Vai al contenuto

OMELIA del Vescovo ADRIANO alla MESSA del CRISMA

GIOVEDÌ SANTO, 27 MARZO 2016.

PRETI SI DIVENTA: DINAMICA VOCAZIONALE

crismale facciamo memoria e prediamo coscienza della sorgente del nostro ministero presbiterale nella Chiesa e della nostra comune missione in questa Chiesa di Chioggia. Il gesto di tenere le mani stese per la consacrazione del Crisma, manifesta la nostra comune partecipazione all’unica nostra missione. Il Crisma infatti sarà usato da voi nell’amministrare il Battesimo e dal vescovo nell’amministrare la Cresima. Battesimo e Cresima sono tappe dell’unico cammino che introduce il discepolo di Cristo alla condivisione piena della Cena del Signore. Chi è unto, consacrato, con quell’Olio Santo sul quale tutti insieme invocheremo lo Spirito Santo, sarà reso partecipe della dignità e missione di Cristo, Re Sacerdote e Profeta. Particolarmente noi, presbiteri e vescovo, con la terza e quarta unzione, siamo configurati a Cristo Pastore per il dono e l’azione del medesimo Spirito: “Lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione…”. Ogni volta che celebriamo questi sacramenti, quell’Olio Santo che portiamo nelle nostre Comunità e che conserviamo con dovuta cura, ravviviamo la coscienza della nostra appartenenza a questa comunità presbiterale ( vescovo e presbiteri) che insieme ha invocato lo Spirito su quest’Olio, segno sacramentale dello Spirito Santo che mediante l’unzione noi abbiamo ricevuto e che doniamo ai fratelli.
Questa celebrazione liturgica diventa quindi per noi presbiteri, occasione, come ci ricorda san Paolo, di “ravvivare il dono di Dio” (2Tim 1,6) che è in noi proprio mediante l’imposizione delle mani e l’unzione con l’Olio Santo. Con quell’imposizione delle mani e quell’unzione nell’ordinazione sacerdotale è stato avviato in noi un ‘processo’ sotto l’azione dello Spirito Santo. Ripensiamo per qualche istante e verifichiamo dove ci sta conducendo lo Spirito e la nostra docilità all’azione dello stesso Spirito.

Anche la vocazione presbiterale, come quella battesimale, prende forma e si va costruendo nelle diverse fasi della nostra vita personale e nelle concrete condizioni nelle quali ci troviamo a svolgere il nostro ministero e in ragione anche della nostra docilità allo Spirito Santo.

1. La scelta e la grazia degli inizi.
Leggiamo in Ger 15,16-17: “Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, perché il tuo nome è invocato su di me, Signore, Dio degli eserciti. Non mi sono seduto per divertirmi nelle compagnie di gente scherzosa…”.
Papa Francesco nel suo messaggio rivolto ai vescovi riuniti ad Assisi in assemblea straordinaria che aveva come tema “Preti si diventa”, cosi tracciava la figura di preti, che la gran parte di noi ha conosciuto e che in parte cerchiamo di imitare: “Li abbiamo visti spendere la vita tra la gente delle nostre parrocchie, educare i ragazzi, accompagnare le famiglie, visitare i malati a casa e all’ospedale, farsi carico dei poveri, nella consapevolezza che «separarsi per non sporcarsi con gli altri è la sporcizia più grande» (L. Tolstoi). Liberi dalle cose e da se stessi, rammentano a tutti che abbassarsi senza nulla trattenere è la via per quell’altezza che il vangelo chiama carità; e che la gioia più vera si gusta nella fraternità vissuta…Sì, è ancora tempo di presbiteri di questo spessore «ponti» per l’incontro tra Dio e il mondo, sentinelle capaci di lasciar intuire una ricchezza diversamente perduta”. Il papa poi aggiungeva: “Preti così non si improvvisano: li forgia il prezioso lavoro formativo del seminario e l’ordinazione li consacra per sempre uomini di Dio e servitori del popolo”.
Questa sua visione di presbitero attira l’attenzione sull’azione pastorale del prete oggi, caratterizzata dall’incontrare gli uomini nel concreto del loro vivere. Leggevo che in vista della prossima Assemblea dei vescovi di maggio, dove ancora si tornerà sulla formazione iniziale e permanente dei presbiteri, veniva proposto, oltre che la cura della vita interiore, anche ‘di passare dalla pastorale del campanile a quella del campanello’, cioè dall’attendere in chiesa all’uscire ad incontrare e invitare. Non fermiamoci a rammaricarci perché le chiese si svuotano ma usciamo a creare relazioni, a offrire messaggi di fede e di speranza attraverso la carità pastorale: forse allora tornano a riempirsi o almeno non si svuotano completamente le nostre chiese.

