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Mercoledì 23 marzo 2016 – San Turibio da Mogrovejo, vescovo, 1538-1606

Vangelo secondo Matteo 26,14-25

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

IL TRADIMENTO E LA CONSEGNA
Ci pare di venire trascinati verso l’abisso. Giuda consegna il Signore Gesù ai capi, e subito dopo, a tavola, maliziosamente domanda conferma a Gesù circa il proprio tradimento. La sua lucida ‘consegna’ ci stordisce. Tutto avviene nel contesto della Pasqua, della festa, della Cena, dell’amicizia. Gesù vive un’altra consegna: quella che Egli stesso con volontà libera compie, affidandosi completamente al Padre. Guardando Gesù impariamo che le circostanze ci possono essere contrarie e le persone possono diventarci nemiche. Ma niente e nessuno impedisce al Figlio di consegnare lo spirito al Padre.

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