per i diritti dei carcerati e contro la condanna a morte. Battaglie che da cristiani non si può non condividere e ammirare, per l’impegno di un uomo che in queste lotte ha speso la sua vita. Il che non ci può fare dimenticare la contraddizione per noi ineliminabile, quella sottolineata ieri su “Avvenire” da Carlo Casini, e cioè il non vedere, Pannella, che l’ultimo degli ultimi, il più indifeso degli indifesi, è l’essere umano concepito e non ancora nato, non ancora visibile nell’arena pubblica – l’unico, a non avere alcun diritto. L’essere stato, in Italia, fra i padri di quella cultura in cui l’aborto di fatto è raccontato come un “diritto”, questo storicamente è innegabilmente imputabile a Pannella.

“Abbiamo vinto”, ha detto ai suoi. Eppure nelle stesse settimane, e meno di un mese prima di morire, Pannella ha scritto al Papa una lettera, resa nota ieri da “Famiglia cristiana”, sul viaggio di Francesco a Lesbo, e la scelta degli ultimi; lettera che termina con parole per niente ovvie, in bocca al leader scomparso.

E, sotto alla firma («Ti voglio bene davvero, Marco») un post scriptum: «Ho preso in mano la croce che portava monsignor Romero, e non riesco a staccarmene». Quella croce gli era stata portata da monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, andato a visitarlo quando era già malato. «Ho preso in mano la croce e non riesco a staccarmene». E qui chi legge tace, e sospende ogni ipotesi. Davanti al mistero che è fino all’ultimo la coscienza e la libertà di ogni uomo – la libertà, quella vera.

Marina Corradi, Avvenire 21.05.2016

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