2. L’usura del tempo
Ger 15,18-20: “Tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti. Allora il Signore mi rispose: «Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi devono tornare a te, non tu a loro, e di fronte a questo popolo io ti renderò come un muro durissimo di bronzo; combatteranno contro di te, ma non potranno prevalere, perché io sarò con te per salvarti e per liberarti»”.
Diceva ancora in quel messaggio papa Francesco: “Ma può accadere che il tempo intiepidisca la generosa dedizione degli inizi e , allora, è vano cucire toppe nuove su un vecchio vestito: l’identità del presbitero, proprio perché viene dall’alto, esige da lui un cammino quotidiano di riappropriazione, a partire da ciò che ne ha fatto un ministro di Gesù Cristo… Quindi, la formazione in quanto discepolato accompagna tutta la vita del ministro ordinato e riguarda integralmente la sua persona e il suo ministero. La formazione iniziale e quella permanente sono due momenti di una sola realtà: il cammino del discepolo presbitero, innamorato del suo Signore e costantemente alla sua sequela”.
E il papa si spinge oltre: “Del resto, fratelli, voi sapete che non servono preti clericali, il cui comportamento rischia di allontanare la gente dal Signore, né preti funzionari che, mentre svolgono un ruolo, cercano lontano da lui la propria consolazione. Solo chi tiene fisso lo sguardo in ciò che è davvero essenziale può rinnovare il proprio sì al dono ricevuto e, nelle diverse stagioni della vita, non smettere di fare dono di sé; solo chi si lascia conformare al buon Pastore trova unità, pace, e forza nell’obbedienza del servizio; solo chi resta nell’orizzonte della fraternità presbiterale esce dalla contraffazione di una coscienza che si pretende epicentro di tutto, unica misura del proprio sentire e delle proprie azioni”.
Cari confratelli sacerdoti ci troviamo tutti a vivere l’esperienza dei nostri limiti personali: quelli fisici, come le nostre condizioni di salute che con l’età ci toccano e ci limitano come tutti gli altri; quelli ministeriali quando cioè sperimentiamo di non riuscire a rispondere a quanto la situazione ci sembra richiedere da noi; quelli psicologici, cioè quando tante volte ci scoraggia l’insuccesso o le richieste dei fedeli, diverse da quanto noi vorremmo offrire, immersi come siamo in una realtà che non riusciamo a cambiare, aggiungendo anche la sensazione di non essere compresi dai confratelli e dal vescovo; quelli spirituali dovuti al sentire afflosciarsi lo slancio apostolico, al non costante ricorso alla preghiera di fiducia, al non alimentare la nostra di vita di fede e sacramentale o al ripiegarci nell’isolamento.
Credo che abbiamo bisogno di rivolgere la nostra attenzione al nostro vivere da cristiani, da uomini fino in fondo, familiarizzarci con l’idea che anche noi dobbiamo vivere la fatica di continuare a crescere, riconoscendo che il dono ricevuto nel sacramento dell’ordinazione presbiterale, come tutti gli altri sacramenti, non ci esonera dalla fatica e dall’impegno di ‘diventare cristiani’ e di ‘diventare presbiteri’ superando pure l’idea che ‘fare il prete’ basti per ‘essere prete’. Corriamo anche noi il rischio di rimanere ‘preti bambini o adolescenti’, più rivolti verso noi stessi e i nostri gusti, senza diventare adulti, servitori della Parola e della salvezza dei fratelli tra i quali il Signore ci manda come pastori. Un grande aiuto umano e sacramentale ci viene dal coltivare per fede e non per umane simpatie o intese, il rapporto fraterno e sacramentale tra presbiteri e con il vescovo. A questo proposito il n°7 della Presbyterorum Ordinis conclude: “Nessun Presbitero è quindi in condizione di realizzare pienamente la propria missione se agisce da solo e per proprio conto, senza unire le proprie forze a quelle degli altri presbiteri, sotto la guida di coloro che governano la Chiesa”. E’ questo “unire le forze a quelle degli altri presbiteri” che dobbiamo sforzarci di coltivare come scelta qualificante per noi presbiteri di questa nostra Chiesa. Nel messaggio dei vescovi riuniti nell’Assemblea dedicata alla riflessione sulla vita e formazione dei presbiteri leggiamo questa affermazione: “Siamo infatti persuasi che il fattore determinante del rinnovamento della vita del clero è l’assunzione dell’appartenenza al presbiterio come determinazione essenziale della nostra identità sacerdotale”.
Auguriamoci e impegniamoci a sentire l’esercizio del nostro ministero presbiterale a partire dal senso del Sacramento dell’Ordine che ci destina totalmente a servizio del popolo di Dio. Mi auguro che troviamo la via di superare la visione giuridica che limita il nostro ministero al ruolo personale affidatoci, come parroco, vicario, o collaboratore, per sentirci insieme responsabili della nostra Chiesa locale, del territorio al quale siamo assegnati, aprendoci alla corresponsabilità tra ruoli, sia in parrocchia tra più presbiteri o sia tra più parrocchie, nelle unità pastorali e nei vicariato. Mentre abbiamo raggiunto l’equa rimunerazione degli emolumenti (almeno per quanto dipende dagli Ordinamenti e dal vescovo stesso), abbiamo ancora del cammino da fare per l’equa ripartizione del lavoro pastorale, cosicché le disposizioni giuridiche diventano spesso occasione di limitare il proprio servizio o di impedire ad altri di esercitarlo.

3. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un Regno, come il Padre mio l'ha preparato per me (Lc 22,28-29).
Noi dunque diventiamo preti nel tempo, imparando dalla Parola, dall’esperienza e dalla storia. La Dei Verbum, al n°2 ci insegna che Dio ha guidato e guida il suo popolo con eventi e parole (gestis verbisque). Gli eventi che Dio ha operato nel passato e che il popolo si è trovato a vivere, illuminati dalle parole dei profeti e degli apostoli, specialmente illuminati da Gesù e dalla sua Parola, sono diventati Parola scritta e Parola vivente nella Chiesa. Alla luce di quella Parola anche noi siamo chiamati a comprendere gli eventi che lo Spirito di Dio suscita in questo nostro tempo. Talvolta eventi e situazioni personali difficili che ci tocca di vivere, possono rimanerci oscuri o suscitare in noi il senso di scoramento, di chiusura, di fallimento e, perché no?, anche di crisi. Specie nell’età che avanza possiamo aggrapparci ai ruoli che ci competono, vivendo con fatica il distacco dai ruoli: può nascere in noi la fatica di distinguere ciò che finisce da ciò che invece permane nel ministero presbiterale. Non sarà questo il tempo in cui, più che dire agli altri il senso della fede e della vita, abbiamo l’opportunità di lasciare trasparire il senso della fede e della vita attraverso il nostro amore verso le persone che incontriamo o che abitano con noi e attraverso buone relazioni e attraverso i vari piccoli servizi che a noi sono possibili o che possono esserci richiesti? Non può diventare messaggio anche il rapporto con le cose: amore verso la Chiesa cui apparteniamo e in cui siamo vissuti e stiamo vivendo, carità disinteressata e compassionevole, distacco evangelico e riconoscenza verso le istituzioni e le persone che ora si prendono cura di noi?
La dimensione più difficile da maturare e coltivare è la dimensione ‘ultimale’ del nostro ministero. E’ la comunione con il Padre che Gesù ha coltivato e vissuto sia come desiderio di rapporto sempre più intenso di incontro con Lui, sia come ricerca e adesione alla sua volontà. Anzi, l’obbedienza era finalizzata alla comunione. Egli coltivava e alimentava il desiderio dell’incontro nella preghiera, nei pensieri semplici ma costanti incentrati sull’amore del Padre, percepito come fedeltà e tenerezza (misericordia), e sulla donazione ai fratelli. Questa sua duplice tensione possiamo leggerla nell’espressione giovannea: “Per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità”. Mi chiedo cosa possa significare per noi questa espressione con la quale Gesù esprime il suo modo di vivere la missione affidatagli dal Padre, missione che Egli ora affida agli apostoli. Come Lui ha consacrato se stesso a alla per la quale è stato inviato dal Padre, così Egli invia li apostoli, perché siano ‘consacrati nella verità’, cioè dediti a testimoniare in e con tutta la loro vita la loro fede in Lui e in Dio Padre con la forza e per l’azione dello Spirito Santo. Gesù santificò se stesso nel corso della sua vita, rivelando il Padre agli uomini. E’ questa la grande Verità alla quale Gesù ha dedicato tutto se stesso. Ora chiede al Padre che i suoi discepoli entrino nello stesso processo di santificazione manifestando e facciamo conoscere Gesù ed il Padre ad altri uomini. Santificarsi è rendere la nostra umanità trasparenza del Padre e del suo amore per l’uomo, secondo l’impegno affidatoci nel Giubileo del Misericordia: “Misericordiosi come il Padre”. Papa Leone Magno diceva: "Gesù fu tanto umano, ma tanto umano, come solo Dio può essere umano".
Il nostro perseverare con lui ‘nelle prove’, consiste nel non venir meno alla nostra missione di santificazione nostra e dei fratelli quando viviamo l’esperienza della nostra umanità che si spoglia del vigore e talvolta anche di tante certezze, che non si sente più al centro di tante attenzioni, che non esercita più l’autorità, che perde la possibilità di autonomia: è la condizione nella quale ‘diventiamo preti’ partecipando alla sua lotta al Getsemani e sulla Croce. Ma quello è anche il momento nel quale, oltre a celebrare l’eucaristia, diventiamo Eucaristia, diventiamo sacrificio e offerta, non più di cose o azioni, ma di noi stessi, e più consapevolmente siamo chiamati ad aprirci all’attesa del ‘Regno’, sentendo sempre più vere e vicine per noi le parole che tutti i giorni annunciamo agli altri nella messa: “Beati gli invitati alla Cena del Signore”. Cena eucaristica che è pegno e anticipo di quel Regno che il Padre ha preparato per Gesù e i suoi discepoli. Allora la fede diventa davvero desiderio di incontro con Lui e il nostro divenire preti diventa essere preti. Auguro a tutti che in ogni fase e in ogni situazione della nostra vita di presbiteri, davvero continuiamo a ‘diventare preti’, lasciandoci condurre docilmente dallo Spirito, seguendo l’Agnello, dovunque egli vada. Cari fratelli laici e sorelle religiose, invito anche voi a camminare con noi tutti insieme Cristo incontro a Padre.
Buona Pasqua.

Lascia un commento